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Diario
18 ottobre 2012
Fiorinfiorito
Sulle
ceneri di quella che fu la Mediaset dei Vianello, Fede, Bongiorno e Mentana,
nell’azienda berlusconiana si sta sviluppando una TV diversa, meno governativa
e più corrosiva, contestatrice dei sepolcri imbiancati dell’oligarchia
politica. Praticamente un ritorno ai tempi dell’inizio, di vent’anni fa, un
ritorno alla demolizione antipartitica attuata a sostegno di Mani pulite dalla
miriade dei Bosio, piazzati tra pensiline, bus e tribunali a megafonare gli
atti del martello giudiziario. L’abilità della nuova antipolitica Tv Mediaset è
quella di interpretare la rabbia del mondo del lavoro e dell’impresa in tempo
di crisi, salvando ad un tempo le ragioni del Nord e le sorti del Pdl. Esattamente l’opposto
dell’antipolitica di giornali e Rai –La7 che hanno sempre indentificato la
casta politica nei partiti di centrodestra. Stavolta però lo scandalo dell’uso
facile e sprecone del finanziamento dei partiti calato sul partito
berlusconiano per ultimo, dopo quelli di Api-Margherita e di Lega. Cosa
abbastanza sorprendente. A Lusi, Belsito, si aggiunge così Fiorito, ex An di
Ciociaria , divenuto presidente dei fondi del gruppo consiliare laziale Pdl. Il
grosso, 130 kg su 1m e 91cm, ex presidente, di primo acchitto, un po’ ruspante,
un po’ grezzo, dovrà temere parecchio per l’incarico a suo favore preso dall’avv.
Taormina che ha all’attivo già un paio di disastri dalla commissione Telekom
Serbia alla Benzoni. La seconda cosa sorprendente è la reazione d’indignazione scattata
tra le stesse fila del Pdl, in particolare delle sue donne romane, Meloni,
Lorenzin e Polverini, Parliamo di un partito abituato a vedere leader, prime,
seconde e terze file, sotto inchiesta,
sotto intercettazione e sotto processo permanenti; un partito uso ad essere
marcato stretto dalla magistratura, un partito che può offrire al Guiness dei
primati la fine di ogni guarentigia elettiva, come per Di Girolamo, dimesso
d’autorità, o di Papa, buttato in galera da eletto praticamente sine sensu, un
partito in genere abituato a non reagire alla giustizia avversa, se non
curvandosi alla tempesta come un bambù. Il Pdl è un partito che teorizza l’uso
politico della giustizia ma poi non lo contrasta per spirito di moderazione; in
genere reagisce poco. Invece per il Fiorito, nel Pdl, senza governo , né chiaro
futuro, scatta una rabbia primigenia, antipolitica e antipartiti della prima
repubblica: la Meloni vuole calci nei denti per l’ex capogruppo regionale del
suo partito, la Lorenzin una punizione esemplare. Quanto alla governatrice
laziale Polverini, si presenta reduce da interventi ospedalieri, pronta al
sacrificio come una nuova Magnani, per imporre il blocco dei quattrini per
tutti i gruppi consiliari o in alternativa il ritorno al voto. Così si alza la
pira salvifica su cui sfrigolare tanti kg di lardo, barba e retorica di destra
di campagna per ridare dignità ai partiti e ritrovare un dialogo tra loro e
società. La tempistica di certe inchieste non è mai casuale, Si scopre che Lusi
usa a suo consumo i soldi della defunta Margherita, proprio mentre Rutelli risucchia
i centristi Dc dal Pd verso il Grande Centro. Inchiesta Lusi, Rutelli ai minimi
termini, ritorno della famiglia Palombelli nel Pd con le pive nel sacco. Si
scoprono gli investimenti africani e le lauree albanesi promosse
dall’amministratore leghista Belsito, proprio quando Berlusconi è in caduta
libera e si tratta di defestrare l’antico leader Bossi, garanzia dell’unione
berlusconianleghista. Anche il ciclone sul consigliere più eletto al Comune di
Roma, Piccolo, appare come un fulmine a ciel sereno, utile a ributtare giù il
sindaco Alemanno, appena uscito dall’esibizione di associazioni e giornate
sociali a suo favore. Ed ora il caso Fiorito appare utile per realizzare quella
spaccatura tra neri e azzurri già nell’aria a Roma e nel Lazio, inseguita da
chi spera di far sparire il centrodestra nei prossimi risultati. Le dimissioni
della Polverini portebbero ad una triplice ruota elettorale: comunale,
regionale, nazionale; e potrebbero consolidare il ruolo outsider della leader
laziale, eletta in fondo anche senza l’ex partito di maggioranza. Con presenza
di spirito tutto burino, la governatrice ha evocato il finale tragico
ricordando la parodia comica dell’avvio del suo governo. Il finanziamento
pubblico dei partiti, com’è noto, in un rapporto leale società-rappresentanti
avrebbe dovuto sparire tanto tempo fa. Al suo fianco, sono poi sorte le
fondazioni, casseforti miliardarie dei capi componenti, che hanno ucciso del
tutto i partiti e svuotato i loro budget. Poi l’erogaazione di fondi nei gruppi
degli enti locali, dai budget più o meno ricchi a secondo dei territori, ha
significato ulteriore denaro pubblico per rais e capigruppo. Da ultimo i
verticissimi dei grandi partiti poggiano sulle aziende ed i relativi manager di
riferimento. Tutti i casi citati sono frutto di rapporti tra privati ; sono
indagini di avversari politici o di inchieste mancanti di denunciante,
denunciato e reato. Cento milioni distribuiti dall’ufficio di presidenza della
Polverini ai gruppi partitici erano un’enormità, uno spreco in qualunque caso.
Che poi venissero utilizzati per convegni, manifesti, o sezioni, oppure per
feste, macchine e viaggi, cosa cambia? Come tante altre volte si cerca di
estrarre dall’indignazione naturale, il reato che non c’è per mero attacco
politico. Nel frattempo i tanti casi dell’amministrazione Vendola, o di Penati,
dove invece c’erano i reati contro la Pubblica amministrazione, giacciono
scordati. Come quelle di Mani Pulite, anche le scoperte dei radicali laziali
hanno il sapore giacobino dell’inchiesta giudiziaria permanente sull’avversario
politico. Tuttzo questo manda in onda la nuova Mediaset che lancia nella
propria cerchia la rabbia di doberman politici desiderosi di sangue e mondezza
politica. Quinta Colonna, rete4 manda in onda anche un siparietto surreale tra
una bella inviata che ha poco del giornalista ed il bel giovane vicepresidente
Pdl De Romanis, quota forzista. Anche l’azzurro De Romanis scarica il nero
Fiorito, dichiarandosi non solo completamente estraneo, ma senza informazioni
sulla gestione del suo gruppo consiliare regionale. In ogni caso un autogol
totale. Il giovane Fiorino mostra un vero volto non politico, nuovo avatar
sulle orme del vuoto pneumatico dei vecchi che da sempre condanna un vasto voto
popolare laziale al vuoto di contenuti ed all’insignificanza. Invece che le
primarie An contro Fi, sognate dai giovani destri di Atreju, ci sarebbe
l’occasione per un Midas che liberi chi vuole fare politica dal peso
dell’eredità di famigli e clientes. Neri eretici di provincia contro tutti,
neri contro neri, azzurri contro neri. Viene da rimpiangere il tempo del basso
profilo quasisolidale. Forse un giorno la teoria dell’uso politico della
giustizia si farà anche azione conseguente. Dipenderà dalla nuova linea
politica Tv
Fiorito
| inviato da GiuseppeMele il 18/10/2012 alle 1:46 | |
18 ottobre 2012
Se non tette, quando?
Paola
Ferrari, presentatrice di Rai Sport e Domenica Sportiva, ha scelto male i tempi
per difendere la sua immagine. Offesa da commenti negativi durante la
trasmissione Stadio Europa sugli Europei di calcio 2012, si è rivoltata contro
Twitter minacciando una querela poi non concretizzatasi. Il buffo è che per
annunciarla ha usato la piattaforma Google di YouTube ed un’altra trasmissione
gossipara. Su diffamazione e dintorni, nell’epoca della privacy, regna la
confusione più assoluta, mentre il pettegolio, un tempo limitato al caffè sport
e alle portinerie, è il re dei content di social network, comunicazioni
digitali e telefoniche e delle stesse istituzioni. I 47 Stati membri del
Consiglio d'Europa, da non confondersi con l’Unione, si sono accorti delle
grandi differenze esistenti sulla diffamazione mediatica dei diversi Paesi. La
libera Inghilterra ad esempio, patria della libertà di stampa e regno del
gossip mediatico più diffuso, ha giudici particolarmente severi con i
calunniatori, come si è visto nel caso intercettazioni e Murdoch. In mezzo c’è
la Francia che vorrebbe applicare ai flussi digitali le normative severe sulla
stampa dell’800 e tutto dall’altro lato, c’è l’Italia dove sono i principali
operatori di media ed istituzioni ad attingere a piene mani alla diffamazione o
ad usarla come arma intimidatoria a protezione di piccole corporazioni. Come
sulla pirateria informatica o la custodia dei dati, anche sulla diffamazione,
le normative si sono date compiti sovrumani, chiamando aziende private, dalle
tlc al bancario, ad agire con il ruolo di pubblici ufficiali, mettendoli sotto
la spada di Damocle del non rispetto dei confini di un tracciato sospeso in
aria e sottile come la lama di un rasoio. L’obiettivo della protezione dei
mercati e dei consumatori resta aleatorio una volta che i primi siano
naturalmente contaminati da mondi con diversi standard di regole ed i secondi
distribuiscano essi stessi i propri dati nell’interattività generale. Le leggi
ed i ben diversi risarcimenti ai calunniati stanno producendo un mercato di
turisti di aule giudiziarie, il cd. libel tourism. Si va a fare causa dove si è
tutelati di più, saltando le disattenzioni dei giudici locali. Come al solito
la libertà di movimento, quando si tratta, di persone fa scattare problemi
inattesi, quale questa libertà di movimento per la giustizia, Non è chiaro come
farà il CdE a garantire contro risarcimenti non proporzionati ai danni subiti,
decisi dai giudici nazionali. Forse esautorandoli a favore della Corte europea
dei diritti umani sembra suggerire Jan Kleijssen, omologo nel CdE alla Kroes,
commissaria Ue per societa' dell'informazione e Internet? Nel frattempo la
Ferrari potrebbe essere invogliata a presentare la sua causa contro Twitter a
Londra. Per l’Italia ha sbagliato i tempi. Non è più di moda il “Se non ora
quando” che vide adolescenti e tardone, belle e brutte, alte e basse, brune e
bionde, famose e ordinarie, coatte e sofisticate unirsi in coro per difendere l’oltraggio
al corpo femminile esibito e venduto e nel contempo alzare la più grande accusa
per affondare il governo del libertino Berlusconi. Il mito dello scempio di
donne è uscito dalle cronache politiche, come quello degli sms a raffica. La
crisi ha reimposto la voglia di distrarsi in locali pomeridiani, in balere
serali ed in notturne disco con i soliti festival e contest di veline, miss
provinciali e non; con le mille passerelle di succinta biancheria intima da
guardone occhio di bue dei Greggio e Bonolis. Nelle smart cities, cioè le città
sorvegliate a vista da migliaia di telecamere, imperversa il fenomeno
tripartisan, sotto ogni cielo della politica, a Roma, Firenze e Torino, del Grande
Coito, amplessi sul selciato tra la folla. Un genere da suggerire a Endemol, se
comprerà La7, per sostituire il Grande Fratello, in attesa che i lassativi
pubblicitari, dentro e fuori gli spot lancino l’erede immediato, il Grande
Cesso. La Ferrari ha mancato quindi i tempi per la solidarietà femminile, già
messa in campo solo per una precisa campagna politica. Si è offesa per le
critiche rivoltele per troppi trucco e lampada. Si potrebbe obiettare che
durante i mondiali di calcio i medesimi argomenti furono base degli sfottò di due
baroni come Galleazzi e Costanzo. E’ difficile non vedere l’autosatira da parte
della lampadissima in frasi come "Andiamo nelle miniere sarde: una zona
d'Italia che da qualche settimana è sotto la luce dei riflettori". La Tv, abituata
ai televoti di Sanremo, in futuro dovrà confrontarsi con l’interattività digitale nella
Tv connected. Alla prima critica le star Tv padrone del microfono, non possono chiedere
il contraddittorio; semmai accettare i fischi dei cinguettatori in nome di un’utenza
scocciata di vedere trasmissioni must, straziate per motivi extraredazionali e
veline ascendere a giornaliste. Sesso, gonna corta, scollature se c’è il calcio,
forse, non sono indispensabili ai dati d’ascolto. La Tv sportiva, scomparso Tosatti,
già soffre di un notevole peggioramento giornalistico; perché aggravarlo di
poche competenze e di abiti da entreneuse indossati fuori tempo massimo generazionale?
La stretta agli utenti, già oggi rintracciabili e punibili dalla legge, porterebbe
alla repressione digitale stile cinese con la fine dalla responsabilità
individuale per una di sistema, nel contesto poi dell’obbligatorietà
dell’azione penale. Come chiedere di chiudere telefono o fax. A parte gli
interessi pubblicitari, (“la Ferrari ma alla fine ci hai denunciati o no?”
@alessio_88), la querela annunciata sulla rete è divenuta sinonimo con #QuerelaConPaola
dell’assurdità di voler denunciare ogni cosa sgradita, inclusa l'aria nel caso
di grida ed ha scatenato ondate di conguettii: P.F. è un alieno punto (@_vali9);
F. a incandescenza per l'ultima volta. Stanotte accendo una candela per
solidarietà (@EnricoBattista); Hanno spento il faro. Visto che twitter serve a
qualcosa? (@fra_fuma); Quando io facevo le scuole medie la F. aveva già 50 anni
(@paolocercato); la F., clamorosa la vittoria della roma. Mi chiedo chi l'abbia
messa lì. La casta dei giornalisti sportivi (@marcoleone1); Da domani non più
in vendita le lampadine a incandescenza. Lutto nello studio RAI (@SatirSfaction);
alla F. hanno tolto lo sfondo bianco (@ab_qualcosa); Sono autolesionistico
stasera. Accendo la tv e affronto la visione (@mausat7); a guardarla più di 3
secondi, vengono male agli occhi!? (@Mandirola); guardatemi, non sono rifatta (@myredona);
Barbie P.F.!!(@Syria); Io da grande voglio fare la F. del quartiere (@Candeggina);
vanno di moda i colori fluo, ma vogliamo parlare delle ciocche giallo
paglierino (@fredcic); il faro di P.F.è sparito davvero? (@lord_tvblog); Consuma
più energia elettrica il faro che illumina F. in un minuto che il Botswana in
un decennio (@twitstupidario); P.F.must have been hot like 20 years ago. Now
she looks scary (@slowriot23). Senza querele, all’accusa di essere rifatta la
Nostra ha usato la difesa sussiegosa della dignità dell’habeas corpus con
l’esposizione universale estiva sulle sue pagine Facebook delle foto balneari,
prova provata della genuinità del decoltè. Abbronzato, lampado, sparato,
farato, succinto, attempato ma non manomesso, neanche medicalmente. Così la
rivolta delle donne si è fatta la rivolta delle tette.
Paola Ferrari
| inviato da GiuseppeMele il 18/10/2012 alle 1:43 | |
18 ottobre 2012
Grillo tra antidemocrazia e antipolitica
Per
far scendere nei sondaggi Grillo, sono bastate le rivelazioni psedosegrete
sulla dittatura interna al suo Movimento cinque stelle ed il dileggio dei
grillini incapaci di distinguere una falsa prima pagina del Corriere da una
vera. Lo smontaggio dell’ex comico guastatore è partito dagli stessi che ne
hanno creato l’onda. Il mix mortale pubblico-privato del partito Rai-La 7 e del
partito Repubblica, fiancheggiatore-fiancheggiato di\da Magistratura
Democratica, hanno a lungo praticato il napalm di un’antipolitica di
precisione, tesa al discredito totale di aree politiche ed economiche ben
diverse. Le radici di Mani Pulite stanno nella campagna ’60 -’80, per la quale
metà dei businessmen italiani, erano pericolosi faccendieri. Fascisti,
socialdemocratici, liberali e cattolici sono stati sottoposti, di volta in
volta, in 60 anni, ad un bagnomaria di calunnie, scandali, spionaggi,
spaccature indotte, illazioni e allusioni, utile spesso a metterli l’uno contro
l’altro ed ad indurre scissioni e spionaggi interni. Un bagnomaria impossibile
senza mezzi, senza i media più importanti, senza una presenza cresciuta nelle
istituzioni, soprattutto d’ordine e senza l’alleanza tra comunisti ed
indipendenti di sinistra, espressione dell’establishment culturale e finanziario.
Le tardive scuse per l’aggressione mediatica all’ex presidente Leone, del ’98
di Bonino e Pannella e quelle del 2006 del presidente Napolitano, la cui parte
politica tanto se ne avvantaggiò, non producono memoria. Ci si ricorderebbe che
dopo il discredito gettato sopra gli ex presidenti Saragat, Leone e Cossiga, ne
è seguita una progenie peggiore, tre volte impegnata contro il voto popolare e
oggettivamente alleata dell’antipolitica. Che siano Piazza Fontana o il caso
Englaro anche oggi le storie sono todo modo dello stesso establishment di
sinistra post ‘’68, con i suoi eredi magistrati o i figli delle vittime, in
comunella per carriera, con gli aggressori. Da tempo quest’area perde pezzi
nelle continue giravolte che ha dovuto fare per sopravvivere; perde giornali,
appeal, suspence ma non accademie, giurie e CdA. Gli tocca condannare il
passato e sospirare per un tempo in cui un terzo degli eletti era comunista.
Difendere franando il welfare fascio-socialdemocratico e condannarne i
costruttori. Odiare la guerra e andare in visibilio per il peace keeping di
Obama. Omaggiare i parlamenti, i privilegi e le caste di ieri per odiare le
attuali. Disprezzare il Parlamento, i metodi di cooptazione della partitica
solo perchè verdi e comunisti non riescono a entrarci più. Svergognando
Berlusconi, si è condannato anche il voto popolare. Questo vulnus emorragico
difficile da tamponare è la pietra miliare dell’antipolitica, che Monti senza
avvedersene, riproduce, chiamando alla guerra santa contro il populismo. Ora
tutti coloro che hanno spinto in cima Grillo, cioè girotondini, Moretti, folle
di piazza San Giovanni, Pancho, centri sociali, radicali, Teatro Valle, Tana,
Report, Lilly ed altre oche giulive, felici di avere soldi e celebrità in
cambio di campagne per il popolo non lo vorrebbero più. Gli amici hanno nuovi
interlocutori di governo, cui si può perdonare una politica da disastro
sociale. Come è stato acceso, bisogna sopire il gioco al massacro e riservare
la satira ai governanti di ieri. La droga di messaggi malsani e bugiardi che ha
già prodotto 40 anni una guerra civile fuori dal tempo, però, è stata
distribuita in dosi da dipendenza man mano che l’assuefazione ala favola del
capitalismo malato si faceva palese. Anche la Lega delle origini, si
indentificava con l’odio sic et simpliciter per le burocrazie romane, ma poi si
è stabilizzata sul nostro unico problema sistemico. L’Idv raccoglie l’odio
selvaggio per i ladri, ma con un personale politico un po’ ridicolo, un po’
discutibile, è legato alle sorti del partito dei giudici. Grillo, ricco già di
suo, con l’editore Casaleggio, creatura Olivetti -Telecom di Colaninno, senza
vincoli territoriali e obblighi istituzionali è andato oltre la missione
affidata dai partiti di banche, Rai-La 7 e Repubblica, al punto da demolirli.
La sua onda somma gli odi dei tanti convinti nel tempo che se le donne di
potere sono puttane, tutte le donne lo siano; che se gli imprenditori sono
faccendieri, non ci sia business senza mafia; che se le burocrazie sono
corrotte, lo siano le romane, le comasche e quelle di Bruxelles; che se l’acqua
è a rischio, lo siano anche terra, cielo e luna; he se gli uomini trattanomale
gli animali, debbano essere trattati come animali. Grillo, portato alla ribalta
dal siciliano Baudo, somma le invettive di Ciccio Franco, Borghezio e Guzzanti,
di casalinghe e commercianti esasperati dagli standard abbassati
dall’immigrazione, dell’odio del sindacalismo antagonista e dell’imprenditore
strangolato da banche e tasse. Grillo cominciò attaccando Craxi, nemico della
sinistra di Lenin e Parvus; poi per anni i Ceo Parvus delle multinazionali Usa
e delle aziende nazionali. Come faceva il nostro establishment culturale quando
odiava il Cefis dell’Iri, oggi dallo stesso rimpianto. Da tutto si può
dissentire con Grillo tranne le sue descrizioni sulla sinistra italiana
dell’Unipol e del Monte di Paschi. Cosa è, se non un morto vivente, un partito
immutabile nei vertici e nei tic, passato dall’antiamerica al filoamerica,
senza sangue per avvedersene; se non uno zombie felice di portare in cima
l’ipocrita ed imbiancata destra storica, pur di eliminare l’anticomunismo
popolare? Grillo è andato troppo in là, al 20%, da dove potrebbe prosciugare
Destra, Fiom, Sel, IdV, Lega, e pirati; realizzare l‘evocato fasciocomunismo,
il populismo antiautoritario di massa e togliere Palazzo Chigi a Bersani. Per
cui nei mesi a venire, santoni e santori dell’antipolitica elogeranno il
Parlamento in difesa dell’antidemocrazia e faranno una guerra-derby alla
migliore antipolitica del Vaffa. Ridicolizerrano giovinezza e ingenuità dei
grillini naive senza contare che sbagliare e non portarsi dietro la furbizia
volpina di vecchi esponenti Dc, Pci, o Democrazia Proletaria, è oggi un
vantaggio. Così il populismo governato, cacciato dalla finestra, viene
sostituito dalla sua variante anarchica che batte alla porta, a strangolare,
come Ercole neonato, i serpenti dell’antidemocrazia.
Grillo
| inviato da GiuseppeMele il 18/10/2012 alle 1:40 | |
18 ottobre 2012
revengexFli
Inizio d’estate, Caffè
Giubbe Rosse, Firenze, 30 giugno 1911, presentandosi forte del suo metro e
mezzo di statura, il pittore futurista Umberto Boccioni chiese “Lei è Ardengo
Soffici?” ed alla risposta positiva, di contrapasso, - Ed io sono Boccioni- e
giù uno schiaffone tale da buttare a terra l’alto e robusto critico e letterato
fiorentino della Voce. 13 luglio 2012, la storia quasi si ripete. San
Pellegrino, Viterbo, il tarchiato Gianluca Iannone, fondatore di CasaPound
Italia, affronta l’alto Filippo Rossi, direttore de Il Futurista, e gli fa un
occhio nero. Iannone e Rossi non saranno Soffici e Boccioni, diciamo, per
carità di patria, non appartenendo all’alveo artistico dei secondi. Le due
zuffe si assomigliano però per quel fenomeno che fa le forme in natura
ripetersi variando le dimensioni. La Grande Zuffa intestina del lontano giugno
manifestava le solite tendenze litigiose di tutti i movimenti culturali, come
politici, italiani. Marinetti, Boccioni, Russolo, Palazzeschi e Carrà, nucleo del
futurismo che si stava imponendo in tutti i settori culturali, erano scesi a
Firenze per vendicare gli sfottò loro rivolti da Soffici su La Voce di
Prezzolini; che le presero entrambi. Lo scontro tra futuristi e vociani si
concluse con la consapevolezza di essere un unico movimento, tanto che sede
ufficiale futurista divenne proprio il vociano Caffè Giubbe Rosse che si impose
sul Savini meneghino Anche allora le italiche politica e arte non
potevano fare a meno delle loro vie Veneto. I due gruppi non avevano dubbi che bisognava
voltare le spalle al finale disastroso di fine Ottocento dell’Italietta di Adua
e Bava Beccaris. “Noi vogliamo distruggere i musei, le biblioteche, le
accademie di ogni specie, il moralismo..la sua fetida cancrena di professori,
d'archeologi, di ciceroni e di antiquari...". Ieri come oggi formalismo,
azzeccagarbuglismo, trasformismo si fondevano nell’insincerità e nella demagogia,
apposta per non risolvere nessun problema. Se sapessero di essere rappresentate
oggi da Fini e Travaglio, Futurismo e Voce, ritornerebbero subito agli
schiaffi. Quelle aree sostennero bellamente il fascismo, malgrado l’artificiale
negazione frapposta per decenni tra i salti mortali sui manuali. Il bello è che
fino al primo conflitto su queste posizioni stavano anche i socialisti. Il
welfare ancora non c’era, ma banche e burocrazie sì. La Piccola Zuffa dei
giorni nostri attiene a giovani, rimasti attaccati per decenni alle storie, ai
simboli, ai miti dei primo 40ennio del secolo scorso. Una nostalgia da occhiali
appannati che non vedeva quanto poi anche l’Italia fascista, senza essere
l’Inferno in terra, assomigliasse all’Italietta di sempre. Casa Pound è stata a
lungo il simbolo – oggi normalizzato nella legalità - delle occupazioni
popolari patriottiche romane di destra. Lungo le sue scale c’è una lunga teoria
di cinemanifesti, foto, poster politici,
volantini d’epoca che fanno ritornare indietro nella storia. Imagoteca di un
tempo fermato per i molti giovani che su quelle scale, rischiano di scambiare semplici
foto con icone venerabili. Malgrado i contrasti con la sinistra, Casa Pound è
soprattutto opposizione alla società popolarborghese, a tutti i moderati di
sinistra e di destra, al punto che fu sua la campagna più dura contro il Bondi
dei beni culturali. Una campagna dove al ministro sono stati imputati difetti, caricaturati
come fanno i peggiori slogan razzisti antitaliani belga, svizzeri ed Usa. Così il
contrasto gli italietti ha dato ragione
a chi nel mondo ci dileggia. Rossi, che dire, dirige il Futurista; è stato con Campi
la mente del finiano Fli (finchè Ventura e Della Vedova non hanno fatto loro le
scarpe) , la cui migliore caratteristica è il logo che, ripropone carino, dolce
e gabbano il fascio littorio. Sia Iannone che Rossi, per dato generazionale, non
hanno visto il lato duro dell’inevitabile ghettizzazione riservata ai fascisti;
sono cresciuti pensando al passato; non hanno capito lo sforzo compiuto da Craxi
e Berlusconi per recuperare alla democrazia il quarto popolo politico italiano;
e si sono radicalizzati da antiberlusconiani, in un moralismo condannato da futuristi
e vociani. L’odio scatenatosi tra i due si spiega con le diverse vie prese dai
due antiberlusconismi: una estremistica d’opposizione al sistema, l’altra
centrista e di bigio liberalismo simile a quello di risulta di tanti ex di
altri campi, Se amici di NoTav, Cub, Cobas e Fiom interrompono manifestazioni,
salgono sui palchi e magari mollano uno schiaffone a chi ci trovano, per il
giornalismo moderato, esprimono una voce democratica. Se lo fa Iannone, diciamo
, tra amici, si richiamano, senza tema del ridicolo, le squadraccie. Per il
post MSI e antefuturista Rossi, con suo dispiacere, si è alzata una canea alla Saviano
che con le destre non vuole discutere, quanto farsi dar ragione. Da maggio,
d'altronde, Rossi ha ammesso con lucidità sul suo quotidiano: “Fli,
game over. Dichiariamo fallimento”;
seguito poi per altre vie anche da Libertiamo. Le peripezie finiane, pur minando
la maggioranza d’Arcore, hanno prodotto confusioni esistenziali, tra “Cos’è la
destra” fino al pensato ritorno all’Msi di Veneziani. Solo la polemica de Il
Giornale che continua imperterrito e marrano ad uccidere un partito morto,
mantiene paradossalmente nella memoria il suo leader. La cronaca
ricorda che 30 giugno e 13 luglio finirono allo stesso modo tra sputi, fischi e
insulti. In questura. Nessuno nel 1911 se ne fece scudo; così doveva essere anche nel 2012. La storia parla
però di una revenge. I vociani, non foss’altro che per difendere l’onore, come
disse il mite Prezzolini, si rifecero alla Stazione S.Maria Novella con morsi e
bastonate sui futuristi. Ora tocca al Fli almeno un gesto dimostrativo, magari l’ultimo.
Non si parli di rischi per la democrazia: un tempo anche i Nenni incrociavano in
duello la sciabola, come nel ’26 con il vociano Suckert Malaparte. In
alternativa Rossi potrebbe chiamare Della Vedova sotto Casa Pound per un flash
mob di pernacchie.
Fli
Casa Pound
| inviato da GiuseppeMele il 18/10/2012 alle 1:36 | |
18 ottobre 2012
l'Italiano Riliuttante
L’incredibile
Italia ha aperto il suo più importante festival cinematografico a Venezia, il
29 agosto. Ha scelto per l’overture un film particolare dell’indiana Mira Nair.
L’incredibile India nelle stesse ore stava procedendo all’ennesimo passaggio
farsa della tragedia e della prigionia vissuta da due militari italiani, i marò
Massimiliano Latorre e Salvatore Girone. Solo questa coincidenza misura tutta
l’ottusità, l’insensibilità, l’assoluta negazione di attenzione alla propria
patria ed alle istituzioni nazionali ed internazionali, del direttore della 69.
Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica Alberto Barbera. In un paese che
misura con il bilancino le parole di Conte o De Laurentis, offesi
dall’ingiustizia sportiva in tribunale e sul campo, in un paese che sta dietro
ai sermoni di questo o di quell’altro, in un paese che ha vissuto anni con
enormi gigantografie di donne straniere perseguite dalla giustizia e dalla
cultura dei loro paesi, la coincidenza di esaltare l’esponente culturale di un
paese mrentre questo strazia la
giustizia internazionale ed i nostri uomini ha dell’incredibile. Tornare sul
caso dei due marò italiani, sequestrati, e non legittamente arrestati, dalle
autorità indiane da febbraio, sarà inutile per i nostri vertici sordi e muti,
ma non lo è per chi ha a cuore non la legalità, ma la semplice convivenza internazionale. Nel
sequestro di Latorre e Girone è stato violato il codice sulle acque
internazionali, quello militare internazionale, quello interno all’alleanza
atlantica, quello sulla lotta internazionale alla pirateria. Perché Latorre e
Girone sono stati sequestrati non mentre sostenevano gli interessi privati di
una Ong, di una chiesa, di una Greenpeace, nemmeno di servizi impegnati a
destabilizzare altrui regimi e nemmeno quelli nazionali italiani. Sono stati
sequestrati come Nuclei Militari di Protezione antipirateria, NMP, (Lg.130\2011),
inseriti nei programmi Onu di lotta ai banditi del mare che oggi regnano sovrani
su pezzi degli oceani, tra cui quello indiano con un fatturato da $250 milioni.
Una pirateria marittima che impegna risorse militari di polizia internazionale dieci
volte e più elevate. Si pensi che solo la missione navale Atalanta Ue al largo
del Corno D’Africa costa €720milioni l’anno e che la crisi ha visto il suo
ridursi da 8 a 3 unità navali nazionali. A maggio l’europarlamento ha approvato
con 434 voti favorevoli, e 100 contrari la risoluzione antipirateria, che
ribadisce per l’iniziativa di Carlo Fidanza e Roberta Angelilli, (Pdl) al
paragrafo 30, la giurisdizione competente in alto mare dello Stato battente
bandiera la nave. Dall’India alla Somalia, i paesi rivieraschi godono di questa
spesa e impegno militare, per poi sottrarsi ad ogni coinvolgimento economico e
giuridico anche per una colpevole protezione dell’ampia zona grigia su cui può
contare la pirateria tra i pescatori. L’India, però, emergente potenza
dell’acciaio, informatica e cinematografica evidenzia qui una doppia faccia di
arretratezza e barbarie. Latorre e Girone sono come i militari feriti (tre solo
l’altro giorno) nelle operazioni di peace keeping sparse per il mondo: parte di
quello sforzo enorme economico e di sangue che l’Italia paga al mondo. I
tartassati italiani, spremuti dai salari più bassi e dalle tasse più alte, lo
devono sapere che sono loro a pagare l’Europa, più di quanto non ne vengano
ricompensati; e così per un lungo elenco, per l’Fmi, la World Bank, l’Onu, la
Nato, e via di questo passo. Sinceramente a molti, forse ai più, interessa poco
che altri vogliano lapidare, impiccare, uccidere le loro donne e le loro
minoranze, Interessa molto poco anche le sorti di chi per turismo suspence o
buon cuore, vada di propria volontà nelle aree più infuocate del mondo. Scoccia
di dover pagare tutti decine di milioni. Interessa moltissimo invece che i
paesi usufruenti dell’aiuto con ipocrite spalluccie e senza spese almeno non
diventino banditi loro stessi per accarezzare la demagogia di un loro stato
federale, comunista e antioccidentale come l’indiano Kerala. Ad un bravo
bevitore di cocktail, ottimo golfista, sagace battutista come il ministro degli
esteri Giulio Terzi non verrà in mente di fare niente. Ovvio è l’esponente di
una diplomazia di carriera, costosa, inutile, arrogante che dal dopoguerra in
poi è stata sempre sostituita, per evidente assenteismo mentale, dai politici ogni
volta che c’era qualcosa da fare. La sanatoria per la pena di morte nel mondo e
i tribunali anti ex premier vinti, nemmeno questo hanno fatto, sostituiti dal
gruppetto radicale. I radicali, questi fanatici della legalità, del foglio
bollato piegato,degli arrestati altrui, cosa hanno da dire sull’habeas corpus
dei fanti del Reggimento San Marco? Non sono in prigione? Niente sciopero della
fame? La Nato si è chiamata fuori? L’Italia può rifiutarsi di compare
gli arei F35, da 13 miliardi. Può ritirare parte dei contingenti e le unità
navali antipirati. Può censurare la regista Mira Nair un’indiana che vive a New
York dal 1975; che conosce più gli immigrati cubani negli Usa che il suo paese.
Ci presenta un film sull’indignazione di un pakistano americano sotto pressione
per l’11 settembre. La Nair se la immagina un reazione così nel 1946 da parte
tedesca dipinta per 30 anni come belzebù anche nel suo paese d’origine?
L’autrice di Salaam Bombay! ed ora de Il fondamentalista riluttante lo sa che
nel suo paese non sono riluttanti a massacrare folle di cristiani, né che i
pakistani sotto sotto sostengono terrorismo e cultura dell’oppio
dell’Afghanistan vicino?. Certo, sono paese arretrati, non è colpa loro. Ce lo
dica allora la Nair, che viene da un paese un po’ capitalismo un po’ medioevo
che ha rifiutato per la più comoda Mela. Invece che meravigliarsi delle
attenzioni godute da indiani e simili negli aereoporti, chieda scusa a Latorre e Girone. A parte le dimissioni, non c’è nulla
invece che L’italiano riluttante anche solo di vederlo, abbia da chiedere a Barbera.
Barbera
| inviato da GiuseppeMele il 18/10/2012 alle 1:35 | |
18 ottobre 2012
AntiSicilia
Il
28 ottobre si voterà in Sicilia. Primo passo falso della coppia
Napolitano-Monti (Parvus Lenin) che avrebbe voluto la sterilizzazione del voto.
L’incombere elettorale ha anche indotto l’esecutivo a farseschi ottimismi,
conditi di annunci e di programmi promessa destinati a restare sulla carta;
così per due mesi le esigenze mediatiche costringeranno i nostri allo shock
anafilattico di stangare da un lato e di far balenare miracoli dall’altro. Un
giornalismo onesto osserverebbe semplicemente che il governo Berlusconi, prima
e dopo agosto 2011, pur sotto un attacco incredibile, interno ed
internazionale, era migliore di quello Monti, badando al miglioramento del
bilancio senza aggressioni sociali devastanti. Un giornalismo però onesto è
difficile da trovare poiché ai media spesso neanche l’evidenza basta. Di fronte
al voto, si passa sopra i fallimenti finanziari di Palermo e Catania ed anche
sopra a quello siciliano, agitato in aria solo per evitare il voto. Se la
coppia presidenziale non si fosse scaldata, la Sicilia avrebbe votato in aprile;
invece, chiamato come uno scolaretto dal professore premier, il governatore
siciliano Raffaele Lombardo non si è fatto segnare il compito di segni rossi e da buon
Giamburrasca ha rovesciato tutto per terra. Anche per scrollarsi di dosso la
magistratura che lo indaga da 2 anni per concorso esterno in associazione
mafiosa ed alla quale non è bastato né che il governatore avesse un giudice in
squadra né che cambiasse alleanze da Pdl a Pd. Quella della Trinacria è una
civiltà millenaria, che ha insegnato ai suoi cittadini a non ascoltare potenti e
gerarchie ma solo a ottenere con il minimo sforzo. C’è una Sicilia che sta con
l’antimafia se questa fornisce risorse, assunzioni, soldi in una colossale
macchina di sicurezza; una Sicilia ben contenta di plaudire anche a Maroni, il
ministro che vanta più requisizioni e più arresti nella lotta al crimine
organizzato; una Sicilia dal nuovo portaborsato politico che dalle requisizioni
trova un terzo settore, modalità di crescita per un nuovo paro impiego
pubblico. C’è parallela e gemella, la Sicilia di impresa e mafia, in un
territorio dove come ad oriente i due termini coincidono, e , le parole commerciante e ladro, per popolo e
intellettuali, sono sinonimi. E’ la Sicilia che fa i lavori edili nelle case
dei magistrati che contemporaneamente la intercettano e si preparano a
giudicarla. Poi c’è la Sicilia degli investimenti dal continente, da proteggere
ed isolare, al cui interno imporre personale e modalità di fornitura di beni e
servizi. Una Sicilia ora sotto shock per l’abbandono Fiat di Termini Imerese,
la cui definitiva chiusura a settembre è accompagnata dal minacciato stop Italcementi,a
Isola delle Femmine, sito sempre sul banco degli imputati per inquinamento. Da
un pezzo di Sicilia così, Gela, da 50 anni alias Eni o la più grande raffineria
d’Europa, proviene il candidato Pd-Udc a governatore, Rosario Crocetta. Da 10
anni sindaco di 70mila abitanti sulla costa sud isolana, al secondo mandato per
il centrosinistra, Crocetta vinse come Comunista italiano, poi è passato al Pd,
con un percorso simile al sindaco tarantino Stefano. Anche Gela-Eni è sotto
indagine mediatica per inquinamento, per il reparto Clorosoda, attivo dal ’71
al ’94. Si parla di 60 operai morti o ammalati, di 520 bambini nati malformati nel
2002 per ortaggi inquinati. E’ partita la class action nel 2006, l’indagine
della procura gelese nel 2008. Tempi lunghi come si vede, dal ‘74 ad oggi. Come
dice la pubblicità ed il genetista di turno, le questioni ambientalsanitarie
sono acroniche. Chi inquina (o l’abbia fatto mezzo secolo prima) uccide “le
generazioni che verranno”. L’ambientalismo accoppia mannaia del tribunale
politico e giudiziario con rimostranze e rimpianti tipici del luogo. L’Eni non
è la privata Ilva,; al momento più che la salute preoccupano le tre linee
fermate e la cassa integrazione da giugno per 400 dipendenti (10% del personale
impegnato). Come la Fiat con i suoi piazzali pieni, anche L’Eni lamenta 100T
milioni di inveduto. A Gela a parte l’Eni, si incontrano coppiette 40enni in
attesa di sistemarsi, gente con l’ombrellone da casa su kilometriche
fantastiche spiagge africane tutte libere, dove l’unico stabilimento malgrado i
prezzi stracciati non può competere con l’economico pesce spada, commerciato a
nero in baracche abusive in sostituzione di cappuccino, spaghetti e bistecca.
C’è anche il bar buono e quello dei mafiosi, di due clan di famiglie, prole
nutritissima, poverissimi, marioli fin da piccoli, che per sparatorie hanno
reso celebre il luna par sul lungomare e fanno il lavoro tipico della vera
mafia: body rental per i bisogni del mercato malavitoso che paga. Crocetta è e si
sente sindaco di tutto ciò, ecco perché sembra, lui ex dilibertiano, in odore
Udc. L’eterno candidato SeL e girotondino
Claudio Fava lo definisce in «continuità con Cuffaro prima e Lombardo poi». Più
che a difendersi per la dichiarata omosessualità. Crocetta dovrà guardarsi da
inquinamento, dissesto sociale vicinanza alle lobby. Lombardo, Orlando,
Crocetta, Miccichè, Schifani, Alfano, Musumeci sembrano tutti orfani di Cuffaro
il leader Udc condannato per mafia. La Sicilia ha numeri da paura, consumi
superiori per 2\3 al Pil, occupazione soprattutto pubblica diretta e no. Con la
crisi la disoccupazione è a 1,4 milioni, 35mila i posti persi nel 2012, 100mila
in 6 anni. Il governatore Lombardo se ne va con un buco da 6 miliardi e con il merito, agli occhi isolani, di
qualche altra miglianata di bisognosi nell’impiego pubblico. Le tre Sicilie, cosiddetta
Mafia, Antimafia, Grande Impresa, vestiti i panni Dc, Pdl, Udc, Mpa, Destra,
fino al Partito dei siciliani sono sempre lì a difendere un tenore di vita. L’appello
perché trovino una via d’uscita, non solo parassitaria, come fatto fin’ora, non
trova ascolto. Davanti a loro si alza un quarto profilo siciliano, cultore d’onestà,
giudiziario, apocalittico, antiproduttivo, che vede mafia e nemici dovunque. E’
il grande malato dell’isola, un tempo partecipe degli schieramenti e delle
istituzioni, che ha perso il contatto con la realtà; che male interpreta le
lotte dei giustizialisti del Nord, che vuole estirpare dai siciliani il
secolare senso di sopravvivenza, vietandogli modernizzazione, efficienza,
crescita produttiva. Si è insediato soprattutto a sinistra nella frustazione
decennale di colossali batoste elettorali, nella ricerca del processo del
secolo e nell’autoincensazione della lotta alla mafia; ma anche a destra, nelle
istituzioni, nelle procure e nelle corporazioni di categoria. E’ pericolosa
perché non ha nemmeno un Grillo nazionale di sfogo alla rabbia animale. Alle
comunali di Palermo la malattia punì destra ed un Pd pulitino, ma rimase
contenuta nel ritorno del maneggione Orlando. Questa volta l’Idv, in caduta
libera, tra i contrasti tra Fava ed il sindaco palermitano, non ne approfitterà.
Le zuffe tra l’ex rais Pdl Miccicchè ed il segretario Pdl Alfano destinato ad
uscire dal voto siciliano con le ossa rotte, discendono da trame finiane, dove
la Sicilia usa il presidente della Camera e non viceversa. Potrebbe anche
finire con tutti, Pd-Udc, Pdl-Destra, Mps, fermi al 15% e potrebbe vincere il
voto fantasma dei forconi, condotti alla condanna di ogni attività perché
mafiosa, di ogni produzione perché inquinante, di ogni autorità perché collusa,
nella pretesa di lavoro pubblico ad libitum. Un raggruppamento Mori di tutti nel
partito dei siciliani potrebbe puntare sull’esenzione fiscale assoluta, come
altre eurozone e chiudere con regione speciale e politica dai tribunali. Perché
non vinca la quarta Sicilia, l’antiSicilia. C’è tempo fino alla fine di settembre
Sicilia
| inviato da GiuseppeMele il 18/10/2012 alle 1:31 | |
18 ottobre 2012
Parodi(e)
L’incombere elettorale induce l’esecutivo a farseschi
ottimismi, conditi di annunci e di programmi promessa destinati a restare sulla
carta. Che le cose vadano bene ce lo mostra la Parodi che illustra in
pubblicità, il suo programma alla 7. La sua bimba le ha chiesto cosa farà
nell’emittente Telecom, lei dice del giornalismo. A noi resta la domanda della
figlia. E la certezza, che grazie a Mieli, la signora ha abbandonato Mediaset
per l’emittente che ancora scatena una antica Guzzanti contro Berlusconi con antiche
polemiche. Subito dopo, per la gioia di tutti, la pubblicità sempre della 7
della Parodi junior. Che si può fare? Niente, c’è stato il tempo delle Pivetti
politiche attrici, ora è quello delle Parodi. L’elettore vorrebbe poter votare
per togliere di mezzo le prime e le seconde. Questo tipo di riforma elettorale
non è né prevista, né possibile. Non c’è niente di più bloccato dei listoni
telesivivi. Li puoi scegliere solo in blocco. Spesso non conta nemmeno la
scelta. Nemmeno il crollo degli ascolti incide. Basta un nome, una telefonata,
un letto anche di antica data, un’amicizia antica, un’antica o nuova piaggeria
e voilà, ecco la maggioranza di nomi e cognomi, un circuito fitto di
ruffianerie e parentele. E soprattutto di donne, che per antica esperienza
italica, esportata anche ai massimi livelli nella storia, di tutto ciò sono le
regine. Parodi(e) di loro stesse
Parodi
| inviato da GiuseppeMele il 18/10/2012 alle 1:24 | |
22 agosto 2012
Muore il mito di Mandela
Come nel 1898 di Bava Beccaris, come nel Germinal di Zola, epos
dei minatori in sciopero, scritto 13 anni prima dei moti milanesi.
Presso le miniere della britannica Lomnin, in pochi minuti la polizia
sudafricana ha steso a fucilate più di cento dimostranti (34 morti e 78
feriti, oltre ai quasi trecento in arresto) con una potenza di fuoco ben
superiore ai cannoni ed alle armi del generale sabaudo che ci mise due
giorni per ucciderne 80 e ferirne 450. Si rivivono i moti e gli scioperi
sedati con le armi di due secoli fa. Lavoratori colpiti alla schiena
mentre fuggono, come nel ’60 per i 72 morti di Shaperville, uccisi dalle
autorità inglesi un anno prima dell’indipendenza sudafricana. A
Marikana, 80 km dalla capitale Pretoria, dove si estrae platino per il
terzo produttore mondiale, sono morti molti miti. Muore quello del
Sudafrica felix di Mandela che ha dato il nome a tanti luoghi ottimi e
progressivi in Occidente a partire dal Forum di Firenze. Muore il senso
dell’Ilo e le sue prediche sul decent work. Muore l’immagine del
sindacalismo mondiale ed europeo che non è riuscito a spiccicare una
parola sull’accaduto. Soprattutto muore la retorica dell’antirazzismo e
delle vuvuzuela, solo due anni fa profuse a piene mani durante i
mondiali di calcio, quando una incredibile massa di giornalisti sportivi
elogiava allo spasimo le immagini di un paese tetro, triste tra turbe
di bimbi da bidonville nella desolazione circostante. Guardavano e
raccontavano il contrario di quanto mostravano ad una platea televisiva
ubriacata dalla demagogia diffusa a piene mani. Certo, siamo in Africa,
dove per esempio un Gheddafi qualunque garantiva 4mila dollari mensili
ai libici, sulla base delle materie prime. Ricco dei minerali della
terra, come il Sudafrica, però ce ne sono pochi: prima riserva mondiale
d’oro (35%), platino (55,7%), manganese (80%), cromo (68,3%), titanio
(21%), silicati di alluminio (37,4%) e vanadio (44,5%), preponderante di
diamanti grezzi, 60 varianti per un valore di $2500 miliardi, sulla
carta 50mila annui a testa per sudafricano. Grazie alle materie prime,
come la Russia o il mondo arabo, Pretoria è entrata nei paesi emergenti
dei Brics. Fa impressione sentirsi dire dagli economisti che al paese
non basta la crescita del 2% del 2010 o 3% del 2011 per riequilibrare le
enorme differenze sociali. Fiore all’occhiello del progressismo
mondiale, il Sudafrica vanta sulla carta 50 comitati aziendali di
dialogo sindacale ed avanzate regole sociali, a partire dalla
contrattazione collettiva, esaltate nei convegni di Bruxelles. In realtà
se il paese ha da solo un terzo di tutto il reddito continentale, lo si
deve agli unici autentici ceti medi neri ed indiani d’Africa ereditati
dal passato. Mandela, a luglio 94 anni, il successore Thabo Mbeki,
famoso negatore dell’Aids, e l’attuale presidente Jacob Zuma hanno
creato uno dei paesi più violenti al mondo, che vanta 2 milioni di reati
l’anno, il top di sieropositivi e malati di aids del globo, una terra
dove i bimbi bianchi poveri non vanno a scuola per timore di stupro e
quelli ricchi di tutti i colori vivono in ville elettrificate e difese
come fortini. I primi atti dopo l’eccidio di Marikana sono stati
simbolicamente il divieto per i bianchi di diventare aviatori e la
condanna per l’ultimo degli esponenti di un gruppo bianco terrorista che
nel 2004 avrebbe pianificato l’omicidio di Mandela. Il richiamo
antiapartheid di Soweto non vale però; il Sudafrica è peggiorato
passando dalle rivolte per la libertà a quelle per lo stomaco e la fame.
Nel paese che vanta le massime differenze sociali al mondo, una
disoccupazione del 30%, l’aumento dei redditi del 4% è andato a
vantaggio di nuovi oligarchi neri e di una onnivora borghesia statale di
colore, nella fuga di mezzo milione di bianchi e nello strascinarsi di
altri 450mila, troppo poveri per scappare. Mangwashi 'Riah' Phiyega,
donna capo della polizia, mandata davanti alle telecamere a spiegare
che non c’era alternativa al massacro, mostra un tipico curriculum: già
capocomitato retribuzioni degli impiegati, di quello per la
ristrutturazione delle imprese pubbliche, dell’autorità portuale,
gestione del traffico e Fondo per l’Infanzia. Come dire: per tutto e di
più, meglio donna e nera. L’interpretazione popolare della propaganda
antiapartheid spinge i neri, esasperati dai drammi sociali, a nuovi
pogrom. Mentre a giugno metteva $2 miliardi nella raccolta dei $456
voluti dal Fmi per aiutare il mondo in crisi, il Sudafrica ha visto
scatenarsi la caccia a cinesi, bengalesi, somali ed etiopi i cui negozi a
Botshabelo, Thaba ‘Nchu ed altre località sono stati incendiati. I
bianchi poverissimi dispongono di 1200 rand mese, 80 euro, quelli
poveri, come i minatori neri, di 3000 rands, 400 euro. Nella crescita
del prezzo delle materie prime e nell’aumento della disoccupazione che
ha abbassato i salari sta la forbice. In barba alla negoziazione
l’inglese Lomnin minaccia di licenziare tutti i minatori. Cosa ha da
dire a riguardo l’inglese Guy Ryder, nuovo capo dell'Organizzazione internazionale del lavoro dell’Onu
già segretario dei sindacati liberi (Icftu), poi della Confederazione
internazionale dei sindacati (Ituc–Csi), insignito all’ordine
dell’Impero Britannico? Cosa il sindacato europeo Ces? Niente a quanto
pare. Niente proteste, siamo inglesi. Viva Mandela, siamo italiani.
Mandela
| inviato da GiuseppeMele il 22/8/2012 alle 7:18 | |
22 agosto 2012
La mission di Pini
Venuto meno ad agosto, il 75enne udinese Massimo Pini, nella
diaspora socialista veniva indicato come quello finito a destra. Per gli
altri era il socialista della mutazione, il craxiano non azzurro, ma
nero di AN. Nell’anno della morte di Mafai, del bombarolo di via
Rasella, delle madri di giovani uccisi da neofascisti, tutti ammantati
da gloria, enfasi e retorica, per Pini c’è stato poco rispetto. E’ stato
ricordato come uomo potente della prima e della seconda Repubblica in
Rai ed Iri, poi in Finmeccanica, come pontiere tra Mediobanca e
Ligresti, come ex marito della Boniver, come ultimo boiardo di stato per
Amato e Tremonti. Ha avuto però più potere Mafalda di Massimo; la prima
ha passato una vita a giustificare errori su errori; il secondo a
chiedersi del perché della vittoria perduta. Il Fatto e Dagospia hanno
rappresentato le esequie di Pini come un siparietto di socialisti
litigiosi, di assenti, di vip UniCredit presenti. Anche avessero voluto
farlo, con la Mafai non si sarebbero permessi. Ci sono giornalisti che
da un lato assillano i loro cari di falsa demagogia, dall’altro tengono
le tasche piene di fango per i nemici anche oltre l’esigenza ed il
bisogno tattici. Come i tanti che ancora parlano di cinghialone, Rizzo
sul Corrierone scrisse: ecco, un altro dei socialisti che cercano dopo
la diaspora del ‘93 con ostinazione di tornare a galla. Prendeva Pini
per socialista perché aveva le sue medaglie al valore, i suoi bravi
arresti di Tangentopoli (inchiesta edizioni Cosmopoli ’94). Pini però
non era mai stato iscritto al Psi. Non socialista ma craxiano e la
differenza non è da poco. Il Pini, amico di La Russa, o consigliere di
Moffa presidente provinciale romano, come i Robilotta ed i Battilocchio
eletti grazie al sostegno determinante di Storace, pongono problemi che
l’assassinio fascista di Matteotti, cui plaudì anche Gramsci,
immancabilmente risveglia. Anche i missini tiravano monetine a Craxi
sotto lo sguardo benevolo e tifoso delle tgiste rai3 oggi in tailleur,
ieri pasaradan. Spesso taluni liberali rivelano anch’essi un odio per i
socialisti, inferiore solo a quella dei radicali che a Bettino seppero
solo consigliare il carcere, loro che hanno sempre voluto tutti fuori.
Che dire dei leghisti che pure per anni hanno avuto i voti socialisti
del nord. Sono i dilemmi che furono del socialista filo colonialista
Labriola, del socialista storico Landolfi, delle giravolte tutariane fra
le due guerre, del filo fascismo di Tasca, ultimo segretario Psi con
Saragat prima della guerra, quando i due misero in minoranza Nenni.
Dilemmi per converso degli Accame e degli Alemanno, ammiratori di
Bettino. Craxi privilegiava il Risorgimento alla Resistenza; non a caso
il primo interruppe la guerra fraticida guelfoghibellina, la seconda la
riprese. In famiglia il filone del socialismo tricolore fu la prima
scommessa di Stefania, con Roberto Chiarini, che si divide tra
presiedere studi su Craxi, Turati, Mancini e sulla RSI. Pini era parte
del nazionalismo socialdemocratico, se non solo democratico, cui non si
volle e si vuole dare un legittimo spazio. Il mutante D’Alema, lui sì
mutante, rimasto coerente, nel rifiuto della socialdemocrazia, ha
ragione quando sostiene che il riformismo, di cui ancora ci si riempie
la bocca, era già morto prima della nascita del Pci. Il riformismo morì
con la belle epoque, poi ci furono solo i massimalisti, i pattisti, i
lombardiani, i radicali ed i vendoliani, da una parte, e dall’altra i
dirigisti, i socialfascisti, i liberalsociali, i craxiani. Tutti
definiti socialisti, nome che nel mondo è la Cuba di Fidel, ma che in
Italia significa l’opposto. Nessuno, nemmeno i missini, nel dopoguerra
era all’epoca così anticomunista come i seguaci di Saragat e Mondolfo,
ai quali si erano uniti ex trockisti, ancora più inveleniti con i figli
di Stalin. L’unico giornalista, che diceva la verità in faccia a
Togliatti era il socialdemocratico Mangione. Perciò sul Psdi calò un
permanente martello di accuse, condotto dal circo mediagiudiziario, di
una pre Mani Pulite, che lo distrusse con lo scandalo Tanassi ’74.
Allora scioccamente il Psi ne gioì pensando di occuparne gli spazi.
Perciò i laici e socialdemocratici di Critica Sociale, Parravicini,
Ferrara e Caleffi non si fidavano dell’aiuto di Pini quando la loro
rivista nel ’75 precipitò nella seconda chiusura per mancanza di mezzi
dopo quella del ’26. Si ricredettero: Pini era come Craxi, uomo di
socialdemocrazia patria; non ripetè l’esperienza dei massimalisti che si
impossessavano del patrimonio culturale di destra socialista per poi
regalarlo al Pci. Per incarico di Bettino, il Nostro trovò gli
inserzionisti (Mondadori, CBS Sugar, la Cariplo, Edilnord) e la sede
provvisoria presso uffici di Berlusconi, poi sostituì il direttore
Grimaldi con Intini. A deludere è la CS di oggi che da una parte
ringrazia in pompa magna Pini, e dall’altra lo tradisce sostenendo
Formica ed i serratiani odierni in odio ai socialisti patriottici. Pini
era tenace; non come Stefania e Sacconi che ripresero per un solo
annetto senza convinzione, Cuore e Critica, primo nome della rivista
turatiana del 1891. A buon diritto Pini si disse il biografo necessario
di Craxi, Le sue 700 pagine di quotidianità ed esaltazione di un uomo
che volevano uccidere, vilipese come pura esegesi, sono destinate nel
tempo ad apparire vere, bandiera laica, cattolica, liberale e sociale
del mondo non comunista e contrario ai poteri forti. Inutile cercare
simboli all’estero in Reagan o la Tatcher, l’icona unica della destra
sociale, del realismo laico e democratico patriot è solo Bettino, la sua
difesa del capitalismo privato e del mix pubblico privato di Enimont.
La lezione di Pini mostra la prospettiva generale della nostra storia:
la colpevole ammuina prima di azionisti, pattisti, repubblicani,
radicali, da Valiani a Vattimo; poi la confusione odierna dei liberali e
rigoristi di sinistra e delle improvvisate estive di Giannino; fumogeni
dove nascondere le accuse di Lombardi di mutazione malata del Psi, o di
socialfascismo di Tatò. Invece no, non si tratta di stare a galla ad
ogni costo. Pochi liberali e socialisti, si dividono la scena, a destra
come a sinistra, perché sono gli unici che sappiano leggere e scrivere;
tra loro i Giannino per vezzo e per timore di perdere cattedra o
rubrica, cercano di nascondere l’identità profonda. Popoli di ex
missini, moderati, nemici dello Stato invadente, corporativi vagano
senza un mission; a dargliela, semplice, immediata, sta l’eredità di
Pini, rifiuto delle ideologie o loro stravolgimento, il suo nazionalismo
democratico e gollista. Qualcuno strillerà di socialfascismo,
fateglielo dire; sono 50 anni che ci imbrogliano con gabbie di nomi e
scandali strategici. Il nostro declino sta ab initio, lì, nella paura
dei nomen.
Massimo Pini
| inviato da GiuseppeMele il 22/8/2012 alle 7:16 | |
22 agosto 2012
100 membri di solitudine
Pedica (chi era costui?) ha chiesto l’apartheid per i 100
parlamentari da decenni al vertice della rappresentanza. Pedica
dell’IdV, eletto per magnanima decisione dell’ex magistrato capopopolo
Di Pietro, sembra ed è un democristiano, già CCD, cossighiano, ulivista,
mastelliano, buttiglionesco. A suo paragone Razzi e Scilipoti sono
aristocratici. L’espressione, la favella, il gesto, lo sguardo, la
triste imitazione del capo del momento ne indicano il vuoto assoluto.
Siamo alla rappresentazione massima della partitica per mera occupazione
del tempo. Tutti dovrebbero essere disposti a pagare ai tanti
perduchiani e famiglia, vacanze briatonesche pur di evitare danni
peggiori. Purtoppo il Zentrum italico è soprattutto fatto da gente così
che deve sistemarsi ad ogni costo e anche molto bene. Non è da prendere
in considerazione la cattedra da cui viene la predica, né è corretto
fare di tutt’un’erba un fascio. Si può stare in Parlamento se nei
decenni si mantiene un sincero consenso; starci da 20 anni vuol dire
superare la prova di diversi sistemi elettorali; significa appartenere
fortemente ad un sistema cooptante quale sono quelli di tutti i sistemi
partitici di questo mondo. La Turco e la Finocchiaro da 25 anni,
Mannino da 24, D’Alema da 23, Bossi da 21, Maroni, La Russa, Cicchitto,
Giovanardi , Gasparri, Calderoli, Castelli, Marini da 20, la Melandri,
la Bindi, Berlusconi, Baccini, Veltroni, Giulietti alias partito rai,
Stefani, Buttiglione, Tremonti da 18 hanno consenso. Matteoli da 29
anni, i leccesi Poli Bortone da 22, Patarino da 20, Costa da 18,
Landolfi, il milanese De Corato, il cattolico Mazzocchi, il comasco
Butti da 18 hanno dalla loro l’elettorato missino. Sul voto siciliano
si basano Nania da 25 anni, l’aennino Battaglia, la Prestigiacomo e
La Loggia da 18, Schifani da 16. Inutile ironizzare sul Gattopardo che
resta amara realtà: D’Ali’ ha ereditato il posto del nonno Giulio, già
senatore del Regno. Anche il ministro Patroni Griffi d’altronde è, come
Totò, principe di Costantinopoli, per discendenza materna. Se quasi
tutti i direttori di giornali sono figli di papà, perché non dovrebbero i
politici? Finché vivrà Fassino, la moglie Serafini rimpinguerà i 20
anni di legislatura. Non è colpa dei coniugi, ma dell’elettorato Pd, che
se glielo dicono i capi, votano anche per i Treu da 16 o i Morando da
18 anni, malgrado questi abbiano posizioni antitetiche ai postpiccisti.
Anche i quasi 20 anni di Rutelli, deputato di quattro bandiere, sono
dipesi dall’ingenuità del voto di sinistra. I 28 anni, ministeri
inclusi, del siciliano Vizzini, passati tra Psdi, Psi, Pdl, nuovo Psi ed
infine Udc dall’ingenuità di destra. Casini, deputato da 29 anni, senza
Forlani, Berlusconi ed i siciliani la prossima volta potrebbe fare
fatica; dovrà ricorrere al sostegno di Mieli e dei poteri forti. Anche
Fini rischia di porre fine ai suoi 29 anni di presenza parlamentare come
i seguaci Napoli e Menia ai loro 18. L’ex leader Msi si tira ancora
dietro un 2% che gli potrebbe far evitare la fine di Segni. Fine che
vede vicina il decano Pisanu, non sazio in 38 anni di ministerialità Dc,
Fi e Pdl, in cui non ha neanche imparato una corretta dizione italiana.
L’elettorato di destra non ha contestato al Nostro, Cavaliere di San
Croce, gli affaire P2 e Calciopoli; difficile ora che gli perdoni i
complotti anti Berlusconi svelati da Wikileaks. Valentini del Pdl merita
i suoi 18 anni anonimi per avere un giorno difeso la caccia. Valducci
in 18 anni e Leoni in 16 sono stati premiati come fondatori di Forza
Italia e Lega, dopo di ché stop, nulla di pervenuto. Anche Colucci, in
33 anni, eletto dai socialisti prima e dai berlusconiani dopo, ha
brillato per stima al vertice, nell’assoluta insipienza degli elettori
di cosa abbia fatto, ma è restato al suo posto. I 16 anni di Dell’Utri
dipendono dalla magistratura che ne ha fatto simbolo della persecuzione
politica. Quelli di Dini dalle stranezze dei governi del Presidente;
Follini invece li deve al premio per i tradimenti. Mario Tassone, in 34
anni, da Dc ha governato con Craxi e Fanfani, ha militato nei cattolici
di destra, poi ha seguito l’evoluzione montista dell’Udc. In trent’anni e
più solo un’opinione, il plauso alla Scentology di Cruise: mah, un bel
rebus. Come ha fatto in 25 anni il cuneese Delfino a fare il
sottosegretario sia con D’Alema che con Berlusconi? Il simpatico
Calderisi, l’esperto di riforme elettorali, per non avere un voto sulla
carta, ha fatto un quarto di secolo di legislatura, metà da radicale
metà da berlusconiano. Del suo ex gruppo, uno fa il capogruppo per
Fini, uno insegue un nuovo partito liberale contrario a tutti i partiti
ed un terzo punta ad un cambio di leadership forse nel Pdl, forse
chissà. Li voti da cattolico, te li ritrovi mussulmani. La Bonino
tignosa e stimata dalle persone autorevoli, i suoi 21 anni li ha basati
sulle follie pannelliate, su un incarico europeo made in Berlusconi, uno
di governo made in Prodi e su una coalizione che l’ha eletta che si
chiama (tenetevi forte) Pd-Idv. Miracoli da volontà alfieriana che
permette alla Nostra di dettare legge a colleghi con tanti voti veri. Si
sa, quando si ha la ragione dalla propria, non c’è democrazia che
tenga. Il siciliano Urso era un miracolato con il Msi, per miracolo ha
fatto il ministro, ci ha lasciato una fondazione per il design, ha
cercato di far cadere il governo di destra ed ora è tornato da Alemanno
che lo miracolerà di nuovo: voilà 18 anni, è vero che in alto qualcuno
li ama. Qualche volta poi si va avanti anche senza amore. Si pensi a
Giorgio La Malfa che deve i suoi 38 anni a papà Ugo ed al trucco di
usare voti di destra per poi passare con i dalemiani. Il Parlamento è
regno di burocrazie, procedure, attività anonime da peones. Anche VITO
con 20 anni, Martino con 18 Baldini con 17 o Pera con 16 rischiano di
naufragare in questo mare magnum. L’elenco dei cento veterani conferma
che è demagogico parlare di “nominati”. Chi c’era con il proporzionale è
rimasto anche dopo. Il listone però evidenzia due cose: il numero
complessivo degli eletti è troppo grande, da ridurre da mille a qualche
centinaio. Poi, è inammissibile mantenere il seggio dopo avere cambiato
partito. Che è poi il tradimento dell’unico rapporto vero tra elettpo e
voto .
parlamento
| inviato da GiuseppeMele il 22/8/2012 alle 7:12 | |
22 agosto 2012
Il non problema della salute
Tra disastri, scandali, spread, batticuore sociali ed economici,
solo un dato brilla intenso, vivo e quasi unico. L’Italia considerata
tutta anomala e storta dai suoi stessi protagonisti, dirigenti e gregari
è un luogo altamente salubre per la sopravvivenza umana. Si incrementa
senza tregua la lunghezza media di vita e si muore sempre più tardi.
Sarà un problema, certamente, come sostiene il Fmi. Sarà dovuto ai
difetti insiti nell’umanità che si pasce delle peggiori cose,
industrializzazione, postindustrialiazzazione, finanziarizzazione,
tassazione, Fornero e Gerit. Non c’è suicidio economico che tenga. Non
c’è strage delle donne del lunedì mattina, del sabato sera e della
domenica pomeriggio che tenga. Nemmeno l’elettrosmog, il consumismo, il
traffico e le morti sul lavoro possono farci niente. A nulla servono la
crescita di coppie omosessuali, la minore prolificità, la fuga dei
cervelli. Si è sempre più anziani e lo si è sempre più a lungo. La
speranza di vita media in un lustro si è alzata di un altro anno ed ora
sta a 78,8 anni per gli uomini e 84,1 anni per le donne. Non solo si è
ridotta la mortalità malgrado gli shock degli esodati e degli errori
ospedalieri, malgrado le malattie degli immigrati e gli zingari, ma
addirittura in 30 anni si è dimezzata, e non solo quella adulta ma anche
quella infantile. Così superati i 60 milioni, il 20,3% degli abitanti
ha più di 65 anni. Tre o quattro spending cut totali, il dimezzamento
degli ospedali ed il taglio della metà della spesa sanitaria per un anno
o due non ci farebbero tornare nemmeno alle medie degli anni ’90.
L’Italia ha tutti i problemi del mondo, più il loro raddoppio per
cervellotica ricerca autodistruttiva. Tranne uno, la salute. Si prenda
la Puglia. La Puglia di Vendola, di Fitto, di Banfi, di Zalone. Sesta
tra le regioni italiane, ha una speranza di vita maschile superiore alla
media italiana, quasi 80 anni (79,6 anni). In dieci anni di
amministrazioni di tutti i colori, d’invasioni albanesi e balcaniche, di
sprechi di risorse europee, di Ilve, la percentuale di individui di 65
anni e oltre è aumentata dal 18,4% al 20,3%, quando nel Sud resta al
18,3%. Di più, i grandi anziani, oltre i 75enni sono la metà della
popolazione anziana e quasi il 9% di tutti i residenti. Quando si dice
che intorno a Taranto l'incidenza della mortalità ha superato il 30% in
più rispetto ai territori limitrofi, non solo si fa una stima storica
che guarda a 10 e più anni fa; soprattutto si gioca sulle percentuali. i
numeri assoluti parlano di decine in più rispetto ai milioni. Anche
qui, il sud ha tutti i problemi del mondo, più il loro raddoppio per
cervellotica ricerca autodistruttiva. Ma non quello degli anziani. Ce
n’è un gran numero. L’unico problema è che a questo gran numero bisogna
pagare una pensione. E per pagare loro una pensione, qualcun altro, non
anziano e non pensionato, deve lavorare, produrre e guadagnare. Che
l’Italia sia tra le nazioni più longeve alo mondo lo si deve al debito
pubblico che, nello spreco, ha innalzato il welfare. Lo si deve anche a
quel particolare difetto italico che in qualunque circostanza cerca di
proteggere le proprie coronarie, anche a dispetto del bene pubblico,
della responsabilità, dell’eroismo e dell’etica. Difetto che è
condannato da chi comanda ma che dall’alto di tremila anni di storia è
popolarmente sentito come gran pregio. Che la Puglia invecchi, invece è
dovuto al fenomeno generale della continua emigrazione meridionale
interna giovanile. Da dieci anni la popolazione non cresce, ferma a 4
milioni e 11 mila giovani pugliesi l'anno vanno al Nord, parte di quei
dodici laureati meridionali su mille che partono e non tornano.
Paradossalmente come spiega l'Ires (Istituto ricerche economiche e
sociali) di Puglia, finanziamenti, fondi europei Por, e borse di studio
hanno agevolato l’emigrazione; di quasi 14mila giovani pugliesi
laureatisi al Nord con soldi regionali, più dei diecimila diplomatisi a
casa, nonostante l’enorme crescita accademica locale. Si è detto che la
formazione siciliana è un affare di famiglia. Quella pugliese invece,
dice il suo Ires, produce un saldo negativo in ‘‘Capitale umano,
mobilità geografica e sviluppo economico'', amplificato dai 20 milioni
di euro spesi inutilmente per far tornare i laureati in Puglia. Questo è
il landscape su cui si proietta l’ombra della vicenda dell’Ilva di
Taranto. Non c’è spirito laico e libero, non c’è persona di buon senso
che non possa rimpiangere i soldi della fiscalità generale non spesi ma
sprecati in università, progetti, centri studio, assessorati, e diciamo
anche regioni, inutili. Lo stesso Ires, una volta lettosi, non potrebbe
che auspicare la propria soppressione; in effetti quando l’istituto
auspica di “trattenere il capitale umano locale e ricevere quello
proveniente da fuori” non si capisce dove mai dovrebbe indirizzarlo. Un
posto ci sarebbe, si chiama Ilva, ma l’Ires non può più indicarlo.
salute
| inviato da GiuseppeMele il 22/8/2012 alle 7:4 | |
22 agosto 2012
Di cosa tratta Cinecittà
Cinecittà è da più di un mese occupata dai suoi. 230 lavoratori in
sciopero. In un paese che perde 1000 posti di lavoro al giorno, è la
solita protesta contro l’esternalizzazione, la divisione delle
maestranze in piccoli gruppi passati in varie società, preludio alla
chiusura delle attività. I trasferimenti di rami d’impresa, per i più
sono ordinaria amministrazione che non contempla licenziamenti. In Wind
però una grossa esternalizzazione è stata bloccata anche con
l’intervento di questo governo. Le polemiche sulle reali intenzioni
abbondano nella strutturale sfiducia tra le parti. E qui c’è di mezzo Cinecittà, il marchio degli storici 22 teatri di posa romani sorti nel 1937, la storia del Cinema italiano di Fellini e Visconti, di 3000
film da Francis Ford Coppola a Scorsese, di 47 Oscar e 90 candidati.
Cinecittà, e non Roma, è il cinema italiano nel mondo. Negli Usa è il
set di Ben-Hur, Cleopatra e di Gangs of New York.
Le sue sorti sono in mano al Grande Ufficiale Luigi Abete, figlio di
editori beneventani. Più che imprenditore, un rappresentante
corporativo: presidente dei giovani industriali, di Confindustria, della
Luiss e dell'UIR, degli Industriali romani. Onnipresente, dalla grande
farmaceutica all’Abi, allo sport, la famiglia Abete, in politica senza
essere coinvolto dalla partitica, è sopravvissuta a qualunque tempesta.
Non è un produttore, Luigi ma un grande mediatore, un problem solver
come quando, erede di Nesi, ha venduto Bnl, rimanendone presidente, a
Parisbas. Vero membro dell’Aspen Istitute, non ha nemici né a destra né a
sinistra, braccio a braccio fino alla fine con Geronzi per dividersi
giusto in tempo per l’assoluzione per sé e la condanna per l’altro.
Stava quasi raccogliendo la candidatura a futuro sindaco di Roma, quando
gli è arrivata tra capo e collo la pietra di Cinecittà. Fu Ciampi ad
affidargliela. Lo Stato, che già ha in carico l’industria culturale alla
Rai, voleva solo liberarsi di un brand così ingombrante. Malgrado gli
sforzi, il 100% di 10 ettari di terreni, piscina all'aperto da 7000 m²,
studi e teatri di posa sono ancora del MinSviluppo mentre il MiBac
detiene il 20% degli Studios. Giolittianamente, il timido Ornaghi e
Passera si sono trincerati dietro la richiesta di cessare l’occupazione,
lasciando il prefetto a pretendere i tavoli di colloquio. Forse
l’occupazione non aiuterà le sue maestranze, ma certamente ha salvato
enti a latere come il Centro Sperimentale di Cinematografia, l'Istituto
centrale per i beni audio e la Cineteca nazionale, che dovevano essere
chiusi dalla Spending Review e sono stati salvati dal clima di
mobilitazione. Nel ’97 i Cinecittà Studios vennero affidati al gruppo
IEG - Italian Entertainment - di Abete, partecipato da Della Valle, De
Laurentiis, Haggiag e per il 20% dal MiBac. Abete in realtà affittò ciò
che non poteva comprare, con una spesa da locatario di 30 milioni in 15
anni. Per l’impegno che sgravava di costi il Fus-Fondo unico per lo
spettacolo- Abete ottenne di essere liberato dall’Istituto Luce
(Cinecittà Luce Spa) e dai suoi 120 dipendenti. L'archivio (150 film,
documentari e 200 contenuti Tv) è finito su tre canali IPTV Telecom
Italia, il resto fuso nel Ministero che si è preso la mission della
promozione. Scrive il conservatore Washington Post: “Cinecittà, da
assoluto monolite statale del cinema, è divenuto un gruppo di piccole
società specializzate più agili” che doveva, con le abilità dei
lavoratori, richiamare i registi stranieri, “dopo che il cinema italiano
era stato moribondo per lungo tempo”. Ora però questo cinema non sta
così male, anzi; nel 2011 ha toccato il record di 155 film. Ad
agonizzare è solo Cinecittà dove sono stati prodotti solo 8 film e 6
show Tv. Per il suo piano d’edilizia, Abete contava sulla confusione dei
flash d’agenzia su Cinecittà: Cinecittà sull’IpTv Telecom; Cinecittà e
gli accordi con Google;Cinecittà museo ed ora parco. Malgrado gli sforzi
delle addette PR istituzionali, Carole André (l’interprete Rai della
Perla di Labuan) e la 35enne Désirée Colapietro Petrini,
sono stati gli americani (Benjamin Gottlieb Washington Post, “Cinecitta
workers resist plans for hotel, theme park at acclaimed Rome film
studio”) a fare un quadro impietoso del management: giri interni di
fatturazioni, risultato operativo basso, sotto i 20 milioni, 4 milioni
di debiti corrispondenti quasi del tutto all’affitto degli stabilimenti,
film sulla Toscana fatti in Argentina, prezzi alle stelle di camerini e
servizi base, fuga dei produttori in Bulgaria, Romania e Serbia, ed
infine “l’oltraggio di trasformare gli studi di Cinecittà in sfarzosi
hotel” e la “ reazione di alcuni dei più abili artisan,
scenografi e costumisti del cinema italiano”. A Roma l’occupazione sulla
Tuscolana può perdersi in una ridda di sit-in permanenti, vecchi e
nuovi tra cui quelli dell’Istat e del cinema Maestoso. Il brutto
edificio sulla Tuscolana tra asfalto bollente, centri commerciali, call
center e raccordo autostradale che all’interno racchiude i sogni di Roma
antica, western, Colosso di Rodi e America anni ‘30 è un parte del
venerabile cinema europeo. L’occupazione, lo stato di abbandono, anche
l’incendio del famoso Studio 5 di Fellini, non avrebbero toccato Abete
più di tanto se non avessero prodotto le critiche Usa dove la lotta è
stata accostata all’“Occupy Wall Street”. Si può ben dubitare
dell’efficacia di un investimento da 600 milioni per il “Cinecitta
World” a Castel Romano (con 52 lavoratori passati alla nuova Cinecittà
Allestimenti e Tematizzazioni) dal punto di vista di Hollywood dove
l’analogo parco a tema viene sempre rinviato a data da destinarsi ed il
Theatre della cerimonia degli Oscar ha cambiato nome da Kodak a teatro
Dolby per il fallimento della casa fotografica. Il grande mediatore non
si è potuto nascondere dietro il grande mercato globale del
divertimento. Ha manifestato nervosismo in paginate giustificatorie a
pagamento da 25mila euro l’una di fine luglio su Repubblica, Corriere e
Messaggero ed è infine esploso in una apposita conferenza stampa,
minacciando di cacciare 50 persone, “Andate a vedere come funzionano gli
impianti internazionali”. Secondo il Nostro, che rilevò la ruota del
ParkEur per chiuderla per sempre, funzionano soprattutto con
accomodation che soddisfino le troupe straniere, per esempio con un
grande albergo con parcheggio e centro fitness presso il teatro 9. Il
rilancio ed il risparmio di $200 milioni il presidente di Cinecittà
Studios li immagina nel taglio, più che del lavoro, delle attività: a
parte quella del Cat, la post-produzione con 90 lavoratori (Cinecittà
Digital Factory) passata alla multinazionale inglese Deluxe ed il
settore mezzi tecnici tv con 6 alla Panalight. Abete, costretto dagli
eventi, ha difeso il 1° agosto alla Commissione Cultura del Senato con
energia il cambiamento strutturale di Cinecittà. Solo il fatto di avere
vantato 60 milioni di investimenti in 3 lustri sarebbero stati
sufficienti per dimostrare che non è un imprenditore. Pian piano è
partito il pellegrinaggio in difesa del brand per lo storico sito di via
Tuscolana: sono venuti i segretari sindacali, prima Angeletti, poi
Camusso, persone di Polverini, Alemanno e Zingaretti, poi studenti,
centri sociali, anche le Botteghe Storiche di Roma a esprimere
solidarietà. il presidente del municipio ha spronato i lavoratori a
fondare una cooperativa. Sel, Idv, pezzi del Pd, Fabio Rampelli e Marco
Scurria (Pdl) delle commissioni cultura dei parlamenti italiano ed
europeo hanno cercato di mettere il cappello politico sulla vicenda.
Tutti concordi con Angeletti:”Cinecittà è come Fiat e Finmeccanica:
segna il livello produttivo italiano. Non può essere abbandonata perché
ci rappresenta nel mondo come la Ferrari”. Buone volontà ed auspici per
cose diverse, produzione, tutela e formazione, fatte da soggetti diversi
che spesso con i lavoratori a rischio non c’entrano. Non si risponde
al paradosso di un cinema come quello italiano, che fattura più di 4
miliardi (solo nel Lazio 2,8) e vive insieme le occupazioni di sale e
teatri per paura che tutto si riduca a edilizia e centri commerciali. 4
miliardi non sono male rispetto agli 11 dei 5 colossi (Paramount,
Universal, Disney, Sony Pictures e Warner Bros) di Hollywood o dei 12 di
Bollywood (Gimmicks Productions, Cinedreams Adlabs, BR Films, Mukta
Arts, Rajshri Pictures, Yashraj), della Cina che cresce alla media del
35% o dei 500 milioni del nigeriano Nollywood. Nel mondo globalizzato
tutti fanno cinema e lo vendono a tutti. Tra rete veloce, satellite e
digitale terrestre mai si è avuta un’epoca di così grande fruizione di
fiction ed audiovisivo. Il film settimanale di famiglia si è trasformato
nelle decine di prodotti visualizzabili e consumati da adulti e bambini
alla settimana se non quotidianamente. Il consumo avviene più in Tv che
al cinema; ma anche la tv viene ora sorpassata dal digitale: il
computer per ora, poi toccherà a tablet e smartphone. Le produzioni Usa,
indiana, cinese trasbordano dovunque ed in tutte le forme, il grande
cult movie, il racconto territoriale, storico, il serial fino a tutte le
varianti miste tra realismo spicciolo e intrattenimento pomeridiano. Il
cinema mondiale è ovunque finanziato dal sostegno pubblico, che in
Europa vale 2 miliardi, in Francia tramite lo storico Cnc 750 milioni.
Il nostro Fus eroga 76 milioni, ma bisogna tenere conto della scoperta
italiana della dimensione piccolissima regionale. Ogni territorio ha una
Film Commission per attrarre produzioni; solo il Lazio, dotatosi a
marzo di una nuova legge sul cinema, spende 50 milioni in un contesto
che, si dice “non avrebbe bisogno di incentivi” e nel quale a detta
dell’assessore alla cultura Fabiana Santini comunque "Cinecittà non è di
competenza della Regione". Un altro milione se ne va per mille
minirassegne dei comunelli dell’entroterra. 22 Cnc regionali, oltre i
rispettivi Filas e Unionfidi, pesano centinaia di milioni, sono
costosissimi oltre che controproducenti, finanziando localmente film
magari girati nell’estero limitrofo. L’aiuto locale poi confonde
produzione con gli innumerevoli festival, una partita di giro che
distrugge e non costruisce. Finanzia pubblicamente la pubblica RaiCinema
che diventa spietata concorrente e non partner strategico. Le tlc
francesi con 40, le sale con 130 e gli operatori Tv con 530 milioni
restituiscono al Cnc quasi tutto l’aiuto. Non che tv, tlc e sale
italiane non paghino tasse; semplicemente i soldi non tornano nel
circuito (così alle 1744 sale italiane con 3817 schermi tornano solo 8
milioni). C’è poi il tabù della sala: il cinema di qualità, viene detto,
è solo in sala ed all’uopo sta avvenendo la megatrasformazione degli
schermi in 3d. Nel mondo 2011 (Motion Picture Association) le sale
incassano $32,6 miliardi e l’anno scorso negli Usa si è registrato il
peggior risultato dal ’95, solo 10,2 miliardi (-5%) per 1,28 miliardi di
biglietti. La sala è piena di divieti e di etiquette, con biglietti che
costano l’80% rispetto a vent’anni fa e che costeranno di più per la
digitalizzazione. Risultato: l’occidentale i film li guarda a casa sul
pc, spesso scaricandoli gratis. Quello della sala è un mito inutile
difeso fino all’ultimo, come fino all’ultimo è stata tenuta la trincea
della pellicola finchè non ha chiuso anche Technicolor. ma anche
continueranno a occuparsi del settore. Un mito difeso anche male quando
l’europarlamento rifiutando, per la prima volta nella sua storia, un
trattato internazionale, quello sui diritti d’autore (Acta), nei fatti
dà via libera al free download. D’altronde solo ora l’editoria si
accorge che con i DMR – i software di sicurezza- si avvantaggiano solo i
grandi monopolisti, Apple e Amazon. Gli incassi delle sale italiane
superano i 100 milioni, una quota piccola del fatturato di settore. Il
cinema mondiale non si ferma alle 7400 sale del globo ma vive del giro
industriale dei diritti tv, web, marketing, delle sponsorizzazioni
dirette, dei gadget, dei dvd e ogni altro supporto, e della pubblicità
che solo in Italia vale 60 miliardi. Nei giorni della morte di
Niccolini, re dell’effimero, ancora si misura quanto sia sbagliata la
sua ricetta, vera nemica dei lavoratori di Cinecittà: localismo spinto
all’estremo, finanziamento del consumo, non della produzione,
esaltazione delle caste familiari culturali, rifiuto del trend
tecnologico in favore del pane et circenses dei festival. Frutto di quel
mondo è anche l’insopportabile unidirezionalità ideologica degli autori
italiani che malgrado i flop al botteghino trattano sempre di
complotti, povertà e caimani e non sanno trovare un solo spunto positivo
in un paese leader in tanti campi. In un mondo che va verso i 50
miliardi di cineproduzione mondiale, nella copiatura e distribuzione
libera digitale, quanto serve è finanziare solo ciò che leghi tutta la
filiera digitale e del cinema, offrire a tutti risorse digitali di
produzione e di postproduzione per invogliare i talenti, intervenire a
livello nazionale e continentale. Esattamente l’opposto di quanto
avviene, mentre ci si bea della visita guidata con navette al museo
vivente di Cinecittà. E’ la Rai che dovrebbe usare le competenze di
Cinecittà, non come un peso ma per crescere in una produzione ora chiusa
nel suo provinciale. Il governo, da Ciampi a Passera, non dovrebbe
disfarsi dai problemi ma affrontarli. Né ci sarebbe niente di male
nell’ammettere che un grande mediatore non sia all’altezza delle
difficoltà imprenditoriali. Qui interessa fino ad un certo punto la
questione occupazionale, poiché di mezzo ci va una più grande, quella
della capacità e della volontà produttiva. Il cinema prodotto sostiene
la cultura dell’intrattenimento e non il contrario.
cinecittà
| inviato da GiuseppeMele il 22/8/2012 alle 6:56 | |
22 agosto 2012
Occupare non logora
Sulla gestione Alemanno, piove già da tempo a catinelle da
ogni dove. Anche da destra spesso per i motivi più sorprendenti e che
meritano approfondimento in altra sede. Per tutto l’ampio arco delle
sinistre capitoline, aprioristicamente, non può esserci rispetto per gli
esponenti di destra giunti al vertice istituzionale; questo già
indurrebbe a proporre loro una dovuta formazione sulla partecipazione
democratica. Purtroppo spesso anche in aree centriste e cosiddette
liberali si condivide lo stesso atteggiamento. Roma resta molto
condizionata dalla forza dell’area comunista, che nel suo insieme vale
il doppio rispetto al dato nazionale. Sfrattata dal voto in quasi tutte
le istituzioni, quesst’area non ha trovato solo rifugio presso gli
assessorati della Provincia, ma anche in suo mondo alternativo che
celebra un’altra economia, un’altra vita, un’altra cultura ed un’altra
arte. Pagati sempre dai soliti soldi. Il Teatro Valle occupato ormai da
un anno, a forza di 15 euro a spettacolo, esentasse ed esencontributi,
con il sostegno di strutture culturali pubbliche di altre regioni è
l’ultimo esempio, il fiore all’occhiello di un mondo che deve essere
mantenuto da tutti che lo vogliano o no. Il teatro degli orrori e delle
burocrazie, paradossale ed inconsciamente autobiografico titolo della
sua nuova stagione, è sbocciato sul mondo della più impressionante
concentrazione (accanto a quella uguale e contraria delle forze
dell’ordine) di centri, luoghi e case occupate, vanto di una Roma hard
to die. Famiglie, extracomunitari e centri sociali hanno occupato
dovunque e comunque, tranne, sembra, che nei municipi XVI, XVIII e XX.
Indagini molto a campione ed alla carlona dell’istituzione capitolina
buttano giù facilmente un centinaio di luoghi, tra i quali non c’è per
esempio il Teatro Volturno occupato ormai da un decennio, dopo il
fallimento di una società Cecchi Gori e dove un minitentativo di
sgombero provocò un anno fa immediate assemblee e mobilitazioni. Il
movimento Action che ha anche un bel sito web e che ultimamente ha anche
temporaneamente occupato l’ambasciata spagnola in nome della Rete di
solidarietà con Lander Fernandez, è il più attivo: occupa via Vittorio
Amedeo II (proprietà del Comune), via Carlo Felice, (Bankitalia) nel I
Municipio, l’ex ispettorato del lavoro di via de Lollis, via Decreti nel
II municipio, una scuola media in viale Castrense (Conte Vaselli) nel
IX Municipio, un magazzino Atac in via Lucio Sestio; via Erminio Spalla
nel X vicino alla sede del centro culturale Imago. E’ vero che ha dovuto
cedere allo sgombero forzato dall’ex ospedale Regina Elena (Regione) di
via del Castro Laurenziano. Sono però casi rari. Se ne registra solo un
altro, l’ex ambasciata Somala dio via dei Villini, liberata a vantaggio
dei suoi occupanti e delle donne che vi passavano vicine più che alla
proprietà, visto il livello di degrado raggiunto. Le occupazioni, anche
quando salvifiche dal punto di vista sanitario, scatenano sempre una
ridda di sarcasmi e di difese, solitamente incuranti dell’interesse dei
più e che si fanno beffe di istituzioni, incerte nel loro tentativo di
non apparire troppo autoritarie. In un patto più o meno tacito, l’ampio
mondo che vi vive, ci si appoggia e ci campa costituisce da un lato un
esercito sempre pronto per adunate, cortei e manifestazioni, e
dall’altro l’alibi per porre richieste economiche e ricatti di ordine
pubblico. Particolarmente divertente è l’ultima vicenda dell’occupazione
di se stessi, avvenuta all’ex Mattatoio di Testaccio, dove si trova la
Città dell’Altra Economia. Nel linguaggio proposto, e che necessita di
traduzione, di “A sud”, “Comune Info” e del giornale comunista “Contro
piano.org”, “Le progettualità e le attività che dal 2007 imprese ed
associazioni hanno realizzato nei locali della Città dell'Altraeconomia
sono patrimonio di tutta la città.”. Traduzione: nel 2007 il Comune
aveva assegnato all’associazione temporanea di imprese ed associazioni
(Ctm Altro Mercato, Pangea/Niente Troppo, Coin, Agricoltura Nuova e Aiab
Lazio) 270mila euro per la promozione della Città dell’Altra economia,
cioè per la comunicazione, promozione, diffusione, eventi e
coordinamento segretariato della Città, (fine della traduzione) La
decisione allora veltroniana seguiva ad un situazione confusa tra
occupazione e progetti finanziati spot. Quando per propagandare
posizioni come la decrescita economica, gli acquisti etnici, i consumi
equi secondo propri criteri, si ha bisogno di fondi e luoghi pubblici,
fondamentalmente si chiede di finanziare la politica. Cosa che non si fa
per tutti, ma per sé, soprattutto poi se la politica coincide
strettamente con uno stile di vita. Gli ambientalisti sono riusciti a
forza di campagne sul lardo di Colonnata e sugli Ogm a promuovere il
biologico, che è entrato nei supermarket, come frutta e verdura di
lusso. Una volta trovata una sostenibilità economica, nulla di male.
Anche il medio acquirente i primi giorni del mese, quando è in
quattrini, se vuole compra una melanzana a 4 euro, per poi tornare a
verdure più normali gli altri giorni. Invece per loro ammissione, questi
altri economisti senza i soldi di tutti erano addirittura costretti al
volontariato, il che sarebbe già prova del fallimento di questa diversa
economia. Facilmente nascono gli screzi. L’associazione Aiab Lazio
accusata di intascare e basta, e Agricoltura Nuova di pensare solo agli
incassi della mensa. I puristi lamentano che gli altri siano traditori,
fissati con il profitto, insomma “in orbita Legacoop.” Siamo ai nostri
giorni. La temuta e antidemocratica nuova amministrazione non chiude la
Città ma indice una gara, che viene vinta solo dai coopisti. Come hanno
fatto a vincere? ci informa l’attenta informazione com-anticap. Facile,
promettendo ad “Integra”, “cooperativa della destra rampelliana il 30%
della partecipazione nella gestione degli spazi, in una logica di
scambio clientelare e consociativo”. Di fronte allo scempio i già
assegnatari degli spazi dell’ex mercato (peraltro ottimamente collocato
rispetto alla movida romana), non perdono tempo e si auto occupano.
Quando i nuovi assegnatari con “una presunta lettera di assegnazione del
Comune“ si presentano alla Vitellara (spazio presso la Sovrintendenza
ai Beni Culturali) rivivono Novecento di Bartolucci e cacciano “i
fascisti”. Si forma subito un Comitato di sostegno alla Città dell’Altra
Economia, con cittadini, sappiamo quali, che accorrono numerosi.
Ovviamente la nuova gestione, costituita praticamente dagli stessi, non
potrà che essere, secondo gli agit.prop, speculativa, motivata dalla
perfida volontà di “ di affossare e disperdere un'esperienza nata per
promuovere l'economia solidale. Uscendo da queste farneticazioni, è
facile accorgersi che l’economia solidale significa diseconomia pagata
da altri. Significa surrettizio finanziamento alla politica, pealtro
figlio del ricatto dell’occupazione e dell’abusivismo culturale.
Moltissimi sono i settori puntellati dalle tasse, dai giornali, al
welfare alla formazione. Non vengono fuori da ragionamenti puerili
dell’ultimo minuto. Integra, cui non vanno le simpatie di chi scrive
opera soprattutto nel settore dell’immigrazione ed appartiene al mondo
cattolico e della Cisl, Con la destra c’entra poco. Se Alemanno non
avesse fatto queste gare, che finiscono per costare mezzo milione l’una,
forse avrebbe pensato di compromettere una politica comunitaria e
sociale del territorio, parole molto in voga nell’entourage capitolino.
Da sinistra sarebbe stato accusato comunque di ogni male possibile.
Eppure se non le avesse fatte, se avesse chiuso tutte le città del sole,
ecc, avrebbe liberato la comunità ed il sociale da costi e pesi
pesanti. Inseguire sui temi dell’equo consumo, del kilometro zero,
dell’altra cultura non paga. Se ha colpa l’amministrazione, come d’altra
parte i media di riferimento, è quella di non essere capace di
accettare lo scontro intellettuale, di mandare messi e vigili ad
informare quanto costa da mille punti di vista l’abusivismo,
l’occupazione, l’uso diretto ed indiretto dei soldi pubblici. Facile
ricordare dei 10 milioni finiti a chiudere la pratica Casa Pound, che
peraltro ha continuato ad attaccare il Campidoglio. Quando non si può
fare altrimenti è preferibile regalare o distruggere un fabbricato, se
questo deve finire nella strozzatura delle decine di milioni di euro a
carico di tutti. Il problema grave è quando la manutenzione e le
forniture restano a carico di tutti, Non si vede ancora l’inversione di
tendenza necessaria. Anzi, la tessera del tifoso stracciata dalla
Cancellieri ribadisce che non vuole farla nessuno, nemmeno il governo
dei prefetti
occupazioni
| inviato da GiuseppeMele il 22/8/2012 alle 6:48 | |
22 agosto 2012
Dopoccidente
Dopo l’Occidente, più che un libro, è la registrazione
di un discorso, di un sermone, di uno sfogo impetuoso e catartico. Come
un fiume in piena, come una cascata che ha rotto la diga, come lo
tsunami che sconquassa le coste e l’entroterra, lo speech di Ida Magli
colpisce e muggisce contro lo scoglio delle convinzioni e del pensiero
del lettore, né gli dà il tempo di riaversi da un’ondata di parole
mentre già la nuova lo sommerge. Il discorso, quasi artatamente diviso
da pause editoriali, per forza di cose ripete magari gli stessi
concetti, ci ritorna, affonda in particolari, mentre trascura e passa
per un attimo sulle idee-forza, quasi queste fossero già cosa ormai data
ed acquisita. Discorsi così che sembrano non finire mai, come un ricamo
che dai virtuosismi dell’orlo torna incessantemente a ispessire il il
rilievo fisico del disegno centrale, li possono fare in pochi; quei
pochi che alla Spadolini, parlano come un libro stampato, perché lo
fanno nel proprio quotidiano, perché hanno interiorizzato grande
cultura, enorme erudizione, profonda conoscenza dei temi che affrontano.
Ida Magli, romana, più anziana di quattro anni della fiorentina Oriana
Fallaci, è considerata da molti, con contrari apprezzamenti ed opposte
opinioni, la sua erede nella lotta al mondialismo ed all’immigrazione.
Entrambe hanno compiuto il percorso intellettuale da sinistra a destra,
dal femminismo e dall’antiamericanismo alla difesa dell’Occidente e dei
suoi valori secolari. Partecipano quindi del gruppo intellettuale già
comunista, o iperlaico, o progressista, che, approdato per diverse
ragioni alla testa del mondo conservatore, realista, liberale,
populista, cattolico, nazionalista e postfascista, in qualche modo ne ha
cacciato le voci originarie, paradossalmente isolandole ancor di più di
quando queste pativano dell’assoluta condanna preventiva di filo
razzismo e fascismo tout court. Nella disattenzione del mondo laico, la
destra intellettuale ha tenuto un suo dibattito aperto da Marcello
Veneziani e Renato Besana con il motto Tornare ad Itaca, che in
soldoni si traduce nell’invito a chi fu missino, poi di An e si ritrova
oggi confuso nel generico homo parvus occidentalis del Pdl a tornarsene
per conto proprio. L’appello, uscito su Totalità, giornale on line di
Simonetta Bartolini, espressamente rivolto “alla componente destra del
Pdl, alla Destra di Storace, al Fli, ai nascenti movimenti degli
azzeratori di Giorgia Meloni, dei patrioti della Donazzan, del Fuori di
Bignami, di RinascItalia della Foschi, ed alla galassia giovanile di
comunità. circoli, case e movimenti”, per “ricostruire un soggetto
civile, prima che politico e culturale” si è concretizzato in una
riunione nel millenario monastero camaldolese di Valledacqua, Acquasanta
Terme. L’ampio dibattito, a destra, aveva suscitato soprattutto gran
rifiuti, a parte quello scontato di Umberto Croppi, dei Marco Tarchi,
Stenio Solinas e soprattutto del medievalista Franco Cardini, malgrado
la sua partecipazione assieme a Veneziani a Totalità. Per Cardini
l’abbraccio con “il Burattinaio di Arcore” era stato letale come la
camicia di Nesso per Eracle: “comprandosi a un tanto al chilo il nostro
intemerato rigore e la nostra specchiata onestà, ci ha aiutato a
liberarci dai miti e dai sogni: prima Fiuggi, poi la disgregazione della
solidarietà interna frammentata in una miriade di cosche e di nicchie,
infine il Magnus Opus, il solve et coagula del PdL dove tutte le vacche
son bige e dove gli ex bravi ragazzi che per decenni si erano rifiutati
di piegarsi al mito conformista della Resistenza scoprivano lietamente
il fascino di “quei bravi ragazzi venuti in Europa per darci la libertà”
e applaudivano all’esportazione della democrazia nel Vicino Oriente,
incuranti di“fuoco amico” e “danni collaterali”. Qualcuno, più audace,
si spinse oltre fino all’apologia dei libertarians Usa paragonati ai
cavalieri medievali e alla lode della magna Europa liberal-liberista
d’Oltreoceano proposta come esito della Tradizione da ex “reazionari
cattolici” tutti d’un pezzo frettolosamente convertiti al Verbo
theoconservative”. Deinde, Veneziani con Gennaro Sangiuliano, Adolfo
Morganti, Sandro Giovannini, Fabio Torriero, Pietrangelo Buttafuoco,
Gianfranco de Turris e altri sessanta si sono radunati per condurre la
particolare destra italiana fuori dal dibattito antico fra berlusconiani
e antiberlusconiani, con le stesse ragioni di chi sempre a destra ha
rifiutato l’invito. Questi ultimi si sono chiesti: “Quale sarebbe
l’Itaca di Veneziani e Buttafuoco? Il MSI di Michelini ed Almirante?
L’An di Fini e dei colonnelli? La destra neocon Usa, dell’export di
democrazia, delle bombe intelligenti in Iraq e Afghanistan? La destra
liberal-liberista UK?”. Da Valledacqua alla fine è venuto un preciso
messaggio. La destra di Itaca non può che essere Dio Patria e Famiglia;
ma significativamente, a riguardo, tutti probabilmente condividono il
rimpianto di Cardini più che per l’ultima guerra persa, per la vittoria
di Lepanto sull’Oriente e la sconfitta dell'Invicibile Armada da parte
inglese. E’ facile capire il perché. L’Ilo, l’organizzazione Onu del
Lavoro, ha eletto come suo presidente un sindacalista inglese di lunga
esperienza, che è anche Baronetto dell’Impero Britannico. Gli inglesi
possono. Possono essere democratici e difendere con le armi vestigia
coloniali. Possono cantare le lodi di una monarchia unica sopravvissuta
con tutte le parole e le lodi medioevali. Possono vantare, unico caso
occidentale, il Papa Re, anzi la Regina Papessa, Perché in Uk, come in
Iran, il capo dello stato è anche capo della Chiesa. Una teocrazia a
dominazione più che laica, nazionalista. Possono vantare un capo la cui
effige sta sulle monete di molte nazioni, possono vantare ancora oggi un
mundialismo nazionale. Tutto ciò contemporaneamente partecipando della
piccola, grigia, banale vita della semidemocrazia europea e del
grandissimo potere finanziario internettiano mescolato a quello Usa. Gli
inglesi possono essere nazionalisti, a prescindere dell’essere di
destra o di sinistra; possono amare o meno Dio, sempre facendolo
coincidere con Buckingham Palace; possono difendere la mini, il rock, i
punk, il welfare, Smith, sempre in nome della Famiglia reale; possono
ordire con i servizi segreti trame per far cadere tutte le teste del
nord Africa e raccontarlo alla Powers per love and peace. Possono
sostenere qualunque cosa perché il libero pensiero, i diritti umani, la
cosa giusta coincidono sempre con il loro punto di vista. A prescindere
dall’essere di destra e d sinistra. Dio, patria e famiglia sono concetti
che bisogna guadagnarsi, sul campo. Se si perde, i Pr ti massacrano,
come è successo alle ideologie germanica, papista, napoleonica,
razzista, sovietica, nazista, fascista e comunista. Di “ Dio patria e
famiglia” ce ne può essere uno solo. Se è buono quello della Queen, non
lo è quello del Gott, Non a caso tutti i giorni in Tv mostrano le
cattive cose fatte 70 anni fa dai Gott e le pubblicità mostrano una
famiglia anglo-indo-afro-vietnamita mai vista in Europa. Ad Acquaviva si
sono sentite molte delle posizioni della Magli, a partire dalla
definizione del premier bocconiano come «rappresentante di un governo
d'occupazione» alla “sovietizzazione indotta dall'economia mondialista».
Non a caso Giordano Bruno Guerri partecipa del movimento
dell’antropologa romana Italiani Liberi come di Totalità. La Magli, già
femminista, presente su noidonne, il periodico fondato a Napoli
da Palmiro Togliatti e Nadia Spano nel 1944, riferimento per l'Unione
delle Donne Italiane ha praticamente fondato l’antrolopogia culturale,
di cui è insegnante alla Sapienza da una vita. Le sue ultime
affermazioni (“Che delusione: ho passato la vita a difendere le donne,
ma purtroppo debbo constatare che le donne non pensano”; “ Tutto quello
che fa l’uomo non è mai contronatura, anche quando si parla della
vittoria dell’uomo sulla natura”, “ I governanti di oggi non possono
conquistare imperi; non si può andare in battaglia per la salvezza del
proprio Dio; non si possono liberare gli schiavi; non si possono
scoprire nuovi mondi”, “L’Europa in cui siamo costretti a vivere è
un’Europa profondamente comunista, livellata verso il basso, che
impedisce lo sviluppo delle singole nazioni“) hanno scandalizzato a
sinistra che non si accorge quanto siano coerenti con una sinistra che
fu, quella battagliera antiamericana che voleva cambiare il mondo. Non è
la Magli che è cambiata. E’ cambiato il progressismo che di fronte alla
sconfitta delle utopie ha optato per la rinuncia, la rinuncia a
propagandarsi, a promuoversi, a combattere, a fondare l’homo novus. La
Magli si scatena di fronte ai governi finanziari non democratici ed alle
imposizioni straniere sull’Italia, ma la sua è un’ira che viene da
lontano, indotta dall’Europa africanizzata e terzomondista ma
soprattutto castrata in qualunque obiettivo, ideale e scopo sia
materiale che spiritualmente. Parla di difendere l’identità italiana dal
mondialismo, ma è facile vedere in questa china l’apertura di mille
identità da difendere, regionali, territoriali, cittadine. E’
estremamente acuta nell’evidenziare la crisi esistenziale dei giovani,
soprattutto maschi, cui l’ambiente sociale sostanzialmente sconsiglia di
farsi una vita, nell’assenza di ideali, anche sbagliati e nella
descrizione completamente mendace ed in malafede di un contesto globale
disastroso. In Totalità a sorpresa c’è anche un’altra donna, la Ferrara
rosa, Maria Giovanna Maglie, romana d’adozione, anch’essa ex comunista
dell’Unità, poi craxiana in Rai, mentore di Mentana, giunta al Foglio
per rifiutare poi la virata atea credente dell’elefantino. Attraverso la
newcon Maglie, più giovane delle predecessori di un quarto di secolo, è
facile capire la soluzione del dramma reale descritto in Dopo l’Occidente
e sentito ad Acquaviva. Si chiama, neocon all’europea e deve superare
il tabù tutt’oggi fortissimo del rifiuto, maxime laico, del colonialismo
europeo. Tanta cultura, tanta popolazione, tanta economia, tante forze
devono potersi sviluppare ed hanno di fronte a sé, nel sud del mondo,
enormi territori ancora indietro decine se non centinaia di anni, Certo
un neocoloniamo europeo porrebbe il tema di una vera competizione
mondiale con Usa e Cina, romperebbe l’ambiguo link americano presente in
Europa con entrambi i piedi, dovrebbe liberarsi degli incubi della
potenza militare europea per estrinsecarla di nuovo e prima ancora
dovrebbe rimuovere l’ampia rete istituzionale fatta apposta per castrare
il vecchio continente. Forse l’ipotesi spaventerebbe la Magli, che vi
vedrebbe il dominio tedesco, quale oggi lei configura nell’euro. La sua
speranza finale di affidarsi alla Russia per evitare che l’Europa
diventi Afrolandia è sicuramente peggiore, né tiene conto del fatto che
l’Italia tutt’oggi protagonista nel mondo è parte attiva e leader della
Terra di mezzo europea. Su Acquaviva e la Magli pesano i dati di Storace
che ha superato la strana formazione di Fini, mentre l’ex governatore
del Lazio ribadisce per i prossimi turni elettorali l’intesa con Arcore.
Non si tratta di tornare ad Itaca. Si tratta di proporre una via per
ridare senso alle cose, senza il quale non si dà crescita. Non si
capisce perché il Tea Party, invece di discutere quisquilie da PLI, non
interloquisce con i nazionalisti. Non si capisce perché i laici si
disinteressino del loro dibattito, condannato in quanto statalista,
quando alle loro kermesse invitano ex sinistri che per metà della loro
vita dello statalismo si sono pasciuti. A livello macro liberismo e
competizione hanno bisogno di una spina dorsale statalista che non
combacia necessariamente con aziende pubbliche ma che si chiama
Internet, industria della comunicazione, Borsa, agenzie di rating,
difesa, veramente a livello europeo. Per cominciare, i laici potrebbero
insegnare un po’ di politica estera e cassare gli eurodeputati felici
di votare a Strasburgo ciò che disprezzano a casa.
ida magli
| inviato da GiuseppeMele il 22/8/2012 alle 6:44 | |
22 agosto 2012
Tutte le sfumature di linea rossa
Il dibattito sulla riforma elettorale prosegue imperterrito
nel dibattito partitico e giornalistico, nell’indifferenza del paese.
Non sono le regole del voto che formano maggioranze o minoranze. Si
pensi alla Francia dove al primo passaggio i primi tre protagonisti,
socialisti, gollisti e nazionalisti. avevano fatto registrare una
percentuale quasi uguale 20-20-20. L’impossibilità di mescolare
l’europeismo americanizzante gollista con i franchistes ha poi
rovesciato il risultato dando una grande vittoria al socialista che ha
peraltro anche dimezzato la presenza oltralpe comunista, già risibile.
In qualunque modo si vada a votare ora, l’ampio fango, meritato e no,
caduto sui diversi pezzi del Pdl, del Pd, della Lega, precipitato sui
governatori Formigoni, Vendola, Lombardo ed Errani, arrivato anche al
Colle, potrebbe indurre al non voto o al voto di protesta assoluto, di
stampo grillo-iraniano. D’altro canto Satira nera illustra quello che è
il quadro dei record del paese in sei mesi senza Berlusconi e con Monti,
Record spread da brividi a 546, record fisco dell’Italia 2012, prima al
mondo per pressione fiscale, record cassa integrazione 2012, record
debito pubblico del primo trimestre, record recessione a meno 2,4. Per
dirne una, siamo addirittura al contrabbando di sigarette che portate
oltre i 5 euro hanno, incredibilmente, diminuito il loro gettito fiscale
del 9% ( come successo anche per le accise da benzina). Ora è ben noto
chi si disgusta per la cosiddetta politica sporca: una parte di una
destra dura e pura di dipietristi, fascisti e postfascisti; e la ben più
numerosa solita schiera pseudo progressista di Mauro, Scalfari,
Vattimo, Flores d’Arcais, Lerner, De Benedetti, Fava e magistrati
annessi. A facilitare un voto antipartitico, avrebbe molto più presa
l’enorme indignazione contro i sostenitori di Monti, di un elettorato
non particolarmente versato in bizantinismi ma sgomento di fronte ad un
esecutivo capace di peggiorare sensibilmente ogni aspetto della vita del
paese. Ai diversi elettorati non impegnati direttamente o in famiglia
alla partecipazione elettiva interessano poco i dibattiti su preferenze
si o no. Interessano poco anche i cambiamenti di collegi. Sono tutti
sicuri che i candidati comunque saranno scelti dai partiti e poco
importa se per partiti s’intenda le segreterie nazionali invece di
quelle regionali. La partitica è cooptazione in ogni parte del mondo e
non un sistema concorsuale o un mix di esami e pubblicazioni.
L’elettorato chiede di scegliere almeno i leader e poche idee forza;
pretende che vengano attuate ma sa ormai benissimo che alcuni organi
burocratici istituzionali sia nazionali che europei sono decisi a
vietare un lungo elenco di scelte che non rientrano nel progresso e
nelle scelte democratiche possibili. In questo contesto si colloca
l’assurda pantonima delle primarie, che ultimamente anche il Pdl ha
invocato come l’unica soluzione possibile per democratizzare i partiti.
Come è noto le primarie sono istituzionalmente adottate negli Usa per
scegliere i candidati dei due partiti e delle loro teste di serie in
lizza per la Casa Bianca. I partiti sono due, non hanno sezioni né
fondazioni. Con le primarie raccolgono registrandoli gli elettori che
dichiarano di votare per uno dei due partiti. Nel caso italiano,
teoricamente e talvolta fattivamente ci sono sezioni, iscritti ai
partiti e più o meno congressi. Si sono poi aggiunte le fondazioni, in
ultima istanza la presa di possesso da parte di uno o più capi di una
serie di beni strumentali ed immobili già del partito, così da mettere
le mani avanti ed evitare di perdere alcunché in caso di flessione di
importanza di quel capo nel partito stesso. Su questa enorme
infrastruttura, le primarie hanno un senso solo per la sinistra e per la
sua strana storia. Le primarie a sinistra servono a rimettere insieme
tutto lo spettro di quello che fu il Pci ed il suo mondo fiancheggiatore
professional-indipendente. Lo stesso elettorato di sinistra, ormai
completamente senza punti di riferimento, vota nelle primarie
sistematicamente esponenti massimalisti di questo ampio arco, senza
avere però il coraggio di voltare le spalle al Pd, alla raccolta dei
postcomunisti moderati, ormai consolidati nel paese e nel suo
estabilishment economico, finanziario, istituzionale di governo. Questa è
la pantomina delle primarie, non voluta dai capi della sinistra, quanto
dai suoi corpi intermedi che sordi e ciechi di fronte all’evolversi
delle società occidentali, vogliono vivere e comandare in un contesto
ricco e avanzato, ma non vogliono abbandonare una serie di idee
strampalate: terze vie, energie pulite, imprese senza profitti,
mundialismi nel rispetto dell’origine controllata. Se l’elettorato di
sinistra fosse coerente non voterebbe i Vendola, Pisapia, De Magistris,
Orlando, ecc; oppure darebbe al massimalismo statalista e giustizialista
il predominio finale. Con istinto animale questo elettorato intuisce,
secondo la lezione orientale di quello che fu il Pci, che una scelta
chiara lo destinerebbe, come avvenuto in Spagna, Francia e Germania
all’estinzione. Sono i suoi quadri intermedi, maxime collocati nelle
regioni centrali ed in alcune grandi realtà urbane, come a
largha maggioranza nei media, che pur manifestando costumi avanzati,
spiriti liberali ed entusiasmo per la competizione tecnologica, in
realtà si battono per tenere insieme medioevo e futuro. L’ultimo volume
edito da Fabrizio Cicchitto “Linea rossa” affronta proprio questo punto:
la storia dei comunisti italiani, partiti dal Pci, trapassati in Pds,
Ds e ora Pd; la storia dell’anomalia italiana del fattore k di
roncheiana memoria e di altre anomalie. Fabrizio Cicchitto, sull’onda di
una presunta richiesta della base, ha invocato anch’egli le primarie
per il Pdl. Eppure non se ne comprende l’utilità nel centrodestra, dove i
conti sono facilissimi: i cattolici di Cl vincerebbero a mani basse in
Lombardia. I postfascisti nel Lazio e nel Sud. Vari raggruppamenti
laici, liberali e liberisti raccoglierebbero pochi punti. Forse una
qualche rappresentanza più significativa potrebbero ottenerla unendosi
agli ex socialisti, berlusconiani che appunto come Cicchitto, si sono
trovati al vertice di un mondo composito di conservatori, cattolici,
liberali, libertari, fascisti, populisti ed hanno cercato di essere
l’interprete di tutti e dell’amalgama del centrodestra italiano. Il
recente e particolare astio dimostrato da molti raggruppamenti laici
verso questo top ex socialista preclude quest’unione. Da parte sua la
punta di lancia dei Cicchitto, Brunetta e Tremonti, peraltro nemmeno
d’accordo fra loro, ha tanto interiorizzato il fatto d’essere stata
scelta dal leader indiscusso, che ha perso completamente il senso di
componente, proprio per privilegiare un tutto. Un tutto che sia ben
chiaro è nei suoi grandi numeri l’erede del partito cattolico
conservatore. Nella Linea Rossa, cronaca storicizzata e la storia
cronicizzata della partitica italiana, un personaggio completamente
particolare come Cicchitto ( né leader, né storico, né voce craxiana, né
capo componente socialista o di un qualche sparuto gruppo ex Psi senza
pretesa di essere nulla di tutti questi ruoli), solo il longevo
interprete parlamentare del gruppo di Forza Italia e poi del Pdl; l’uomo
di apparato pratico che regge la cucina quotidiana della vita e degli
scontri partitici e politici descrive bene l’innaturalezza della
sinistra comunista, piccolo sodalizio collaborazionista in un altro
paese, proiettato dalla guerra fredda al centro della scena, con forza
politica e finanziaria indotta, divenuto un grande partito burocratico
chiuso in sé convinto razzialmente di una propria superiorità, fino al
punto di convincerne anche i pezzi istituzionali per loro natura più
repressivi e autoritari. Col tempo e nella frequentazione di destra,
Cicchitto ha interiorizzato alcune novità: il proseguimento della guerra
civile dopo la guerra, il sabotaggio della Repubblica inserito in
Costituzione ed il gioco dei servizi segreti stranieri nei tanti
dibattiti di sinistra. Alcune cose sono dure a morire. Resta
l’esaltazione per una figura topos come Gramsci, quando ci sarebbero
ottime ragioni per chiudere l’omonimo istituto. Se gli stessi liberali
si sprecano a parlarne, ignorando Mosca e Pareto, che dire? Resta il
silenzio sui disastrosi comportamenti ondivaghi dei socialisti e dei
progressisti nell’esilio. Manca l’ammissione che l’intera classe
dirigente sbarcata a Salerno o portata dai vincitori a conflitto finito
non solo erano dei signor nessuno ma avevano un curriculum del tutto
negativo. Non a caso ci vollero 40 anni per sentire un dibattito
liberalsicialdemiocratico che l’Italia aveva già conosciuto negli anni
’10. Ecco perché alla presentazione del volume, D’Alema, simbolicamemte e
materialmente imputato dal volume, ha potuto rintuzzare facilmente. Il
Pci, risponde Baffino, non fu un complotto ma ottenne un grande
consenso. Il riformismo socialista morì ben prima della nascita del Pci.
Tanta parte del sindacalismo socialista diventò fascista e corporativo.
Solo sulla non volontà comunista di ingabbiare gli avversari politici,
Baffino scivola per l’evidente gaffe, proprio mentre il magistrato
Colombo, di Mani Pulite vicino alle posizioni comuniste più estreme, è
uno degli uomini Rai indicati dal Pd. Cicchitto (con Quaragliello e
Pons) dovrebbero consequenzialmente rifiutare l’antifascismo di maniera,
tutt’oggi caposaldo della sinistra delle primarie. Dovebbero contendere
quel nazionalismo e senso dello stato di cui si impossessò il Pci.
Accostare l’anomalia di un capitalismo abituato ai mercati captive
all’anomalia di un elettorato che si è abituato a vivere all’occidentale
tifando come fa nelle primarie per africani e freaks, Al prossimo libro
l’evoluzione ulteriore, con la sicurezza che l’anomala sinistra
italiana sarà rapida a cogliere ogni addentellato contraddittorio per
sopravvivere; e con il timore che piccinerie di poco peso mantengano i
contrasti tra laici e realisti.
Cicchitto
| inviato da GiuseppeMele il 22/8/2012 alle 6:41 | |
22 agosto 2012
L'occasione di Alfano in Sicilia
A febbraio scrissi: “Trentino e Sicilia, nel ’50, entrambi
autonomi e poverissimi, avevano lo stesso Pil pro capite. Nel 2011 il
primo ha doppiato la seconda. In 30 anni di legalità il Pil siciliano su
quello nazionale è crollato dal 7,5% del ‘60 e dal 6,2 % del ‘90, al
5,6 % del 2009 (87,8 miliardi). Lasciamo stare le solite irregolarità
per i fondi europei rilevate dalla Corte dei Conti, i 5mila docenti ed i
6mila burocrati universitari, i 9000 abbandoni prima della licenza
media; un indice di litigiosità tra i più elevati, l’evasione fiscale
altissima, le aliquote ancora più alte, un bilancio regionale da 25
miliardi, quasi come la Lombardia, destinato ad altre Pal per il 65% ed
alla Regione stessa per il 30%, 3 miliardi di deficit e l’inspiegabile
avanzo finanziario di i 10 miliardi. Quel che strano è che una regione a
quota 50% di famiglie a rischio povertà ed al 15% di disoccupazione
ordinaria, importi tantissimo, praticamente tutto, il 25% rispetto
all'intero Sud (92 miliardi). In pochi decenni, ha notato l’Isvez, si è
passati dall’800 ad un livello di reddito paragonabile al Centro-Nord.
Come una piccola Russia senza materia prima..”. Questo è lo stato della
Sicilia, da decenni. Uno status quo equilibrato che va bene, benissimo
ai suoi abitanti, che erano l’8,9% degli italiani nel 1997 ma sono il 9%
dal 2010 e saranno il 9,1% nel 2020. Al contrario dei 2 milioni di
calabresi e sardi, dei 4 di pugliesi, tutti in sistematico calo, i
siciliani superano in crescita i 5 milioni. L’emigrazione cala, la
natalità tiene più di quella nazionale e poi c’è da aggiungere
l’endemica immigrazione esterna. Monti e Lombardo hanno fatto pace dopo
le reciproche accuse del potenziale crack regionale e delle assunzioni
pubbliche fatte in barba alle norme nazionali da un lato e del mancato
miliardo che Roma deve a Palermo. La Confindustria siciliana ha sorpreso
tutti, cambiando passo, dall’epica lotta degli imprenditori contro la
mafia dell’era Marcegaglia, all’accusa diretta all’istituzione regionale
ed alla sua burocrazia. Il dibattito sulle sorti dell’autonomia
regionale è durato pochi attimi, senza riuscire a essere cosa seria. Lo
si capisce bene dagli eventi: l’intento del premier Monti era solo
quello di rimandare le elezioni regionali i cui effetti sarebbero
pericolosi sugli equilibri attuali quanto quelli di elezioni nazionali.
Esiste, per le ragioni più diverse, un ampio partito del non voto,
pericoloso per l’Europa, per il governo, per i partiti e per gli eletti.
In particolare il voto siciliano potrebbe essere mortale per la
minuscola area centrista che dopo aver cercato di fare da pacificatrice,
di estendere benefit impossibili alle famiglie, ha sposato, contro ogni
propria tradizione democristiana, le sorti della nuova destra storica
antipopolare, del nuovo governo della tassa sul macinato. Come si
ricorderà l’area centrista è in Parlamento solo grazie al voto
siciliano, un voto democristiano e di destra che è stato umiliato più
volte dalle locali magistrature che hanno sistematicamente abbattuto con
arresti e condanne i postDc isolani dell’Udc ed hanno messo sotto
accusa i diversi governi del presidente Lombardo il cui movimento
autonomista è erede del mondo democristiano di cui sopra. Non è nemmeno
un caso la corsa di Fini a Palermo. Un eventuale buon risultato del suo
candidato Granata sull’improbabile posizione giustizialista-montista
potrebbe fermare lo scioglimento nel nulla del suo impalpabile partito.
Una serie di interventi esterni hanno dunque rivoltato come un guanto il
voto siciliano che dalla schiacciante maggioranza di centrodestra si è
trovato al governo una pezza a colore di postdemicristiani e
postcomunisti. Allo sguardo laico, la destra siciliana, basata sul dare
lavoro pubblico con le rimesse dello stato nazionale, non appare meglio
di una sinistra siciliana che farebbe lo stesso, mettendo però in galera
tutta la controparte politica. Allo sguardo laico le accuse sui
termovalorizzatori progettati o meno con la mafia dal precedente
presidente Cuffaro appaiono quanto meno sibilline. Chiunque la faccia e
comunque venga fatta, la realizzazione dei termovalorizzatori in terra
sicula sembra un miracolo destinato a non realizzarsi mai. Allo sguardo
laico sembrano inutili e pretestuose tante campagne sulla mafia, che
per sua natura cresce nei paesi occidentali più ricchi. Senza
capitalismo, senza sviluppo ( si pensi all’inchiesta delle venti ore
necessarie per fare 700 km in treno), con un’economia praticamente tutta
di assistenza esterna, con scambi infiniti tra infiniti enti pubblici e
privati, di proprietà o concessione pubblica, l’animo laico interpreta
la Sicilia come ha scritto Feltri: un caso disperato, un buco senza
fondo per il paese, una situazione voluta dai siciliani e che con la
mafia c’entra fino ad un certo punto. Quanto scritto da Feltri,
ovviamente ha ricevuto enormi contumelie da sinistra, da tutto l’arco
politico meridionale nell’assoluta assenza di una parola di sostegno.
Eppure le tante formazioni laiche, liberali e nazionali che sono
spuntate fuori come funghi, potrebbero bene riprendere il tema.
Chiedersi perché la Sicilia è autonoma. Ricordarsi delle vicende
carambolesche sul partito secessionista. L’immancabile retorica su
Portella della Ginestra, portata alle sue conseguenze ultime, vorrebbe
la fine dell’autonomia, voluta nel mito, da quei baroni che ordinarono
di sparare sui lavoratori. Probabilmente non furono i baroni a
pretendere l’autonomia, ma importanti gruppi della politica Usa. Sono
passati molti anni dalla sconfitta ormai. Si potrebbe ben pretendere che
una regione che oltre l’autonomia ha bisogno di diverse decine di
miliardi l’anno, rientri nei ranghi. Oppure in alternativa un referendum
potrebbe chiedere ai siciliani di scegliere: autonomia anche più ampia e
neanche un soldo; oppure aiuti e rientro tra le regioni ordinarie.
Sempre lo sguardo laico chiederebbe uno sforzo d’onestà a chi guida un
gruppo di deputati con i voti di uno finito in galera; per di più con
voti indirizzati ad una politica opposta a quella praticata. La
richiesta di dimissioni in blocco dovrebbe essere quotidiana. Da ultimo
uno sguardo laico non potrebbe non indirizzarsi ai tanti siciliani
presenti ai massimi livelli sulla scena nazionale, numerosi come i
georgiani dei governi stalinisti. Proveniendo da un territorio non
malridotto, ma molto male abituato, l’invito a occuparsene, semza badare
ai fatti nazionali, viene immediato, Non si capisce perché, con
l’esperienza maturata di un mondo tanto lontano dalle best practises, si
potrebbe ben governare contesti e situazioni fuori dalla propria
portata culturale, istituzionale ed economica. Gran parte delle
istituzioni ha dei comportamenti così fuori dal buon senso e dalla
banale capacità di conservare la minima coesistenza sociale, che viene
il dubbio il problema stia nell’ordine culturale di visioni,
ragionamenti e pensieri medioevali. L’occasione di rivedere quindi
l’automomia siciliana non deve essere fatta cadere. E’ uno dei motivi
del debito pubblico, è motivo di spread oggi, ieri e domani. La Sicilia
ha bisogno di tagli totali per il suo corpo dirigente altissimo, alto e
intermedio. Ha bisogno di aiuti di base per la sua povera gente. Ha
bisogno di liberarsi da se stessa. Possono farlo i siciliani. In questo
sensoè sicuro che Alfano sarà più utile nella competizione siciliana che
a Roma a guidare un partito la cui forza sostanziale sta in altri
territori. Chissà che i laici saranno conseguenti. Difficile, essendosi
abituati a misurare il laicismo su uno strano mix elitario-progressista,
il più lontano possibile dalla realtà.
alfano
sicilia
| inviato da GiuseppeMele il 22/8/2012 alle 6:38 | |
30 luglio 2012
PuntoG
Ha un blog d’autore, Alessandro Gilioli, classe ‘62, tra il
biblico e l’artistofanesco. Piovono rane
in realtà è blog d’autore perché il nostro scrive su L’Espresso. Ed il suo
diario on line è ospitato sulla piattaforma Repubblica Espresso. (http://gilioli.blogautore.espresso.repubblica.it/chi-sono/)
Gilioli è un caso unico, una perla rara. Pubblica “Bersani
ti voglio bene” cercando di doppiare il felice exploit del “Berlinguer ti voglio
bene”. Ovvio che poi si ferma, rimasto solo. Bersani è dopotutto una persona
normale, niente di chè, mille volte meglio del mostro del nostro mancato
Gomulka sardo. Ci sarà sempre una folla ad applaudire un Hannibal, mentre chi
vuoi che tifi per un pacioso barista all’angolo? Allora, contro la solitudine, Gilioli
scrive libri in coppia, sulla rete con Di Corinto, sull’Inter con Pellizzari,
due addirittura col padre, sul mobbing e lo stress. E non a caso il libro
interista mostra in copertina un giocatore nerazzurro sul lettino dello
psichiatra. Appunto, il padre, Renato, è un big della neuropsichiatra, specialista
in medicina del lavoro, da più di tre lustri fondatore e capo del Centro per il
disadattamento lavorativo della Clinica del lavoro di Milano. Di lui si dice
che abbia studiato la più cospicua casistica di mobbing giunta all’osservazione
clinica della medicina italiana. Non si possono nutrire dubbi a riguardo.
Massima è la sensibilità di padre e figlio verso le brutte storie di cattivi
capi e di cattivi colleghi. Si citano casi strappalacrime in cui alla
segretaria esperta, dopo anni, viene strappata la gestione delle relazioni
industriali. All’ordine non è l’eventuale modifica di grado, ma la mera
sottrazione di compiti. I rapporti con i lavoratori d’altronde non sono molto
di più che smistare la posta. Piovono le
rane si pronunciò nobilmente dalla parte del Legno Storto nel caso delle
querele che minacciavano l’esistenza di quest’ultimo. Gilioli asserì che le
querele si fanno ai giornali e non ai blog. Qualcuno dei lettori tra tante
contumelie al LS, gli fece notare che si trattava di giornale on line e non di
blog. Più ultimamente, il lettore Gpunto, ha postato questo testo sul tema
sicurezza a Roma:
“Gilioli, furumisti,
non so se conoscete il sito il Legnostorto. Beh, e’ uno di quei letamai
dove vige solo il pensiero berlusconiano e dove vieni immediatamente bannato (e
mai piu’ riammesso) se scrivi qualcosa di diverso dal pensiero unico. Lo cito perche’ nei giorni scorsi ho letto
due “articoli” (a firma di Giuseppe Mele e Claudio Antonelli) che, in essenza,
tentano di accreditare la Roma odierna come una citta’ tranquilla se
confrontata a Londra o Montreal. Ora, io non sto qui a sindacare se Roma abbia
effettivamente un tasso di omicidi piu’ alto o piu’ basso di altre
metropoli. Io pero’ contesto a questi
due eccelsi pensatori (come tanti altri acuti osservatori di destra) la loro
totale assenza nel dibattito sicurezza quando Alemanno (e con lui il Partito
dei Ladri) incentro’ la intera campagna elettorale da aspirante sindaco sulla
allora criminalita’ in citta’. Ricordo che prima delle ultime elezioni a
sindaco, Roma era paragonata alla Chicago degli anni 30 e la colpa era -allora-
del sindaco uscente, di sinistra. Spero (per loro) di non incontrare ne’ Mele
ne’ Antonelli. Perche’ sarebbe un
incontro ravvicinato del quarto tipo, quello con “contatto fisico. Non mi
piacciono, in generale, quelli ragionano a senso unico. Mi piacciono ancora
meno se parteggiano per il Partito dei Ladri.” E’ divertente pensare che mentre
un insieme di persone si impegna in sottili distinguo, critiche ai padroni del
vapore come agli aspiranti, ad altri tutto ciò appaia l’appiattita e ubbidiente
ripetizione di un'unica voce. Nessuno vede mai la stessa cosa allo stesso modo.
Non ci sarebbe bisogno ovviamente di insultare e minacciare ma è come dire il
sale della vita. Un collaboratore del LS che mesi fa si cimentò nel dibattito
sul blog di Gilioli, si trovò ad un certo punto, accusato di pedofilia. Sicuramente
Gilioli non confermerebbe giudizi tanto pesanti, limitandosi forse a pensarli.
Né verrebbe mai alle mani o profferirebbe minacce dirette. Comunque un qualche
controllo sul forum potrebbe farlo. Almeno per non scoprire che nel suo
pubblico i cigni sono sopraffatti da rane gracidanti. Questo puntoG a forza di
cercarlo, si è finiti all’inferno.
Espresso
| inviato da GiuseppeMele il 30/7/2012 alle 3:59 | |
30 luglio 2012
Berluska, vero ritorno?
Letta junior prova l’arma
finale della disperazione. Tanto fortunato e fresco di barbiere è lo zio, tanto
è perseguitato da una sfortuna blu il nipote. Come nella patente di Totò si
limita ad augurare un buon risultato al Pdl
ed uno pessimo a Grillo e Lega. I vertici Pd che augurano successo
elettorale ai berluscones, incredibile. Di tutto altro verso è Veltroni, l’uomo
che giurò di non pronunciare mai il nome dell’odiato nemico. Con lo spirito
auto contraddittorio pervasivo e globale che lo distingue, quello che fu il
numero 2 ed ora è quasi non valutabile, esplode: no al ritorno di Berlusconi,
no alle preferenze, no al ritorno di un passato terribile. Se lo dice
lui…Chissà se conosce il presente. Di fronte alle Terme di Caracalla va in onda
la cialtroneria più notevole. Nelle due ore di concerto e canti di fantastiche
melodie, l’antistante ex festa dell’Unità, non perde tempo a esplodere
altissimi decibel di mazurche e di disco. Il direttore Yuri Temirkanov con la
sua orchestra di San Pietroburgo impegnato nei delicati fraseggi di Rimsky
Korsakov e dell’Alexander Nevsky di
Sergej Prokof’ev , quasi sventola la bacchetta con inequivocabile significato
rivolto alla festa Pd. Imbarazzo
dell’orchestra e coro del
Teatro dell’Opera di Roma. L’incredibile è che la discoteca si taccia al finire
dei concerti come se si andasse a ballare tra le 9 e le 11. Completamente fuori
mercato. In realtà bisogna dare spazio ad altre cialtronate. Assieme al Valter,
è in onda una delle nuove icone della sinistra, il magistrato Ingroia, l’unico
che è riuscito a far assolvere Riina. I manifesti ripetono che “Roma ce la
farà”, sottotitolo Veltroni Ingroia. Non si capisce se Roma vedrà il suo ex
sindaco inghiottito o ingroppato: Forse l’incitamento è rivolto al Valter
perché faccia l’una e l’altra cosa all’Urbe. E tutti gli attori sembrano
ingroiati di sé, del terrore di doversi ancora cimentare, di ottenere un premio
di maggioranza canceroso che impetuosamente cresca loro dentro, amorfo e
ameboso. Il parlamentare Campagna protesta per l’inopportunità della presenza
di Ingroia nei luoghi della politica. Ferrara e Bordin, l’ultimo pezzo sano dei
radicali, notano che sia inopportuno nella giustizia italiana.
In realtà è terrore, fifa
blu, panico, esasperazione nella sinistra italiana. E’ bastato un accenno, una
probabilità di ricandidatura del Cavaliere, tirato per la giacchetta, per
seminare il panico. Si potrebbe essere più composti. Si parla di elezioni del
2013, non dell’autunno; non cambia una virgola nel sostegno da destra a Monti,
assieme a centro e sinistra. La riforma della legge elettorale viene spostata
di mese in mese; ora la relativa commissione ne dibatterà ad ottobre, con tutta
calma. Intanto anche nel Pd crescono i cultori dello status quo e del porcellum
calderoliano.
Non si era detto che il
berlusconismo era finito per sempre? Non si era detto che il Pdl scivola sotto
il 10%.? Lo stesso gruppo sparuto, ma il più fedele al Cavaliere, dei
socialisti del Pdl, non avevano in un apposito convegno, crocifisso Tremonti,
cioè la politica economica della maggioranza dei 3000 e passa giorni di governo
del Caimano? Anche loro, come già Follini, Casini, Fini, Galan e Crosetto? Non
era una ridda in tutte le anime del centrodestra di divisioni nell’unità di una
sola certezza, mai più Berlusconi?
Niente, basta un accenno, una
riunione. Tutti i pezzi del centrodestra si ricompongono. Polito, il
giornalista partenopeo di Paese Sera, di Unità, di D’Alema del Riformista, ora
del Corrierone, con qualche, chissà perché, malcelata soddisfazione, ricorda
che il Pdl è poco sotto il Pd e che col ritorno di Berkuska, potrebbe anche
vincere. E quale Berluska vincerebbe? Il BerlusMonti destro travagliesco? Il
BerlusGrillesco telesiano? O di nuovo, quello mezzo Dc mezzo Lega, capace di
ridare fiato ai lumbard, già presi dal coma delle buone maniere e delle persone
serie che li destinerebbero al consenso di un De Luca o di un Rotondi?
Tutti
e nessuno. Berluska è molte maschere, forse anche molte anime e le sa reggere
contemporaneamente, vellicando elettorati assai diversi fra loro. Solo
l’ipotesi mette in rotta preventiva le sinistre, il suo centro sfaldato, il
Casini senza Sicilia e Cuffaro ma col peso di Vietti, un Pd senza capo né coda
che è incredibilmente meno di sinistra dell’avversario. Restano i poteri forti,
incrollabili: Repubblica, Magistati e commie ed i poteri forti stranieri.
Certo, Repubblica ricomincerà con le domande, ma i 28 processi il Cavaliere li
ha sfangati. Certo, la magistratura troverà altri scandali ma la crisi è troppo
grave, troppo pervasiva, troppo permiciosa perché le masse diano ascolto. La
soddisfazione con cui la Fornero ha cacciato il direttore dell’Unar, ufficio
antirazzismo, accolto da una standing ovation; funzionario tranquillo negli
anni del centrodx la dice lunga. Il blocco totale delle quote di immigrati,
sempre rimaste aperte nei 3000 e passa giorni fa il Caimano più riccardiano di
Riccardi. Il rosario lentamente snoccuola: era vero che il pessimismo provoca
recessione (200 punti di spread, Visco), era vero che lo spread più basso è
stato col Berluska e quello attuale con 80 miliardi di nuove tasse, non è
lontano dal più alto; era vero che la battaglia in Europa per l’Italia la
faceva Tremonti, sconfitto ad agosto, quando Berlusconi ha accettato la china
che ha portato a Monti. La litania peggiora ogni giorno; non è la satira della
Guzzanti. E’ la realtà. Il maggiore, anche solo ipotizzato, degli incubi
socioeconomici, interpretato e temuto di cui incolpare il Cavaliere, nella
mente e nelle fantasie del sinistrosso più duro e del togato più intransigente,
è divenuto cronaca ordinaria. Le accuse implicite, le previsioni nefaste, le
analisi sferzanti di ieri, tacciono, pallide ed esangui, malgrado calura ed
alta pressione; sbigottite davanti al disastro avanzante su ogni lato, da ogni
punto di vista, per ogni componente del corpo sociale. Dopo avere urlato per un
biennio “Il Re è nudo” ad un signore borghese anche troppo vestito ed
imbacuccato, ripetono scivolosi delle virtù delle vesti dei nuovi governanti,
che avanzano vecchi, nudi, scoordinati, barcollanti, evanescenti o rinsecchiti
nelle avvizzite rughe. Sembra che al loro passaggio l’erba muoia, la terra
tremi, il lavoratore perda il lavoro, l’imprenditore l’azienda. Finalmente non
si parla più di disoccupazione giovanile. Ormai c’è quella a due cifre, per la
gioia di chi per un biennio dalla palla di vetro l’aveva annunciata, invocata,
prevista e minacciata. Tutto il fronte antiberlusconiano di principio, quello
per intendersi, di Mani Pulite, si presenta con mezza distruzione della grande
industria, sprechi locali ed una calata a picco, verso il -3, che fa tremare i
polsi. Come Catilina, maledetti per l’eternità. Volevano solo cacciare il
Berlusca e riprendersi il tran tran. Non credevano di dover precipitare
nell’incubo di un Apocalipse nau alla Argento. Vorrebbero riprendersi grazie ai
complimenti, quelli del Fmi, della Ue, della Bce, dell’Onu, dell’Eurogruppo e
dell’Obamacare; agli applausi ed agli scherni del Brasile e dell’India. Complimenti
che fanno più male che bene, che offrono fascine ai granai di Palazzo Grazioli.
E’ il centrodestra che è incerto e spiazzato sul ritorno berlusconiano. La
sinistra no. Ha chiaro che è il ritorno dell’incubo di Annibale alle porte. Per
cui il Berluska, co questa storia della candidatura ci giocherà per un anno,
come il gatto col topo. In questo tempo da Bruxelles a Palermo, tutti lo
scoraggeranno regalandogli voti in più senza colpo ferire. L’ex premier in
realtà ha cacciato Alfano che non è riuscito a compiere la missione dell’alleanza
con l’Udc. Per il resto a tornare al governo non ci pensa. Governare è un
massacro ormai molto più do vincere le elezioni. Poi, è chiaro che se non si
conquista il Quirinale è tutto inutile.
berlusconi
| inviato da GiuseppeMele il 30/7/2012 alle 3:58 | |
30 luglio 2012
Rsistere ai letterati si può
Questo è un testo a luci rosse. Chi non
gradisce non legga. Neanche io gradisco molto, ma la recensione del volume di
Resistere non serve a niente di W. Siti, purtroppo lo impone. Non amo neanche
gli articoli scritti in prima persona ma mi ci sono dovuto adattare di fronte a
tanta immateria. Certo sarebbe stato meglio non recensire. Sarebbe stato meglio
non leggere. Dicono che non si possono rifuggire le esperienze. L’esperienza di
una martellata in capo non è né consigliabile né doverosa, anzi. Resistere si
può. Si può resistere al romanzo contemporaneo nazionale. Certo, il mercato non
conta. Anche se i lettori rifuggono, si premiano da soli, si recensiscono da soli e si pubblicizzano da
soli. Dicono che l’editoria, al contrario della stampa, non sia finanziata. Ho
i miei dubbi. A tutto ciò resistere si può, ignorandolo. Se, come è capitato a
me, vi è caduta la gamba nel fango della melma, fino al ginocchio e non potete
può ignorarlo, allora proseguite.
In
genere leggo poco la narrativa nazionale, come non vado a vedere i film di casa
nostra. Ultimamente ne ho scaricati due, L’industriale e La missione di pace.
Li hanno finanziati per 900mila euro e 120mila euro in Piemonte e Friuli. Hanno
incassato centomila e 25mila euro al botteghino. Non c’è molto da aggiungere. La saggistica nazionale è il prosieguo dello
stancante ripetersi e contraddirsi dei soliti, o di nuovi che li scimmiottano,
nel conformismo delle parti. Come è stato detto, è la riscrittura paziente e
infinita dello stesso articolo, pagato però con danari sempre nuovi. La
narrativa nazionale anche quando non sembra, di primo acchito, è a senso unico
e oscilla tra un tetro cupio dissolvi ed un epistolario dolciastro. L’ultima
volta che ci provai con un romanzo di Parente, i cui articoli avevo apprezzato,
precipitai nel monoscopio di tronisti, di vulve rifatte, di diavoli che vestono
prada e respirano gabbana in un landscape noiosamente infinito di veline su
veline su veline su veline. La noia ed il conformista, tutto si riduce al
tentativo di ripetere quei romanzi moraviani, portarli nella modernità e
reiterare le medesime condanne fisiognomiche, psicoattitudinali, caratterial-etniche,
in un impasto di maraviglia montiana e marinista, cercata nell’inverosimile e
nell’affastellarsi di inutili particolari ed orpelli. Pitigrilli senza
divertimento, ironia ed orrore di se stessi. L’epater le bourgeois è vecchio
ormai; non si epatè più nessuno. Ed oltre al nudo dei nudi, c’è solo la noia
delle radiografie. Tutto intorno, anche la doccia di design, anche i nuovi
poveri ed il centro commerciale hanno così tanta vita, cosi’ tante cose da
mostrare, da raccontare, da sentire ed interpretare. Invece nulla, il nostro
romanziere ben calato diritto e franco lo sguardo sul passato, passa e ripassa
la soluta frittatina nel solito olio, giusto aggiungendo la colza e lo strutto
di nuovi sentiti dire, di nuove
testimonianze con ritrattazione gossippare. Inutile a sé, dannoso agli altri,
stupido, in quanto cerca di stupirsi e stupire con la tiritera della solita
condanna reiterata che è apodittica, aprioristica, vecchia di due secoli, senza neanche il tentativo di accorgersi
della vita intorno. Povero il romanziere
nazionale e poveri noi. Comunque ascoltando una recensione mattutina alla radio
(ebbene sì, radio radicale che ci costa 10 milioni di euro per un servizio che
l’ampio personale di Camera, Senato e Rai dovrebbero svolgere con nonchalance; radio
radicale che ci costa tanti altri milioni in complicazioni di cose inutili e in
complotti rigorosamente antidemocratici, organizzati contro milioni di votanti
in nome della dea ragione) mi sono fatto convincere dalla giovane voce
entusiasta del conduttore a provare un nuovo testo. Mal me ne incolse. Ho
comprato e letto l’ultimo libro di Siti, di cui in terza di copertina campeggia
una bella foto. Tra un passaggio e l’altro ricorda che ha 70 anni ed ancora
poco da scrivere. Ne sono grato. Gli auguro una vita, ancora lunghissima, di
riposo assoluto. Sembra che per il libro si sia fatto consigliare da Gamberale,
da Saviano e dall’immancabile pentito. La lettura conferma tutto il danno
abituale e conseguente. Sempre alla fine l’autore ci avverte che più o meno
tutta la vicenda è inventata. Infatti ci sono solo alcuni ladri un po’ Forza
Italia, un po’ Udc, alcuni assassini loro vicini, mezzo siciliani e mezzo
siciliani emigrati per il mondo. Dopo il Berlusconi ferito, il Berlusconi
condannato, il Berlusconi ammazzato, c’è un Berlusconi impagliato e rimandato
al potere così come un manichino di cera, come un Breznev ed un Franco qualunque.
E c’è l’orgia, l’orgietta, l’orgiona; il prezziario – una buona modella diafana
costa cinquemila. Tutte cose inventantissime. Leggi il libro e guardi il
telegiornale; puoi smettere di leggere e proseguire il capitolo nel monoscopio
TV. Oppure puoi smettere di guardare e passare al testo, che è tradizionale, no
è e-book, non fa uograde, non si aggiorna; e che importa? La storia e
sempiterna e nella pagima stampata puoi seguire la tiritera dell’ultima
testimonianza. All’inizio per ribadire subito la propria classe ed eleganza,
l’autore ci ricorda le critiche passate, costruttive ricevute da Mondadori
(tanto per restare sul vago): “Hai scritto ancora un libro per froci”, Parte
dunque con l’intenzione di fare di un etero il suo nuovo protagonista. Non si
interrompe un’emozione, però né si nasconde una pulsione. Caro autore, mi
dispiace siamo sempre nella letteratura frocesca. Le donne, che siano vecchie,
giovani, belle, cozze, manageriali o borgatare, in queste pagine non fanno
schifo, di più: repellono. Non sono più gli orifizi voluti beluinamente
dall’istinto primordiale del cavernicolo maschio. Sono peggio. Sono liquidi,
sono mucose, sono pappe gocciolanti, sono sempre e comunque, di sotto o di
sopra, a prescindere da educazione, contesto sociale, reddit, skill e
professioni sempre e soltanto pittane, con la variazione degli omonimi che
chiunque può aggiungere o sostituire. Orrore puro. L’unica che sembra salvarsi
da questa nattanza morale e materiale da Simposio platonico, è femmina, ma non
donna. Subisce uno stupro socialmente consensuale ma non ha neanche avuto il
suo ciclo mestruale. L’atto pedofilo dovrebbe fare del suo protagonista un
mostro, eppure non può. Egli è mostro mostruosizzato ab initio, dall’infanzia.
La mostruosità fisica, mentale e psicorionale non lo lascia mai, anzi pervade
tutto il mondo intorno. I mostri sono mostri. I matti sono mostri. I normali
sono mostri. Gli amici sono mostri. I nemici anche. Gli uomini, tutti, razza
maledetta, sono mostri. A quel punto il pedofilo momentaneo è come Shreck, un
orco simpatico, meno mostro degli altri. Per il resto la noia pervade, il
conformismo pure. Famiglia ed eredi Moravia ringraziano. La solita epopea
dell’illegalità; era brutta, sporca e cattiva. Pisciava nel caffè che vendeva
sui treni. Ammazzava. Oggi ci sono i colletti bianchi. Forse ieri il
capitalismo era anche mafioso, oggi il turbo capitalismo, l’internet
finanziario è tutto mafia. La solita storia di tutti i paesi e di tutte le epoche
viste con un occhio solo e da sotto un letto e dentro una grotta. Perché
l’Italia è l’Italia. Non può avere una lettura ed un’analisi normali. L’Italia
è un sorvegliato speciale. Infine la chicca aspettata. La tv ha Chi l’ha visto;
la stampa ha il fatto per avviare indagini e inchieste oppure riesumare quelle
di 10, 20, 30, 40 anni fa. Anche il nostro vuole indicare una pista ai giudici.
Forse vezzosamente proprio l’illegalità gli dato il compito di indicarla per
fuorviare. Vezzo pariniano, quello del moralista legalizzante, di darsi un non
so ché di gaglioffo, così per acquisire charme e darsi un tono da uomo di
mondo. Ed assomigliare per un istante ad uno dei protagonisti, d’alto
lignaggio, di classe e di know how, ovviamente, toh! toscano, toh! massone e
toh! socialista. Il frocio burino ha la sua scala di valori: Gautier, le
faux-cul a la vivienne, small ville o gorki boys, il macho Ciano nello spot a
Capri ed ovviamente gli etruschi, sconosciuti ed inarrivabili. Il giorno che
cambi di nuovo la ruota della storia, il Nostro direbbe: Vedete, l’ho scritto
come volevate voi, vi ho denunciato per proteggervi. L’affascinante gioco del
secondino carcerato. Focault, Baudrillard, Levì, Scalzone, Macario, Oliva, Eco
e Pappagone. Era il primo aprile 1980, usciva Frigidaire. Siamo sempre lì, da
42 anni. Aforismi esteromologhi, tecnicismi, put, poker nuovi ed on line, parole
nuove per riscrivere vetusti concetti. Si chiama frigorifero, poi. Fa resistere
i cibi al processo di olezzante marcitura. Anche noi possiamo resistere a
questa marcescente pustolosa ferita irrimarginabile che è la nostra letteratura
nazionale contemporanea.
siti
| inviato da GiuseppeMele il 30/7/2012 alle 3:56 | |
30 luglio 2012
Quiproquo del lavoro
Che
valore dare al lavoro? L’Assemblea Costituente, quella che solitamente viene
ricordata, con enfasi, quale quella dei padri costituenti, intendeva dargliene
molto, come si evince dal dibattito, studiato e commentato da Antonio Passaro
nel suo ultimo libro, Il valore del lavoro, appunto. Lucifero, Moro, Nitti,
Croce, Di Nicola, Dossetti, Saragat, La Pira, Terracini, Fanfani, La Malfa,
Silone rivivono nei verbali delle commissioni e dell’assemblea come delle
cronache giornalistiche che seguivano l’evolversi della scrittura della
Costituzione. Parecchi dibattiti, impensabili anche dal punto di vista della
confusione odierna: Statuto o Costituzione, preambolo si, preambolo no, norme
realistiche, norme programmatiche, norme futuristiche. Il lavoro, oggi scritto
nel marmo della legge fondamentale come fondamento del vivere civile, appare in
quel dibattito un vero e proprio qui pro quo. All’inizio le proposte sui primi
articoli erano lunghe, pompose, teoriche ed insieme particolareggiate, quasi
una summa di diverse dichiarazioni sull’uomo ed i suoi diritti seguitesi in due
secoli di rivoluzioni europee. C’era chi voleva relegarle in un inoffensivo
preambolo, piuttosto che dedicarle lo spazio dell’incipit dell’articolato; e
c’era chi voleva rifiutarle del tutto. Il dibattito però si infiamma con la
proposta comunista di dichiarare il nuovo stato una Repubblica democratica di
lavoratori, A più riprese in due
sottocommissioni e poi in assemblea la dicitura viene proposta e riproposta,
con tenace ostinazione dagli uomini Pci; posta e riproposta malgrado diversi
voti contrari, La formula all’epoca appariva fortunatissima, essendo la stessa
adottata nelle costituzioni dell’Unione Sovietica e della Jugoslavia, presente
anche nelle bozze di una costituzione francese. L’epoca, almeno tra giugno ‘46
e maggio ‘47, era ancora piena d’entusiasmo per una nuova classe dirigente
giovane che se partiva da una situazione disastrosa, aveva almeno l’ottimismo
della convinzione di poter migliorare. Chi era stato sempre in esilio o al confino,
si accompagnava a chi era sempre rimasto in patria, da contrario, oppure
favorevole o ancora neutrale all’ancient regime. Tutti i partiti del CNL erano
al governo, i socialisti avevano più voti dei comunisti e la guerra fredda non
aveva ancora il volto più agghiacciante. Malgrado le tante giravolte politiche
degli anni precedenti, l’ottimismo impegnava a credere nella buona fede e della
democraticità di tutti. Bube e la sua ragazza godevano ancora di stima generale
e le colpe erano tutte di una parte sola. Il paese, soprattutto agricolo,
vedeva una popolazione povera e disoccupata, i cui ceti ricchi erano
immediatamente identificati nei pescecani, gli speculatori che in ogni guerra
si arricchiscono. L’espressione - Repubblica democratica di lavoratori- come
venne fatto notare, sembrava un richiamo limitato al solo lavoro dipendente e
manuale eppure trovò il sostegno entusiasta di un largo schieramento.
Assimilabile ai pleonasmi democrazia popolare del popolo, famosi nell’Est
comunista, la Repubblica democratica di lavoratori era un po’ il Consiglio di
operai e contadini sovietico, famoso per non aver mai contato nulla nell’Urss,
pur dandogli addirittura il nome. Togliatti ed i suoi, consci della cosa per
una vita vissuta al buio del mezzogiorno moscovita, non erano molto interessati
al termine “dei lavoratori” in sé, quanto all’imporre il trademark di un
modello che stava travolgendo l’intera Europa, estendendosi di là a poco dalla
Germania ai Balcani. Socialisti e progressisti, che pure avevano vissuto amare
esperienze in Germania, Spagna e durante il triennio dell’alleanza
nazicomunista, aderirono con entusiasmo al Pci tanto che la dicitura non passò che
per un pugno di voti. I contrari all’epoca non contrapponevano al lavoratore,
il capitalista o l’imprenditore, o il rentier, o il professionista, quanto
preti e missionari, Per i Dc il timore era che si escludesse il missionario
dalla categoria del lavoratore, prefigurando un’epoca di repressione religiosa,
quale era norma nei paesi comunisti. Come si vede, l’assoluta maggioranza dei
costituenti dava poco peso al ruolo imprenditoriale o bancario, malgrado che il
capo del CNL Alta Italia fosse stato un banchiere e che il paese fosse sempre
sotto occupazione USA. Un democristiano ebbe a sostenere che il cittadino era
lavoratore e viceversa, escludendo dall’anagrafe chi non rientrasse nella
condizione data. Altri parlarono addirittura di Albo obbligatorio del lavoro.
Così, una volta rifiutata la dicitura Pcista, Fanfani, Dossetti e La Pira
cercarono di trovare un compromesso, che venne individuato nella parola, fondamento corretta poi in fondato. La Repubblica non poteva essere
solo dei lavoratori; ma poteva essere fondata sul lavoro, in antitesi alla
razza o al sangue. Il lavoro, fondamento della Repubblica, era quello nobilitante
effettuato hic et nunc, ma era anche quello differito, avvenuto in passato, il
cui reddito si era poi evoluto in risparmio ed infine eredità. Il lavoro,
fondamento, era anche proprietà e lasciti religiosi. Fatti alcuni distinguo,
messi alcuni puntini sulle i, chiarite le libertà religiose, assunto che anche
i monaci erano lavoratori a modo loro, l’idea dei Dc di società non era poi
così diversa da quella dei Terracini e degli Ingrao; ed assomigliava molto alle
esperienze pregresse corporative. Intanto il repubblicano La Malfa ed il solito
socialista dispettoso Silone avevano preparato la loro variante che voleva la
Repubblica, una democrazia fondata sui diritti di libertà e sui diritti del
lavoro. L’area progressista moderata era convinta che questa formula avrebbe
potuto contare sull’intero arco delle sinistre. L’identica opinione nutrita sui
Patti Lateranensi da questi costituenti che già ne pregustavano la cancellazione.
Quei “diritti di libertà” messi sullo stesso piano della giustizia sociale non
piacquero a Togliatti che li trovò, fuorvianti, poco comprensibili e non popolari.
Socialisti e comunisti a sorpresa sostennero i cattolici, isolando le minoranze
laiche. Come sarebbe avvenuto anche per i trattati Stato Chiesa (senza i socialisti
però). Dunque. Non il lavoro, il reddito, il welfare si voleva in costituzione
quanto la massa dei lavoratori, larvata minaccia a chi si fosse opposto allo
Stato ad una classe sola. Oppure si voleva garantire i missionari da una nuova
ondata di leggi Siccardi, espropriatrici di beni ecclesiastici. Nemmeno i
diritti del lavoro sembravano interessare molto (come nemmeno quelli di
libertà). Non è chiaro se quando si mise il lavoro, inteso in modo vago, a
fondamento della Repubblica, si intendesse farne radice o metterlo sotto i
piedi. I passaggi costituzionali, illuminati step by step da Passaro sembrano
svelare l’illusione coltivata e raccontare un qui pro quo, che ben spiega come
mai il lavoro italiano sia poco formato, male retribuito, tanto tassato e maxime
burocratizzato. Forse i padri costituenti non erano poi così grandi.
Lavoro
| inviato da GiuseppeMele il 30/7/2012 alle 3:54 | |
30 luglio 2012
I liberali si accorgano del sindacato
Il
ragionamento giuridico, economico e politico di Pardo sulla riassunzione di 145
operai Fiom imposta dalla magistratura.alla
“Newco” di Pomigliano, ex Fiat, trova un non scontato sostegno da parte
di un importante sindacato campano, quale la Uil e dalla sua segretaria regionale, Anna Rea.
Sostegno ancora più rilevante se si pensa che la Rea è anche Segretaria Confederale Internazionale
UIL, reduce dall’avere aperte nuove sedi del suo sindacato a Bruxelles ed in
Libia. Dunque una voce sindacale di valenza nazionale ed internazionale, di un
sindacato che in Campania è particolarmente forte nell’industria e nei servizi
privati e che a livello europeo esprime uno dei 7 leader sindacali della Ces.
Scrive la Rea sul
fatto politico: “Basta ipocrisia, non si può affidare ad una sentenza il
rientro in fabbrica, sembra non ci si renda conto che fuori allo stabilimento
di Pomigliano ci sono oltre 2000 lavoratori, con o senza sindacato, che hanno
le stesse identiche esigenze e drammi, siamo di fronte ad una “discriminazione
al contrario”.Dunque, non c’è nessuno che non veda che storicamente Fiat le
auto al Sud le voleva vendere e non produrle; e che per spingerla ad aprire
fabbriche nel Mezzogiorno lo Stato la finanziò con oltre 23nila miliardi delle
vecchie lire, quasi 12 miliardi di euro, una cifra non da poco. Vicende legate
alla Fiat Agnelli e non alla Fiat Elkann di oggi che è riuscita a sopravvivere
prima basandosi sugli autoveicoli industriali ed agricoli; poi
sull’americanizzazione del marchio avvenuta nell’era Marchionne. Mantenere la
produzione al sud è difficile, per motivi strutturali e non. La presenza in
Sicilia è già andata. Per mantenere quella in Campania, i lavoratori a
Pomigliano a maggioranza accettarono le riforme Marchionne e sostennero sigle
come la Uil e la
Cisl. I locali rappresentanti della Fiom hanno
stracciato la tessera, protestando sulla condotta politica del loro sindacato,
ormai imbarcato im una guerra politica contro il capo italo canadese della
Fiat. Su tutto ciò sulla stampa ed in tv non c’è stato traccia. I media più o
meno di sinistra, in un periodo di fuoco per l’inasprirsi
dell’antiberlusconismo, hanno identificato in Fiom il sindacato giusto, anche
quando copriva scioperi improvvisi, veri e propri sabotaggi mentre hanno
ridicolizzato gli altri come venduti e come soggetti cui piace vincere facile
con l’uso dell’intimidazione e del ricatto. Per i media, più o meno di destra,
tutto il sindacato è a prescindere “giurassico”, da rifiutare in blocco, come
se solo gli operai non dovessero avere voce in un mondo che la dà anche ai pets
ed ai loro amici. Giuridicamente, dice Pardo: sentenza in linea di diritto
giusta che impone di riassumere 145 operai, considerati sostenitori Fiom; ma
che non può impedire all’azienda di licenziarne tutti e duemila per riaprire
all’estero. E ribadisce la Rea:
“.Si fa in fretta a sentirsi dalla parte dei “giusti” prendendo in
considerazione solo un piccolo pezzetto della realtà che ci circonda. Il
problema vero è che la ripresa economica e produttiva stenta a decollare e per
cambiare questo non c’è nessuna corsia preferenziale che tenga. Anche la
sentenza di stamane è stata possibile perché la Fiat è rimasta a Pomigliano grazie ad un accordo
siglato con i Sindacati presenti ai tavoli, se questo non fosse successo adesso
non staremmo qui a parlare né di sentenza, né di riassunzioni.”. Dunque, c’era
e c’è un sindacato, come in Germania, che ragionava e ragiona per permettere la
produzione al sud. Senza il suo sforzo, non ci sarebbe stata nemmeno la
fabbrica e dopo nessuna riassunzione. Il sud è il grande problema del paese,
come è noto a tutti, ben prima dell’euro, della finanza, della politica e
dell’Europa. Trovare il modo per produrre con profitto al sud è una delle vie
principali per combattere la crisi. Chi ci prova però no trova sostegno nella
giustizia, nei media e nella politica; viene ignorato. Ci si guarda bene dal
vedere la coincidenza della voce liberale con quella sindacale. L’operaio che
vuole conservare il suo lavoro considerando suo l’interesse dell’impresa, non è
un fantasma, né un’astrazione. Esiste, respira, vince le elezioni in azienda,
rischia il mobbing con i colleghi, si prende gli sputi e gi insulti. Qualcuno
vuole parlarci? Economicamente, dice la Rea “Noi siamo sempre in
attesa, che la Fiom
si sieda ai tavoli delle trattative smettendola di affidarsi ai tribunali. Si
vuole frammentare la rappresentanza in mille microscopici sindacati di comodo.
La strada da percorrere l’abbiamo già siglata unitariamente il 28 gigno.”
Perché la Fiom
sola contesta i contratti tutti dal 2009, contesta in Fiat per partito preso
quello che firma in Siemens o mille altre aziende; contesta la madre Cgil che a
sua volta firmò l’accordo generale del 28 giugno 2011 proprio per fare fuori
proprio la figlia Fiom. Possono i lavoratori morire di crisi ed insieme dei
colpi di coda del berlinguerismo? Conclude Rea: “Il 2 luglio, CGIL CISL UIL e
UGL scendiamo in piazza, a Napoli, per la la vera discriminazione in Campania,
la mancanza di lavoro”. Si badi bene, Rea include l’Ugl, il sindacato di destra
che è concorrente alla Uil ma che la
Fiom rossa non riconosce nemmeno se è votato dai lavoratori
.Allora Pardo e Rea dicono le stesse cose. Quando è che metteremo a frutto
quest’evoluzione ed isoleremo media, politica e sindacato giurassici, ma
collocati dovunque?
fiat
| inviato da GiuseppeMele il 30/7/2012 alle 3:52 | |
30 luglio 2012
Il tradimento de La Repubblica
La
Repubblica nacque come scissione dal Corrierone. Anche Il Giornale. Più o meno
negli stessi anni. Il Corriere della Sera, padrone dell’informazione con
630mila copie di tiratura all’inizio degli anni ’70 scaricò Spadolini e con
Ottone inaugurò la lunga stagione del giornale di moderati e persone per bene che
sosteneva allora il Pci come oggi , con i Bortoli ed i Mieli contemporanei, le
varie sinistre. Nel ’74 Montanelli se ne andò a creare il suo Giornale (Nuovo),
che se non era secondo parametri europei proprio di destra, lo era molto
secondo quelli italiani. Se ne andò con Enzo Bettiza, Gianfranco Piazzesi,
Egisto Corradi, Giancarlo Masini, Antonio Spinosa, Cesare Zappulli, seguito
soprattutto da una media di 150mila lettori. Il Corrierone non si scompose più
di tanto ma riequilibrò l’andatura; con il risultato di subire una seconda
scissione, stavolta a sinistra, nel ’76 con la nascita appunto di Repubblica,
creata da Eugenio Scalfari, proveniente da L'espresso, con Gianni Rocca,
Giorgio Bocca, Sandro Viola, Mario Pirani, Miriam Mafai, Barbara Spinelli,
Natalia Aspesi, Giuseppe Turani e Giorgio Forattini. Il quotidiano di Scalfari
intendeva collocarsi in un‘area ben precisa, quella tra Partito comunista e
sinistra extraparlamentare movimentista. Lotta Continua come movimento politico
si era sciolto proprio nel ’76 e l’omonimo quotidiano, diretto fra gli altri da
Pio Baldelli, Roberto Roversi, Marco Pannella, Pier Paolo Pasolini, Giampiero
Mughini e Alexander Langer, si strascinò fino all’82 per morire nell’anno della
sconfitta terroristica. Le speranze di Repubblica di coniugare laiche aperture
borghesi con il movimentismo ideologico giovanile andarono oltre le più rosee
speranze: i primi 100mila lettori vennero raddoppiati già nel ’79. Come si
vede, sembra quasi una storia di partiti, tra scissioni, famiglie politiche e
reali che si incrociano, si amano e si tiranneggiano. E lo è una storia di
partiti, perché qui l’informazione non c’entra. E’ una storia di giornali
partiti legati ad aziende, banche, università ed istituzioni. A loro volta
vicine a questo o a quel paese estero. In lotta per il potere, senza badare se
i tempi siano di crisi o di benessere e soprattutto senza guardare agli effetti
reali sul paese. Il Corrierone, rimasto faticosamente giornale di maggioranza,
ha continuato a dimostrare una molle grandezza, facile a seguire le tendenze
più che a farle. Il Giornale fin da subito si presentò come un giornale cui non
ci si abbona, ma ci si iscrive: il presidio del buon senso, della tradizione
illuminata e della qualità letteraria e non; tutte qualità finalmente liberate
dai papocchi bigotti, clericali, nostalgici, pseudofascisti e qualunquistici da
Dc, Lauro e Giannini, dove sembrava dover cadere senza speranze il voto
moderato e dove decenni dopo tornerà con Berlusconi, vero melt di tutti quegli
elementi. Invece il partito-giornale riuscì a crearlo il gemello di Scalfari,
destinato a conquistare la borghesia progressista e non solo. Il trucco di
Repubblica fu di scegliere i nemici. Sugli amici sbagliò sempre, come è stato
ricordato, da De Mita, Veltroni, Ciampi, Dini, Soru, fino al Saviano odierno
che non a caso rifiuta l’alloro offertogli per la semplice ragione che porta
una sfortuna blu. I nemici però, Repubblica li ha scelti con minuziosa ricerca
scientifica, così accurata da farla apparire un motus sincero fatto di
indignazione e cuore. Molto prima di Berlusconi, tutto cominciò con i socialisti
innanzitutto e con Craxi; con la P2, nella cui tagliola caddero fin da subito
in tanti, dal nuovo direttore del Corrierone Di Bella allo stesso Turani, già
peraltro in odore di craxismo. Gli stessi magistrati, quelli del teorema 7
aprile, all’inizio furono classificati come nemici; col tempo ed i giusti
interpreti il giudizio e gli atteggiamenti della controparte si rovesciarono
in consapevole alleanza. A fondare
Repubblica c’era un razzista antifinanza che accusava tutti di
socialmafiosismo, c’era una spia del KGB detto Zukhov, c’erano giornalisti provenienti
dall’Eni verso il Pci e viceversa, c’erano figlie celebri e figlie d’arte divenute
celebri facendo coppia con celebri deputati sempre ovviamente Pci; né mancava
una visione intelligente del romanticismo femminile filtrato dal salotto
borghese, una visione così intelligente da credere vere decine e decine di
lettere inviate da un buontempone. Insomma non era in realtà una compagnia
irresistibile. Il mattatore è un provinciale, tra Calabria, Civitavecchia e La
Spezia: se il primo Montanelli giornalista scriveva per francesi e americani,
il nostro comincia subito con il giornalismo politico, l’unico esistente in
Italia, quello fascista. Nel dopoguerra, è’ il matrimonio che lo imparenta con
l’ambiente stampa liberale e dell’Opinione ad introdurlo ad alti livelli; già
bancario, per arrivare al grande giornalismo deve passare dalla carriera
amministrativa. E’ il ritratto dei nostri padri che veramente credettero agli
ideali della nuova grande patria, culmine delle speranze risorgimentali, e che,
distrutti nell’esito bellico, applicarono l’arte di arrangiarsi e di
promuoversi, appiccicandole sopra di volta in volta smaglianti idealità,
moderne e progressiste. Sotto la patina, però, ciniche come gli ideali persi in
gioventù. Fondatore radicale, deputato del Psi che gli fece risparmiare la
galera, Scalfari seppe costruire un giornale di grande attrattiva, usando e
seguendo i trend dell’epoca, usandoli però per volgerli alle dottrine del
monarca illuminato e degli idoli dell’antidemocrazia progressista. Non a caso
l’interscambio Repubblica e Unità è stato continuo. Se Il Giornale mostrava
tanta intelligenza da far sentire il lettore stupido o non all’altezza,
Repubblica crebbe con lo stile della banalità indorata con intelligenza. Il suo
lettore si è sempre sentito come accolto, da intelligente, tra intelligentoni. Col
trucco stalinista di raccontare la realtà con lo schematismo sciocco ma
geometrico rodariano. Qualunque caso, qualunque acandalo, qualunque
indignazione poggia sempre sullo stesso schema facile ed antico come il mondo. Il
modo, le accuse, il fango, la voglia dell’inclito di vedersi raccontare la
scena come fosse vera, Repubblica l’ha copiato dal processo stalinista, da
quello dell’Ochrana, da quello austriacante, ed ancora più su da quelli orditi
dai vincitori delle fazioni fiorentine, Resta solo da chiedersi come abbia
fatto il mondo laico a restarne incantato, e come abbiano fatto anche i
conservatori, i benpensanti ed i tradizionalisti a farsene convincere. Forse
sono state le vittorie conseguite una dopo l’altra in patria, nell’agone della
libera stampa e della finanza nostrana, Ora che tutto della Repubblica sembra
demolito, il giornale omonimo chiude il cerchio. Ha distrutto i nemici ed ha
quasi distrutto anche gli amici condotti in una infinta e senza senso battaglia
campale. La dimostrazione di forza delle idee mai avute si celebra assieme ai
poteri forti in quella Bologna già patria putativa del movimentismo
originariamente sostenuto. La Festa della Repubblica si celebra con la polizia
schierata a picchiare i nipotini eredi dei primi sostenitori. Alla repubblica
italiana viene fatta la festa. Il tradimento degli ideali sbandierati degli
anni ’70 è palese; segue altri tradimenti, del totalitarismo progress dell’Est
e di quello nostrano. In fondo è la solita storia italiana, le carriere
traverse, i buoni matrimoni, le amanti segretarie, i martiri senza pericolo ed
i pericolanti non citati, Ed è di questo che seriamente si dovrebbe discutere,
pacatamente, sottovoce, democraticamente, marzullianamente, se non debba andare
alla sbarra, Repubblica, per un reato che esiste e che non osiamo non dire ma
neanche pensare. Alto tradimento della repubblica. Che questa storia di ironica
gentile ed affascinante meschinità, abbia almeno qualcosa di alto.
La Repubblica
| inviato da GiuseppeMele il 30/7/2012 alle 3:51 | |
30 luglio 2012
Elettricità
A 5 anni dall’apertura del settore elettrico alla
concorrenza, due famiglie italiane su 10, ca. 5,6 mln di famiglie sono sul libero mercato. Un dato
considerato fra i migliori in Europa. Il
MISE con 17 Associazioni di consumatori (Federconsumatori, Acu, Adoc,
Adiconsum, Altroconsumo, Assoconsum, Assoutenti, Casa del Consumatore, Centro
Tutela consumatori e utenti, Cittadinanzattiva, Codacons, Codici,
Confconsumatori, Lega consumatori, Movimento Consumatori, Movimento difesa del
Cittadino e Unione Nazionale Consumatori) ha fatto una ricerca finanziata con i
fondi delle sanzioni dell’Autorità per l’energia attraverso la Cassa Conguaglio
per il settore elettrico, per verificare quanto i consumatori siano informati,
riscontrando diverse criticità. La ricerca “Energia: diritti a viva voce”, si
è basata su un campione di 5mila casi elaborati tra le 25mila segnalazioni
ricevute dai callcenter ed agli sportelli. Molta enfasi sia sui diritti del
cittadino tanto facilmente calpestati in altri campi sia sulle querele
contrattuali per le quali in 4 anni l’Autorità ha inflitto 24 milioni di
sanzioni agli operatori ( 14 mln. per fatturazione e 10 per scarsa qualità
commerciale). A nessuno sembra sia venuto in mente di abbassare le tariffe con
questi ricavi. A nessuno è venuto in mente nemmeno malgrado l’enfasi sul libero
mercato, che il settore elettrico non è colpito dalla fase negativa generale
grazie alla presenza combinata di privato e pubblico, nonché alle numerosissime
aziende municipalizzate che spesso nell’attuale frammentazione costituiscono
sul versante istituzionale locale un costo fiscale per i cittadini. Un’analisi
di seria spending review a sostegno del rafforzamento produttivo potrebbe
essere utile quanto sondaggi dai risultati spesso annunciati.
elettricità
| inviato da GiuseppeMele il 30/7/2012 alle 3:49 | |
30 luglio 2012
Uil Blob e Rai Fiom
La Rai, mentre il paese ha l’espressione dell’urlo di Monk, vive una propria tragedia, acuita dai minacciosi sottintesi del premier Monti. C’è ovviamente la solita guerra al management, cosa ormai connaturata da più di un decennio a viale Mazzini. Ora però la Rai vive una vera e propria guerra tra i suoi lavoratori fatta a colpi d’incredibili urla e di spaventose censure. E che sulla Tv di Stato sia caduta una cappa da silenzio degli innocenti, con la complicità di tutti i media, impressiona e spaventa. E’ una ben strana compagnia quella che si ritrova il 15 maggio alla Federazione Nazionale della Stampa. Assieme a Cgil e Cisl, normalmente nemici per la pelle, c’è lo Snater, uso abitualmente a dare del venduto ai primi due; ed accanto a queste sigle, c’è poi il sindacato dei giornalisti che conciona su un contratto di lavoro che in realtà non lo riguarda. L’aria è la solita, è quella del Riprendiamoci la Rai, Circondiamo la Rai, Indignerai, Giù le mani dalla Rai, PrecaRAI, LaRaisiamonoi; quella delle manifestazioni per la libertà di stampa e contro il bavaglio del 2009, del 2010 e del 201l; una musica suonata dall’Usigrai, il sindacato giornalisti Rai e dal nocciolo duro purista di Articolo 21, l’associazione della comunicazione nata un decennio fa per difendere la libertà di manifestazione del pensiero (Art. 21 della Costituzione), ma che col portavoce Giulietti sul tema Rai parla di tutto a nome di tutti. Come sempre le tematiche concrete scompaiono subito per lasciare spazio al vero tema, il controllo politico dell’emittente di Stato e l’attacco ai nemici tali o presunti del partitoRai: centrodestra, Lega, Mediaset. Questa volta, ma non è la prima, il nemico è la Uil presente in Rai con 900 iscritti, seconda sigla in generale del gruppo dopo Cgil (1200 iscritti), una realtà di tutto rispetto, prima sigla alla radiofonia, alla sede di Napoli ed in Raiway. Già non presente al Riprendiamoci la Rai, la UilRai si è macchiata di gravi torti; non ha voluto partecipare all’ammucchiata giornalisticosindacale che ha chiesto a più riprese le dimissioni di un CdA aziendale, ormai già in scadenza. Invece di sostenere come tutti gli altri le operazioni politiche tese a togliere al Parlamento la nomina del CdA, la UilRai ha preteso di discutere di soldi per i lavoratori, dall’anticipazione del PdR al recupero economico della mancanza di contratto che va verso i due anni. In Rai ci sono tre contratti, scaduti nel 2009, il giornalistico, l’aziendale e l’orchestrale, di cui il primo ha almeno recepito il nuovo contratto stampa 2009 mentre il secondo ha avuto solo un adeguamento economico nell’ottobre di tre anni fa con il DG Mauro Masi che lasciò fermi all’accordo 2007 i temi di apprendistato, formazione, appalti e personale. Il contratto generale riguarda anche la maggioranza dei giornalisti poiché per una stranezza corporativa, il contratto stampa è riservato solo a chi lavora per Tg e rubriche collegate, “gli unici tutelati dall’Usigrai, ”come denuncia l’Acta. A marzo 2012 dopo un anno e mezzo di trattative, il contratto sembrava fatto tra garanzie occupazionali, incremento di €85 euro, una tantum da €2.000 ed il 75% del premio di risultato a tassazione ridotta. Poi la politica ha detto stop. Il 2012 scade con il CdA anche il contratto di servizio Stato-Rai mentre la DG Lei è stata appena nominata da un anno. Una delle poche cose positive che il Pd si aspetta dal governo Monti è la revisione della norma che fa nominare alla Commissione parlamentare Rai i membri CdA. Questo il significato dell’espressione di Bersani; “I partiti escano dunque dalla Rai. Noi ne usciremo comunque.” Al Pd conviene uscire da un CdA che non è mai riuscito a governare, potendo contare sul partitoRai che tra minacce e piazza mediatica presidia l’azienda. Gli eventi spingono il blocco sinistro-corporativo a richiedere l’azzeramento di tutte le cariche per affidare la governance al Governo. Idea che più che avvicinare i cittadini alla Rai, li allontana. Calabrò, ormai fuori da Agcom, sulla riforma Rai è sepolcrale e parafrasa Platone: “Solo i morti vedranno la fine del dibattito sulla Rai”. Se i contratti devono attendere la fine delle guerre politiche, i lavoratori stanno freschi. L’attenzione ai risultati, è tanto per cambiare, nulla. La Lei viene dipinta come la peggiore possibile, eppure dopo un lustro negativo (rosso €128,5 milioni nel 2010, di 81 nel 2009, di 7 nel 2008) l’azienda è tornata in pareggio. RaiSat è stata liquidata nel 2010, Raitrade internalizzata ed Audiradio chiusa nel 2011; Rai Corporation chiusa quest’anno. L’idea di nuovi tagli per 85 milioni dopo i 70 del 2011 non fa sorridere, tra polemiche attorno ai 400 milioni di canone evaso ed a quello da far pagare alle aziende, l’estremismo sempre più forte di Rai3 e lo svuotamento di Rai1 e Rai2. La campagna squisitamente politica travolge qualunque ipotesi di dialogo contrattuale portandosi via anche i miglioramenti economici. La UilRai non ci sta, presenta precisi dati economici ai lavoratori cui propone un referendum, assieme a Libersind. Volete il contratto? Un accordo economico temporaneo? Contro la Uil si scatena un uragano di accuse, dalla falsificazione delle firme alla mistificazione dei dati economici. Appelli accorati al Quirinale e palazzo Chigi. Gira un facsimile di lettera di ritiro di firma per chi volesse farsi perdonare l’adesione al referendum. Non solo non c’è uno straccio di deputato o personaggio che prenda le difese della Uil ma addirittura si leva un muro di silenzio omertoso sui fatti. Che sono poi 4500 firme vere a mano (su 8000 lavoratori), non al telefono o con click sui siti, a favore di un accordo economico; e 400 persone vere che dopo un’assemblea di lavoratori, senza passanti, tiratardi e amici, manifestano il 15 maggio davanti al cavallo di viale Mazzini dopo l’assemblea Uil- Libersind- Ugl. In tutta fretta il partitoRai reagisce con un proprio antireferendum, che tra telefono e click si tiene tra il 7 e l’8 maggio chiamando alla sfiducia di un CdA già dimissionario. La futura segretaria Cisl Annamaria Furlan, mal consigliata, cede intervistata dal Tg Cisl ad un improvviso comunicato plaudendo ad un risultato bulgaro favorevole al 98,18%. In un’azienda dove il 60% non è sindacalizzato viene da chiedersi come si faccia a raggiungere tali percentuali. Sembra che reclamino il rinnovo contrattuale, ma in realtà Cgil, Cisl e Snater piangono per il venir meno di contratti strapagati ai Santoro, Ruffini, le Guzzanti, Dandini e Fazio con accompagno di Saviano. Più realisti del re, snocciolano dati economici, 50 milioni persi di pubblicità dalla Sipra per l’uscita verso la7 delle star , che in realtà ammazzate da quella che Ennio Remondino chiama l’assordante uscita di scena di Berlusconi. Servizio Pubblico di Santoro sul canale Cielo fa l’1,72% di share (400 mila spettatori) ed altri 600mila su Sky. Daria Bignardi ha il 3,25% , la Dandini il 2%, la Costamagna il 3,70%, Lerner il 4%, la Gruber il 5%. A la7, ora in vendita, il 4,5% del mercato; a Matrix, Ballarò e Porta a Porta tra il 10% ed il 13%. Istituzionalista il partitoRai minaccia di denunciare la Lei alla Commissione di garanzia dello sciopero per condotta antisindacale. Si volge al vertice Rai, reo di “aver tentato di dividere il sindacato”, in realtà per attaccare la Uil (usa “alcune organizzazioni sindacali per creare una spaccatura e, preoccupata che riavviasse un confronto” di diffondere “una ipotesi di accordo che riflette solamente …forse una minoranza sindacale.”), come se l’organizzazione aziendale del segretario Flavio Tomei, forte da anni, fosse stata organizzata per l’occasione. Spaccature sindacali, uso strumentale di minoranze, crumiri e gialli: è un linguaggio noto, da sempre usato dalla Cgil verso gli altri sindacati quando trattano con governi invisi, o concludono contratti malgrado il suo veto. E’ un linguaggio urlato nelle vicende dei metalmeccanici, dei bancari e del commercio; contro l’art.8 di Sacconi (ma non contro la riforma del lavoro della Fornero). L’attacco al crumiraggio è un po’ l’ultima spiaggia per la Cgil, il corner dove rifugiarsi quando perde il confronto tra i lavoratori. In Rai però oltre a Cgil, l’adottano anche Snater e Cisl, il diavolo e l’acqua santa; lo usano i dirigenti aziendali dell’AdRai, associazione dirigenti Rai, sempre vicini all’Usigrai, il sindacato unico dei giornalisti Rai. Così unico da vantare 1700 iscritti aziendali, quasi la totalità dei 2mila giornalisti del servizio pubblico, praticamente un’iscrizione d’autorità. Ogni tanto anche l’Usigrai se ne perde per strada qualcuno come Stefano Campagna, l’autore del Libro Bianca, j’accuse sui soprusi della direttrice Rai3 Berlinguer, conclusosi con un nulla di fatto nei giorni della cacciata di Minzolini dal TG1. La Rai ha ca.10mila dipendenti fissi che con precari, apprendisti e part time diventano 13300, presenti in Rai, Rai way, Rai World, Rai Cinema, RaiNet, Sipra, 01 Distribution. Un esercito di 350 giornalisti dirigenti e 1300 giornalisti semplici. 250 dirigenti, 1120 quadri. In mezzo 4000 impiegati di cui 1500 impegnati nella produzione, poi 1250 addetti alla regia e 120 orchestrali. Infine una base di 1700 lavoratori (1000 operai, 600 addetti alle riprese e 130 tecnici). A latere, 350 giornalisti e 1300 impiegati a tempo determinato. Senza contare le collaborazioni e comparsate misere e milionarie di 43mila collaboratori.. Il modello è l’ideale del punto di vista interno borbonico. Un rapporto di 1 a 1,5 tra apice e impiegati, 3000 a 5000; e di 1,5 executive a operaio, 3000 a 2000. Stipendi e salari creano un montante da un miliardo; per precari ed etc. solo ulteriori 6 milioni. Il trasversale partitoRai è stato garante dell’eccellenza, dei privilegi e degli sprechi dell’azienda, del benessere dei suoi dipendenti come e meglio delle migliori perle pubbliche, da Bankitalia in su. Un tempo governativo per eccellenza, da tre decenni ha preso il vezzo di diventare antigovernativo se non antisistema. Grande burocrazia pubblica e partitica tradizionale persa la spina dorsale del mondo del lavoro e delle famiglie, l’hanno trovata qui. Dovunque la tv generalista, da sola raccoglie più pubblicità della stampa e non è ancora raggiunta da Internet. E’ limitativo però pensare che la politica sia solo comunicazione e che la comunicazione sia Tv. Si è fatta Tv commerciale, solo per mantenere la comunicazione politica. Il partitoRai ha combattuto a lungo perché non si stabilizzasse la Tv privata, poi ha vissuto l’ansia di venirne superato. Ora i diritti delle Olimpiadi di Londra li ha vinti Sky; se l’anno prossimo non avrà i diritti del calcio, quale pubblico resterà alla Rai? Il partitoRai non badando a risultati, professionalità e lavoratori, ha misurato solo il confronto con Mediaset. Ora sono entrambi in calo. Si è però costituita come sostiene Giovanni Minoli una “Fiom di Stato” che snatura il servizio pubblico ed anche i sindacati cui toccherebbe di contrattare al meglio le condizioni di lavoro. Il partitoRAI ha decretato che “la Rai non intende rinnovare il contratto di lavoro 2010/2012”. Forte del sostegno dei lavoratori la Uil, con Libersind ed Ugl sostiene il contrario e chiede accordo economico e rinnovo CCNL sulla base di quanto concordato a marzo. Contraddittorio non ce n’è- Tutte le parti istituzionali, le direzioni giornalistiche ed i nomi che contano sono da una parte. Sui lavoratori cappa di silenzio, nemmeno un tapiro di Striscia. Se la Fiom Tv non avrà governance ed un nuovo CdA, neanche i dipendenti avranno qualcosa. Bastano un’ora (invece che 2) di maggiorazione notturna, la rinuncia del rimborso del trasporto per recarsi al lavoro per erigere un rifiuto secco. In attesa che il partitoRai se ne vada armi e bagagli dalla nuova 7 di Repubblica e sempre che la Rai sopravviva a tutto ciò. . ![]() ![]()
rai
| inviato da GiuseppeMele il 30/7/2012 alle 3:47 | |
19 giugno 2012
Meno bike per tutti
"La bicicletta richiede poco spazio. Se ne possono parcheggiare diciotto al posto di un auto, se ne possono spostare trenta nello spazio divorato da un unica vettura. Per portare quarantamila persone al di là di un ponte in un ora, ci vogliono dodici corsie se si ricorre alle automobili e solo due se le quarantamila persone vanno pedalando in bicicletta.". L’ha detto Ivan Illich, austriaco, fattosi prete a Roma nel 1951 e divenuto importante dirigente della Chiedsa Cattolica di New York e, da lì, dell’America Latina, per la quale fonda nel ’60 il CIDOC, Centro Intercultural de Documentación, in Messico, un centro di ricerca e formazione per i missionari del Nord America. Illich nei ’70 partecipa della rivolta della chiesa latinoamericana contro l’eccessiva collateralità del Vaticano agli USA e passa ad uno stato laicale col quale lo troviamo nel ’77 a insegnare a Trento nel visibilio del movimento studentesco da cui usciranno Curcio & co., i fondatori delle Br. Colpito dal cancro che combatteva fumando oppio, Illich è morto dieci anni fa, ricordato come pensatore, docente di mille università e grande didattico. Invece fu un cattivo maestro, più che inutile, dannoso nei confronti del mondo istituzionale e dei giovani cui si rivolse, non perché predicasse contro il sistema politico e sociale o perché sostenesse la congiura, l’antisviluppo, la chiusura elitaria e carbonara, ma perché lasciava, nel distruggere, solo vuoto, nessuna proposta realistica e nessun miglioramento futuro. Non meraviglia perciò la citazione che fa parte dell’esaltazione di cose apparentemente democratiche ed invece puntate contro la gente per peggiorarne la condizione e lo status quotidiano. Che la bicicletta sia più maneggevole dell’auto, è un fatto scontato. Anche l’auto è più maneggevole di un autobus; e l’autobus lo è più di un treno; ed il treno lo è più di un aereo. Più maneggevole di tutto è poi solo il corpo umano, senza bici, auto, autobus, treno e aereo. Ben diverso è il consumo di tutti questi mezzi. Chi, con illich, si illumina per la bici, pensa che sia andando a piedi che a pedali, non si consumano materiali energetici inquinanti, come avviene con gli altri mezzi citati. Ben diversi sono i risultati, però. Non potremmo avere grandi agglomerati urbani senza auto o autobus, non potremmo avere sviluppo nel mondo senza treni ed aerei. A chi citasse la crisi, sarebbe facile contrapporre lo sviluppo che stanno avendo aree del mondo solitamente arretrate, per una crescita mondiale del 4% hic et nunc inimmaginabile nei secoli precedenti. I fautori della bici e di illich in fondo pensano che il male stia qui, nell’arricchimento di parte delle masse dei Brics o nell’abbandono della terra per le realtà urbane determinatasi in 150 anni. Era meglio, secondo loro, quando i milioni di popolani non vedevano mai il mare, vivendoci magari a 100 km di distanza. Piangono 2556 ciclisti morti negli ultimi 10 anni sulle strade italiane e 1.275 su quelle inglesi. Piangono 462 ciclisti morti in un anno in Germania e i 280 in Polonia. Li piangono “per la villania, la disattenzione, la scortesia, la negligenza, la villania, il disinteresse, nei fatti, anche dei pubblici amministratori.” Titolano i blog: “In macchina, solo merde”. Si strappano le vesti perché è in coma una giornalista del Times, per incidente ciclistico, caso che ha spinto il noto quotidiano di Londra a sostenere una campagna a sostegno della sicurezza dei ciclisti, detta “Cities fit for cycling”. Decine di richiami e blog in se e per sè non così numeroso sono arrivati subito ad una proposta di legge. E’ una di quelle cose che poi muove la gente contro i Legifici, queste strutture politiche costosissime che a fatica si occupano di cose serie, ma che si mobilitano per cause evidentemente solo nominalistiche o di poco conto, come il benessere degli animali domestici, l’elettrosmog, o altre cause lontane nel tempo e nello spazio di disastri ambientali. La proposta di legge “Interventi per lo sviluppo e la tutela della mobilità ciclistica” è stata promossa dal democratico Francesco Ferrante, assieme ai democratici Adamo, Agostini, Amati Andria, Armato, Barbolini, Bastico, Bassoli, Biondelli, Bosone, Carofiglio, Casson, Chiti, Vita più altri 24; dai radicali Bonino, Perduca e Poretti; ma anche da 5 Pdl (Alicata, D'Ali Fluttero, Orsi e Nessa), dai terzopolisti Baio, Bruno, De Luca, Gustavino, Peterlini, Pinzger, Serra e Tedesco, nonché dai dipietristi Pardi e Giambrone. Nomi da ricordare per gli automobilisti, che pagano due volte in più degli altri l’assistenza sanitaria, che sostengono una parte notevolissima di entrate erariali, che soffrono tutti i giorni ore per raggiungere il lavoro o la famiglia in un contesto di strade mai migliorate seriamente negli ultimi trent’anni. Nomi da non rivotare se ne sarà data possibilità. Non meraviglia che la maggior parte delle firme sia del Pd che infatti ha perso sempre di più il capo e confonde astratti messaggi belli e democratici senza accorgersi che sono fatti per l’elite societaria che già vive meglio. Per i ceti medio bassi vivere con la bici può essere possibile in piccole città come Pisa, ad es; in generale è impossibile. D’altronde le stesse menti illuminate che predicano la disponibilità alla mobilità sociale per agevolare il mercato, poi vorrebbero punire i mezzi utili a raggiungere le località più distanti. Per chi ha a cuore la gente, è evidente che l’automobile, la possibilità di raggiungere luoghi lontani è uno strumento di libertà personale. La seconda cosa più importante per la gente comune dopo il possesso dell’abitazione. Anche qui non meraviglia che chi attacca la proprietà della casa (stupidamente preferita all’istruzione), poi abbia nel mirino l’auto. Di auto ce ne sono anche troppe, è vero, il che determina il fatto che se ne venderanno sempre meno, mettendo a rischio occupazione e brand del mercato relativo. Sarebbe un bene anche potere usare l’auto quando si vuole e non obbligatoriamente grazie al telelavoro che rende superfluo mantenere grandi sedi aziendali e amministrative. Comunque ogni scelta dovrebbe restare del singolo senza campagne moralizzanti tese a condannare l’automobilista rispetto al ciclista. Pochi in realtà, tra i non giovanissimi, sono in grado di usare la bike con l’emegia necssaria per i ritmi di una normale giornata urbana. Ben per loro, il che non deve essere male per gli altri. Dispiace a tutti per 255 ciclisti morti l’anno, ma deve dispiacere anche dei 7mila morti l’anno per il traffico. L’attenzione stessa non può che indirizzarsi proporzionalmente ai numeri che parlano da soli. In Europa abbiamo avuto anche 120mila morti in un anno con 2 milioni di incidenti. C’è molto da fare per proteggere pedoni e automobilisti, Non dire la bugia che le città siano fatte (fit) per il ciclista come sostiene il Times. Non è vero; il parco, il cortile, il centro città ed i quartieri snob sono fatti per il ciclista. Le strade no; sono fatte per macinare km. Il Times potrebbe pensare ai milioni di londinesi e no che si fanno in auto o treno anche 200 km per raggiungere il lavoro. Altrimenti anche l’incidente, il dolore e l’attenzione sono un privilegio per i già privilegiati.
bike
| inviato da GiuseppeMele il 19/6/2012 alle 2:8 | |
19 giugno 2012
Grillo e grulli
Pd al 20%, Pdl al 15%, Terzo Polo al 6%. Perdi più su una base elettorale inferiore al 70%. Questi i due dati consegnatici dai 9 milioni di votanti impegnati nelle amministrative 2012; dati sui quali si stanno formando analisi diverse che concordano solo su un punto: lo schieramento parlamentare di Monti, che vale sulla carta più del 70%, nella realtà non è maggioranza nel paese, anzi contando l’astensionismo come voto contrario (il che è in parte una forzatura), non rappresenta che a mala pena il 30% del popolo. A sinistra il crollo elettorale del Pdl basta ed avanza per ridere, come è stato detto. Nel composito mondo del centrodestra, si va da chi si scopre anche un po’ grillino, a chi punta sul ritorno di Berlusconi, a chi sembra chiedere le dimissioni di Alfano, a chi esalta l’esempio di Tosi, a chi comunque disprezza sulla linea di Napolitano, l’antipolitica di Grillo ed a chi difende comunque la politica, indivisibile dalle istituzioni. Al voto bisognerà andare, non c’è verso. Altri mesi così, faranno ulteriormente calare l’attuale miserando 40-30% in cui sono precipitati tutti i filoni del pensiero e dell’azione politica. Quando ci si andrà, anche con l’attuale forma elettorale, torneranno in Parlamento comunisti ed affini, con i nomi più vari. Il Pd da anni imbroglia la sua base elettorale, facendole balenare programmi in difesa del reddito e dei servizi per i ceti medio bassi e poi comportandosi come il partito delle corporazioni forti. Il conflitto tra coop e sindacati di questi giorni è esemplificativo. Acquisizioni e fusioni si accompagnano a massicci esodi e licenziamenti. Qui cade la parabola del valore. Per la maggioranza, che sia corretto economicamente o no, maggiore valore finanziario costruito sui minori costi e licenziamenti, non è valore. Controprova è l’esempio dei Del Vecchio di Luxottica o dei Be stupid not be smart di Rosso. Dunque torneranno in forza i comunisti e si stabilizzeranno i dipietristi che attualmente sono gli unici rosso-bruni, fascio comunisti, realmente presenti in un paese europeo. A loro si deve l’identificazione tra politica, casta e mafia, il pensiero mafiosista, indirizzato ovviamente a tutti gli altri partiti. In cosa mai potrebbe surclassarli il movimento di Grillo? Come potrebbe interpretare meglio della sirena comunista e giustizialista voti dell’astensionismo e dei delusi di destra e di sinistra? E’ stato detto ed è da sottolineare. La proposta di Grillo è l’aumento spropositato di democrazia diretta, idea neanche peregrina grazie all’innovazione tecnologica, ben esemplificata dall’ordinaria amministrazione elvetica, ad esempio. Questa idea di democrazia diretta, cioè dell’ampliarsi del valore dei milioni dei già esistenti comitati, associazioni, centri, etc, in milioni d’incontri, di confronti, di ascolti, di trattative e litigi è un sogno ad occhi aperti per il mondo burocratico; magari non per quello prefettizio, ma sicuramente per quello locale e di terzo e quarto livello. E’ un’idea che è assolutamente in linea con l’esplosione delle fonti di diritto, locali, nazionali ed europee, nelle quali gongola il mondo giurisprudenziale, facilitato così alla completa libertà e incoscienza. Ed è un’idea amatissima nel mondo comunista e dintorni che della propria forza nel momento assemblare, nella relativa selezione dell’uditorio, nei meccanismi di pressione, intimidazione e minaccia storicamente adoperati, si bea tutt’oggi. In fondo a moltissimi italiani i sistemi compromissori, di non decisione ma anche di non esclusione, piacevano proprio in amore di una certa sicurezza per tutti. La democrazia diretta, la discussione infinita hanno lo stesso pregio del non fare, del non affrontare, del rimestare tutto in continuazione fondandosi su legittimi dubbi su inconfessati interessi che comunque non possono che esserci. La trasparenza è già un trend mondiale per la virtualizzazione dei rapporti imposta dalle tecnologie; il giudizio sulle persone è da tempo i loro redditi, a seconda dei punti di vista,nel bene e nel male. La variante italiana tira queste tendenze verso il blocco reciproco dei veti e contro veti; rischia di allargare a tutto il paese i metodi usati, legali o no per far uscire dal primo piano Berlusconi. Bisogna avere chiaro che con 400000 eletti già insediati, l’applicazione massiva della democrazia diretta uccide la democrazia, pensando anche ai metodi casarecci con cui verrebbe applicata in carenza di strumenti ed usi tecnologicamente avanzati. Un mix di superstizioni politiche e non, demagogia e considerazioni falsamente umanitarie spingerebbero a legiferare contro ogni libertà ed a mettere in forse ogni tipo di attività, se non la produzione di carte. Dovrebbe essere allora chiaro l’impegno contro la democrazia diretta, per la diminuzione dei 400mila eletti, per l’impegno a non legiferare se non per necessità. Ed ancora riportare in Parlamento l’unica fonte di diritto. Come limitare l’operato delle fondazioni nei rispettivi partiti.. Come riportare miriadi di associazioni categoriali in quelle che firmano e trattano contratti di lavoro. La trasparenza, su come votano i politici, sui dibattiti in streaming tv, sui progetti all’esame del voto è un dati dei tempi; aggiunge dati ai miliardi di dati già presenti nelle teste iperinflazionate della gente. Per non precipitare nei consensi, è però necessario restare fedeli agli impegni presi al momento del voto, non cambiare casacca pena la decadenza. Questi sono i meccanismi di collegamento tra elettote ed eletto, non la trasformazione di ogni assemblea legislativa in un Tar che permetta alle minoranze di bloccare ogni scelta. Nei giorni del ritorno alla gambizzazione terroristica anni ’70, il soliti spirito fazioso ha illuminato la scena solo sulle esibizioni rudi dell’estrema destra greca entrata in Parlamento. Questa sarebbe la realtà della democrazia diretta applicata: comizi roosobruni contro i colpevoli sociali e politici predestinati. Non è dunque che da Grillo non vengano proposte precise. Sarebbe da grulli non contrastarle, non considerarle o addirittura sostenerle.
grillo
| inviato da GiuseppeMele il 19/6/2012 alle 2:5 | |
7 aprile 2012
Smau & ForumPA
Le principali fiere dell’informatica e delle tecnologie includono, campioni bel contesto privato e pubblico, Smau e FORUM PA. Il primo, Salone Macchine e Arredamenti per l'Ufficio, tiene la sua principale edizione dedicata all'Information & Communications Technology (ICT), dalla sua nascita nel lontano 1964, a Milano in autunno con una media di 50mila presenze. Il secondo festeggerà la 23° edizione a Roma dal 16 al 19 maggio, nell’evento clou tecnologico della Capitale, con una media di 300mila visitatori, 15mila al giorno, un pieno di visite di interessati, ma anche praticamente comandate per consulenti e fornitori PA come sull’onda dei crediti formativi per il personale pubblico. Il Forum, che ben esprime le modalità di approccio di gran parte del paese alle innovazioni, venne partorito ai primi ’90 nell’epoca della riforma Bassanini della PA, e dell’instaurazione della cosiddetta comunicazione pubblica. Quest’ultima, un tempo solo Rai e veline prefettizie, dovette uscire dall’aura di riservatezza, per decenni giudicata omertà pubblica e si trasformò in uno strano centauro, mix di pubblicità, propaganda, uffici stampa, uffici di gabinetto riservati, management, portavoce e fiduciari della grande burocrazia centrale e locale. Da questo milieu, molti che un tempo trovavano posto nell’ampia pubblicista par accademica partitica e sindacale, sono saliti ai vertici di Agenzie, Authority, Centri culturali e Fondazioni, in quello che voleva essere un processo di innovazione selettiva della classe dirigente e che invece si è evoluta nell’ingrassamento del suo peso sul paese. Due le colonne del ForumPA : il primo è il portale con gli eventi promossi o accompagnati; il secondo è l’evento di maggio. Molti lo credono parto dell’innovazione pubblica mentre in realtà non è né cosa pubblica, e neppure cosa privata, ma solo un marchio, cosa di immediata comprensione se si pensa al nome originario,Romacasaufficio, assai simile all’acronimo Smau. Lo gestisce l’Istituto Mides, che malgrado il nome non è un istituto culturale, sotto le sapienti cure del presidente Carlo Mochi Sismondi. Il portale, lungi dal vantare gli effettivi meriti fieristici, in nome della neutralità della buona innovazione, di auto conferite competenze pro bono di e-government e democrazia elettronica che verrà, ha sempre attaccato unilateralmente tutte le attività nel settore del centrodestra, da Stanca a Borghini a Brunetta, ridicolizzando con la Lega anche le best practises lombarde Le veline hanno lasciato il mondo pubblico per ridefinirsi in quello privato ma le tessere no, contavano ieri come oggi. Non a caso Osnaghi, campione dei piani ICT di Prodi di 2 decadi fa viene ora riproposto da Di Pietro. Il prossimo ForumPA, senza il fiato sul collo del concorrente convegno brunetiano della Siav Accademy, cambia linea sul Cad, Codice dell’Amministrazione Digitale, improvvisamente divenuto all’altezza di quella leadership italiana nei servizi di egoverment che, certificata dal’Europa, i nostri esperti non sono mai in passato riusciti a spiegare. Per il resto si preannuncia il peana per Agenda Digitale, titolo dell’evento fieristico oltre che dell’iniziativa del governo Monti. A marzo lo Smau ha fatto a sua terza puntata romana con 5.600 presenze, anche se l’AD Smau Pierantonio Macola sottolinea gli 8.500 i registrati. Lontano il successo dello Smau Mediterraneo 2000, i 16mila visitatori ed i 130 espositori di allora. Gli espositori sono stati gli stessi 80 del 2011 con 13 regioni rappresentate, a parte la ditta danese di un gentile manager emigrato trevigiano. Su 500mila lavoratori del settore, Roma ne ha di più: 80mila nella Capitale e 73mila a Milano. A Roma è presente il 24,3% delle imprese della telefonia, il 19,3% dell’IT e meno del 10% dei servizi di informazione, a Milano rispettivamente il 16,5%, il 18,2% ed il 12,7%. Il Lazio, dice Zanchi di NetConsulting, ha più banda larga nelle imprese della media nazionale (84, 3% vs.83,1), è 1° nei progetti europei di ricerca, 2° solo alla Lombardia per impiegati in ricerca. I distretti industriali delle Marche a sorpresa risultano i più digitalizzati. Da Roma Digitale a Roma Wireless e Roma Wifi, il coinvolgimento competitivo di Comune, Provincia, Regione, Confindustria, Confcommercio e le innescabili attività del consorzio del Distretto Ict&audiovisivo e della Fondazione FMD del Comune, dell’E-lait regionale, del Cattid de La Sapienza testimoniano attenzione alle tecnologie. Lo stand Confcommercio, in assenza del suo guru Gatti, avendo Smau Roma scelto l’infoprovider rivale, Nextconsulting, come relatore di maggioranza, portava in bella vista la scritta Provincia di Roma Capitale. Il lapsus, più che alla scarsa conoscenza delle riforme costituzionali, è l’ammissione della leggerezza pubblicitaria con cui gli stessi professionisti prendono ormai i progetti tecnologici di ampio respiro. A Smau Roma non c’erano gli Alemanno, Polverini, Zingaretti, non parliamo del governo. La VI° inchiesta sull’ICT nella Capitale, lavoro Comune- La Sapienza è stato presentato dall’assessore al commercio, molto noto ad Ostia, meno in Internet. dell’Opificio Telecom Italia sull’Ostiense. Nebbia no comment su Roma Capitale Digitale, il fiore all’occhiello 2009 di cablaggio in fibra di tutte le case romane entro il 2013, impegno da 600 milioni di telco ed Unindustria romana. Telecom ha cablato Prati, Belle Arti, Appio e Pontelungo; alla collina Fleming ci hanno pensato Fastweb, Wind e Vodafone. Poi Telecom ha troncato il budget. Difficile che Alemanno cerchi soluzioni alternative mentre gli mancano 2 miliardi per le semplici spese correnti. Ci penserà il nuovo presidente di FMD Gennaro Sangiuliano? Lo Smau punta tutte le sue carte sulla tecnologia distribuita nelle città, valvola di sfogo e profitto per le Pmi a partire dalla videosorveglianza. Il partner dovrebbe essere l’Anci, l’associazione, iper disomogenea, dei Comuni che in passato ha già registrato il fallimento dell’Ancitel. L’applicazione delle tecnologie può solo volare basso e territorialmente. Appena il quadro si fa generale pesano i costi dell’ICT politico, che molti non conoscono e su cui gli addetti ai lavori stendono un velo pietoso, dove sfuggono i reciproci confini delle tante sigle associative imprenditoriali private, pubbliche, miste. Confindustria Servizi Innovativi -Tecnologici, Confindustria Digitale, Confindustria Cultura, Anie, Assinform, Assintel, Assinter sono come tanti partiti, con i loro consulenti, la quadriglia di concetti e slogan, ripetuti da anni, a prescindere dagli eventi. IBM ed Engineering ne sono uscite fuori, gli installatori di Astel sono andati nel metalmeccanico Anstall. Sopravissuti pezzi di ItaliaLavoro, la romaniana Infrascom aspettano ala finestra il grande piano di fibra ottica che sulla carta l’Agcom dell’ex ufficio stampa Calabrò dovrebbe guidare. La retorica, tra modello ForumPa e Smau , vince tra giovani e vecchi. Per Lucarelli di Confindustria Servizi Innovativi -Tecnologici, “Non c'e più tempo da perdere: urgono investimenti in innovazione e regole più semplici”. La Confindustria Digitale di Parisi vuole realizzare l’Agenda digitale del paese. Stesse parole al World Wide Rome all’Acquario Romano, per gli artigiani, creativi digitali, magari anche indignati, dell’economia della Rete, ora innamorati del nuovo guru Chris Anderson ( che non è il protagonista di Matrix ma un Deleuze con tablet). Dice Mondello, Tecnopolo Spa, c’è il “bivio: o spazio ai giovani makers o è tardi per l’innovazione”. Chissà se i makers sanno che Tecnopolo è un’azienda praticamente pubblica di Camera di Commercio, Comune, Filas, Regione. Al paludato “Oltre le nuvole. Italia protagonista web” si confondono i minori costi della Nuvola con i vantaggi effettivi per il nostro tecno sistema. Palludati o scapigliati tutti d’accordo nel sognare l’impossibile finanziamento pubblico di un ICT democratico e no profit, concetto in nuce opposto e contrario ai motivi e metodi dell’affermarsi mondiale del VI° potere, Internet. Malgrado l’evidenza si riesce a plaudire a Lessig del Creative Commons ed a remare al contrario. L'Ict crea il 5% del Pil europeo (€660 miliardi) con il 2,6% dei lavoratori (4,7 milioni), ma dal 2010 le sue revenue calano, mentre sulle telco europee, accusate di cartello, pesa un meno 10 del valore azionario. La politica europea non se ne accorge e blinda i prezzi della telefonia al ribasso per legge, caso unico in tutti i mercati. Nessuno ha da ridirne. In Italia l’ICT, un milione di lavoratori, ha dimezzato il fatturato precrisi del 4% e mentre sogna le apps e òa Tv taggata, esternalizza molte attività di qualità. E’ il trionfo del modello ForumPa, ricopiato dai colorati Working e Barcamp. Ha ragione Macola. Quando il cameriere usa il tablet per farti ordinare la pizza, in campana. E’ l’ICT piccola e possibile in azione, l’unica possibile, che costa meno di quanto fattura.
smau
forumpa
| inviato da GiuseppeMele il 7/4/2012 alle 4:9 | |
7 aprile 2012
società civile e partitica
Roma ci ha messo un bel po’ per incassare il no di Monti alle Olimpiadi. Sul momento lo stop alla candidatura capitolina aveva prodotto lo stesso effetto dell’annullamento della relativa conferenza stampa delle 18 del 14 febbraio, comunicato da un mesto Simone Turbolente portavoce di Alemanno. Vale a dire l’esplosiva e barbara danza bellica di felicità di quasi tutti gli addetti stampa e cameraman, ebbri, dopo la caduta del governo Berlusconi, dell’ennesimo schiaffone mollato dal sindaco di destra già provato dalla pessima gestione delle precedenti nevicate. Sarebbe stato infatti grave che un Campidoglio di destra riuscisse dove non erano riusciti gli ottavi re di Roma di sinistra. Poi un po’ tutti nella Capitale, vicini e lontani da Pdl e da pdmenoelle, hanno cominciato a preoccuparsi per l’ostilità dell’esecutivo, non ammorbidita dalla Cancellieri de noartri e dall’invisibile presenza di Barca. Nordista nel cipiglio, negli uomni e nei contenuti era il governo precedente; e nordista è il governo dei tecnici.Roma resta esempio, riferimento e luogo di mediazione per il Sud, di cui è una suggente e concreta capitale. Il nordismo del governo in carica, senza concedere appigli ad accuse discriminatorie, è indifferente al moltiplicarsi di gruppi e movimenti pro Sud, mentre il centro democristiano di Casini solitamente ricettacolo delle richieste meridionali, ci ha messo un drastico coperchio sopra, impegnato come è nel sostenere Monti per motivi squisitamente politici. D’altronde Pierfurby è pronto anche a sacrificare il suo Udc.Nell’economia concreta le famiglie dei costruttori così si trovano nell’imbarazzante impasse di venir condotte a sostenere, in nome di alte ragioni, un esecutivo che taglia i loro interessi senza mediazioni lettiane. A sinistra l’appianamento della politica romana è stata aggravata dalla situazione barbina di Rutelli e Veltroni, uno ingoiato nel vortice delle distrazioni milionarie di partiti defunti, l’altro accusato senza mezzi termini di esser e una quarta colonna sull’art.18. In questo contesto sul Pdl istituzionale al Campidoglio si è aperto il vaso di Pandora delle critiche del suo stesso campo, inaugurate dalla pesante condanna personale su Alemanno enunciata dalla manifestazione della destra di Storace il 3 marzo. A seguire i distinguo si sono allargati a macchia d’olio: Augello, Cursi, Moffa, Malgieri, cattolici come Baccini o Pionati, liberali come Giovanni Quarzo fino al pericoloso profilarsi della candidatura a sindaco dell’ex sindaco Meloni. Il gruppo dei deputati di Aracri, grande elettore Pdl, annuncia no alle fiducie. Sull’Opinione ed in un convegno forzista a Il Tempo proseguono le critiche alla gestione del comune capitolino. Olimpiadi, Formula 1 all’EUR, abbattimento e ricostruzione di Tor Bella Monaca, lo stop alla fibra di Roma Digitale, riqualificazione delle periferie, la costosa Nuvola di Fuksas, Parentopoli, scandalo mazzette dei vigili, bufera attorno alla gara per la fibra radio, la burkizzazione del Wojtila di Rainaldi, il rimpianto per gli onesti Umberto Croppi e Sergio Gallo, la mancanza di strategia internazionale, gli scarsi investimenti finanziari attirati compilano l’amara verità che nel suo campo si rinfaccia al sindaco. Come per tutto il Pdl, il problema di Alemanno è quello di contemperare il sostegno politico a Monti con la contrarietà al governo dei suoi elettori. Alla fine la soluzione trovata che permette di non decidere è la scelta del territorio, già da tempo indicata dalla governatrice regionale Polverini. Come si ricorderà quest’ultima fu costretta ad appoggiarsi ad una lista personale in mancanza della lista ufficiale Pdl, incappata in una faida interna anti Palozzi e Piccolo. Col tempo e con furbizia la Polverini ha trasformato l’escamotage in una scelta politicamente voluta e praticamente anti partitica quando invece a portarle i voti era stata la solita macchina istituzionale. All’improvviso come funghi hanno cominciato a spuntare associazioni della cosiddetta società politica, dalla stessa Città Nuove della governatrice, per proseguire con Società Civile dei consiglieri regionali Saponaro ed Abete, radunatasi attorno ai temi ambientalisti antiamianto. Per Scelgo, giornale l’appena nato free press di area, “Neve e scandali, Alemanno è fuori Roma”. Su un altro free press, “Le Città” si manifesta il profilo della nuova classe dirigente di destra, che sceglie di essere tutta al femminile. L’Angela Birindelli, assessore regionale all’Agricoltura forse per la prima volta merita un’intera pagina, Come la Rossella Sensi che riesce in una lunga interista a far eclissare il fatto di essere membro della giunta capitolina, chiede che Roma torni Caput Mundi, piange per le olimpiadi perse e sposa il merito senza raccomandazioni. Ispe dixit. L’ex sindaco di Albano Ada Scalchi, la geografa Maria Pia Ercolini, ed ovviamente la Polverini si muovono tra richieste di più toponomastica al femminile ed il ricordo di Lucia Mannucci del Quartetto Cetra. Sotto lo slogan “Italia più matura e donna”, mettono i riferimenti più diversi, Madre Teresa, Nilde Iotti, Tina Anselmi, Maria Montessori, Anna Maria Magnani, Sofia Loren, pure qualche velina e l’americana Margaret Fuller, senza dimenticare le madri di Garibaldi, Mazzini e Mameli. Le donne che non vogliono essere più invisibili cacciano in un angolo motivi e conseguenze degli scontri, inutile bagaglio al maschile, ignorano le critiche e valorizzano, alla fin fine, il successo, qualunque esso sia, prendendo a piene mani sia contenuti dal baule del femminismo che dal familismo. Isole ecologiche, salute e dieta, asili nido e case abusive, sfruttamento femminile e bambini sono temi ricorrenti. Ripresi però con tanto di animalismo alla Brambilla anche dal fronte contrapposto proAlemanno, che anch’esso con Rete Attiva ha scelto la strada non partitica territoriale e della società civile. Il progetto è al femminile anche qui, motorizzato dalla coniuge Rauti e dalla vicesindaco SvevaBelviso. Davanti all’applauso di migliaia, Alemanno ha approvato e criticato Alfano. Porto e tolto la mano alla Polverini, ritendendo che con la sua «Rete attiva x Roma» verrebbe meno la divisione in casa Città Nuove che ha creato problemi a Latina, Terracina, Frosinone e che a Roma, confondendosi con l’effetto di un Giuanfranco Fini alla deriva, potrebbe avere effetti anche più risonanti. Il Pdl romano e meridionale , con l’unico punto fisso della contrarietà alla Lega, rischia di trovarsi più vicino alla sinistra che al Pdl di Milano. Così in ordine sparso verso il 2013, la volontà di mantenere il Campidoglio del Pdl cozza con l’apparente disponibilità anche al disconoscimento di se stesso.
società civile
| inviato da GiuseppeMele il 7/4/2012 alle 4:6 | |
7 aprile 2012
liberare il lavoro
Dopo le pensioni, trattate con l’accetta in un paese bloccato dalla paura dell’effetto Grecia e dello shock per la caduta di Berlusconi, il governo Monti prova (o la va o spacca) a riformare il mercato del lavoro. L’obiettivo è uno solo, ben chiaro agli interlocutori, alla politica, all’Europa ed agli analisti. Si tratta di far risparmiare allo Stato 30 miliardi diretti e tanti altri indiretti, dovuti i primi agli ammortizzatori sociali ed i secondi alle tante forme pubbliche collegate di spesa per il mondo de lavoro, dalle pensionistiche alle giudiziarie, dalle assistenziali alle incentivali. I giovani c’entrano poco, le donne anche, non parliamo delle altre tipologie di lavoratori. Per il governo più caro della storia della Repubblica, dove ogni ministro e sottosegretario non parlamentari costa ca. 130 mila euro lordi più dei colleghi predecessori, prosegue l’opera di risparmio della spesa pubblica, obiettivo caro alla Unione, come alla finanza internazionale. L’obiettivo del governo è dunque quello da un lato di tassare come, anzi più di prima, i lavoratori e le imprese e dall’altro di dare ai primi ed alle seconde sempre meno sia in termini di sostegno finanziario e di aiuto in tempi di crisi, come di sussidi alla disoccupazione ed al ritiro verso la pensione, alla cui riduzione, come si è detto, ci si è già pensato. Lo stesso articolo 18 non è realmente importante nella discussione. Lo diventa come moneta di scambio, giocabile dal governo, come unico favore concedibile all’impresa che se da un lato è sempre più tassata, con la riforma del mercato del lavoro dovrà sostenere da sola il sostegno alle crisi periodiche e strutturali. Quanto ai lavoratori, dipendenti, autonomi ed artigiani, la riforma si risolve in una aumentata per alcuni , e nuova per altri, pressione contributiva senza alcun vantaggio. Le difficoltà economiche sono un dato di fatto. La chiusura delle aziende come lo stato prolungato di prelicenziamento della cassa integrazione determinano già oggi, senza o con riforma del lavoro, una situazione critica dei lavoratori. La riforma non può toccare, semmai aggrava, le motivazioni principali del tradizionale stato di nanismo imprenditoriale, da cui dipende strutturalmente la scarsa produttività di lavoratori che ormai da anni sono meno assenti e si ammalano meno dei loro colleghi stranieri. La micro dimensione dell’impresa strozza la produttività ma l’azienda resta lillipuziana per giusto timore dei comportamenti aggressivi verso di lei di banche, fisco e interpretazione giurisprudenziale del lavoro. Nulla può fermare né la voracità di 800 miliardi di spesa pubblica annua, né l’estrosità delle sentenze, né comportamenti migliori delle banche in mancanza di qualunque bilanciamento calmierante un tempo storicamente affidato alla Mediobanca di Cuccia. Ne segue che non c’è riforma del lavoro che possa migliorare le cose in termini di produttività. Ragioni politiche e partitiche sostengono i costi da casta della classe dirigente. Nulla sembra capace di ridimensionare il costo del management, come neppure di premiare o punire il ceto dirigente dell’impresa pubblica e privata a seconda dei risultati. Anelastici al successo come alla sconfitta, amministratori e dirigenti ottengono sempre i loro bonus e MBO; al peggio dopo particolari disastri fanno un giro di panchina durante il quale vociano contro la casta politica, pur avendo guadagnato e sprecato spesso più di essa, per poi rientrare nel giro e ricominciare daccapo. Più di tutti, sono le masse dei lavoratori di ogni tipo che dipendono dalla politica per la difesa dei propri interessi. Abitualmente si considera il Pd, espressione del lavoro dipendente ed il Pdl i quello autonomo e piccolo imprenditoriale. In realtà bisogna ricordare che molta parte del voto del lavoro dipendente al Nord è andato alla Lega, come che buona parte del voto dei dipendenti pubblici si è invece orientato al Pdl. Pd ( e Cgil), come è stato ben scritto, sono in forte difficoltà a non sostenere l’opera di risparmio pubblico, stile Destra storica, di Monti. Avendo idolatrato l’Europa, a prescindere dai contenuti e plaudito all’avvento di Monti ed alla conseguente cacciata di Berlusconi, a loro no riuscita malgrado campagne, manifestazioni e scioperi, Pd e Cgil si rendono conto di non potere sostenere il proprio elettorato. Per questa ragione il Pd cerca di ottenere qualche risultato simbolico sulla legge anticorruzione o sulla presa della Rai, temi che avrebbero una largo effetto antiberlusconiano, più che difendere salari e stipendi. Cgil poi, sente di non controllare la piazza che senza la chiamata alle armi contro il caimano, resta vuota. Paradossalmente i due dovrebbero scendere in piazza a difesa della cassa integrazione straordinaria, dal costo di 8 miliardi , che opera di Sacconi; come dovrebbero difendere le politiche di Tremonti, tese a sciogliere enti, cioè i loro CdA ed a trovare danari in maniera fantasiosa con minore peggioramento dello status da contribuente di impresa e lavoro. Poiché la politica è rimata impastoiata nello scontro tra famiglie storico-parentali con sempre meno attenzione ai contenuti (che nei corsi di formazione vengono valutati al 7% di importanza nella comunicazione), i lavoratori non possono contare sul sostegno dei propri interessi da ch sarebbe deputato a farlo. Dal lato dell’impresa come del lavoro la riforma non ha motivo di essere in realtà. Gli attuali contributi con 8,6 miliardi pagati da imprese e lavoratori dovrebbero coprire i sussidi al reddito della mobilità che costa 2,4 miliardi, e dei 5 miliardi del 2011 (6 nel 2010) di cassa interazione ordinaria. Fatto è che una volta dati dei danari allo Stato per uno scopo, non si è mai sicuri dell’impiego effettivo di quei danari. Alla fine lavoratori e imprese oggi, prima di ogni riforma, pagano prima i quasi 9 miliardi di contributi e dopo come contribuenti fiscali n pagano altri 9,5 sempre allo scopo di sostenere disoccupazione e crisi aziendale. Dopo la riforma, nella piccola impresa i contributivi saliranno di 120 euro in più mensili a lavoratore, tra gli artigiani fino a 400 euro in più a dipendente. Misure, ben più delle limitazioni all’art.18 capaci di far licenziare o non assumere. La riforma del mercato del lavoro è dunque un’opera di semplice disimpegno economico dello Stato dalle vicende economiche aziendali dal lato della spesa, ferma restando la posizione rafforzata dal lato delle entrate. Alla luce di quanto avvenuto per i fondi telefonici ed elettrici, per gli esodati, per l’Enpals, In questa situazione lavoratori e imprese ben dovrebbero richiedere una propria gestione privata dei contributi, come del fisco e dell’assicurazione antinfortunistica e di tutto il mercato del lavoro. La presenza dello Stato si sta rivelando come quella di un inutile socio che prende soltanto e vuole far pagare la stessa cosa molte volte.
riforma fornero
| inviato da GiuseppeMele il 7/4/2012 alle 4:3 | |
7 aprile 2012
tea party senza tea party
Reset ha pubblicato il libro “Tea Party – La rivolta populista e la destra americana” di Giovanni Borgognone, giovane docente di dottrine politiche a Torino e di Martino Mazzonis giornalista di Liberazione e Riformista. I contenuti del libro sono individuabili nell'articolo pubblicato da Borgognone già a ottobre 2011 su L'indice. L'autore ha presentato l'opera in un convegno Dai Tea Parties alle primarie: dove va la destra americana?, il 13 marzo u. s, con il Direttore di Reset Giancarlo Bosetti, il Direttore School of Government Luiss Sergio Fabbrini, la docente della John Cabot, Pamela Harris, il giornalista di Europa Guido Moltedo e il più noto Massimo Teodori. Il parterre era molto più left wing oriented di quanto non dica il mero elenco degli oratori. Sarà che Teodori, negli ultimi tempi ha preso una via particolarmente anticlericale e vedeva nel TP soprattutto l'eredità della moral majority reaganiana; e sarà pure che sorprendentemente un docente, di un istituto tanto per bene, tanto conservatore e a caro prezzo, come Fabbrini abbia finito per discutere se la storia politica degli Usa non li additi a sistema in generale negativo non a destra, ma nella sua generalità. Su questa base tra il trozkista e l'Heritage di Lelio Basso, si è poi elevato un finale comizio di Borgognone teso a dimostrare che la democrazia in Usa come in occidente è solo una forma di dittatura fascista oligofinanziarimediatica. Non si creda che l'invettiva dal vivo sia stata estemporanea, poiché la si ritrova pari pari nel capitolo finale del libro. Per il resto l’Harris ricordava l'odio ideologico dell'elettorato di destra americano verso il welfare dal quale però, denunciava la docente, proprio quell'elettorato è particolarmente agevolato. "Tanto che si assiste al paradosso che i candidati del TP vincano proprio negli Stati Usa dove c'è più welfare per il ceto medio." Le critiche per Obama non si sono fatte attendere, tutte ovviamente da sinistra. E' stato ricordato che non ha usato il web a sufficienza, che ha preso una posizione defilata, da leadership behind negli scenari di guerra, dove gli Usa restano impicciati o dove rischiano di impicciarsi ancora, che è sembrato soggetto di banche e finanza, e non è riuscito a valorizzare il suo impegno sociale. Fortunatamente dal punto di vista del main table, i repubblicani appaiono divisi con il rischio di arrivare tra Santorium e Romney, spompati allo scontro decisivo per la presidenza Usa, se non sorpresi, come prevede Teodori, dalla scelta di un outsider come un ex importante generale. Sono stati messi sullo stesso piano TP e Indignati per poi preferire i secondi. Come identificare Tremonti nei No Tav per poi preferire quelli della Val di Susa; esercizio peraltro già largamente adottato sia a destra sia a sinistra. In fondo però di TP non si è parlato, per quell'ovvio blocco intellettuale dovuto alle convinzioni di provenienza gauchiste o illuministe. Come non si è mai riusciti a parlare dei populismi destri europei, come non si è riusciti in vent'anni ad avere studi, non diciamo seri ma normali sulla Lega. Sembra che gli intellettuali tutti non riescano a studiare fenomeni sociali e politici di questo tipo, che oggi in Europa riguardano probabilmente la maggioranza della popolazione e che negli Usa hanno, testimoniano la propria forza con i risultati per il Congresso, oggi tutto antiobamiano. Il Tp non è stato passibile di una sua unitarietà. Integralismo e intolleranza religiosa e libertarietà individuale non riescono a essere analizzate insieme; né si riesce a concedere al popolo del TP un vero sostegno per la libertà. Alla fine il ritratto è una caricatura, la solita caricatura che comunisti e simili hanno fatto e fanno di fascisti, democristiani, liberali, socialdemocratici e radical. Non sorprende, né irrita più di tanto. Invece preoccupa che questa impostazione, comprensibile nei Cossutta o Giulietto Chiesa, s’imponga nelle buone università college romane come nell'università torinese. Un simile modo di pensare evidenzia unilateralità, semplicismo, banalizzazione, discriminazione, mancanza di strumenti intellettuali d’indagine. Viene da chiedersi se sia possibile che con questa impostazione si arrivi alla cattedra e se valga la pena di sostenere finanziariamente luoghi non del sapere ma della superstizione. Questa critica, quando si parla di populismi Usa come europei, riguarda in pieno anche il mondo radicale,che è tanto più scatenato verso libertarismi antifiscali, quanto più, si è reso conto di non potere doppiare il consenso ricevuto nel Nord all'inizio del millennio. L'attacco spasmodico alla Lega, oggetto di frizzi e lazzi in libri ad hoc, come quello alla regione Lombardia che pure laicamente costituisce una best practise da far seguire a tutto il paese ne sono esempi. Teodori ha sorpreso l'uditorio ricordando che il più finanziato non è Romney ma Obama o che l'asse fondante della religiosità americana è il pluralismo delle libertà confessionali. Eppure nell'uscire dall'Istituto ospitante Centro Studi Americani di via Caetani, quasi temendo per l'incolumità della star & stripes da oratori tanto violentemente antiamericani, non si può perdonare all'americanista di confondersi con un milieu tanto negativo da non saper esaminare un fenomeno politico non proprio se non insultandolo. Ed è qui la colpa laica: di non volersi confrontare con il proprio mondo politico che comunque privilegia la libertà e in secondo luogo di non pretendere se non imparzialità, l'ascolto anche di altre voci e opinioni. I laici, per tante ragioni, restano facili a non voler parlare con le destre, ma te li ritrovi lì, sempre e comunque con le tante e tutte sinistre del caso, Anche quando non sarebbe il caso.
tea party
| inviato da GiuseppeMele il 7/4/2012 alle 4:1 | |
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