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Diario


7 gennaio 2012

Insignificanza del digital divide


In Italia in tutti i contesti del mondo intellettuale tecnologico internettiano che si è sviluppato attorno a statistici, infoprovider, economisti e fautori dell’innovazione, il digital divide è da decenni lo slogan di riferimento, una bandiera; nel senso di considerare il superamento del digital divide l’obiettivo principale dell’Ict e di Internet. L’idea di superare il digital divide ha permesso di promuovere un’idea democratica delle tecnologie ICT, vale a dire di inserirle nello storico quadro valoriale del processo di uguaglianza e di sostegno ai più deboli. Peraltro di digital divide, e quindi, di asticelle da superare, ce ne sono più d’uno. Si cominciò con quello generazionale, si proseguì con quello nord\sud del mondo, poi si ri ripropose quello tra territori italiani legato alla diversa presenza regionale di fibra ottica, per poi arrivare a quello, più impalpabile, di tipo culturale. Nella pratica, il superamento totale del digital divide è l’applicazione concreta ad Internet del diritto universale telefonico oggi presente in tutt’Europa. Internet come diritto universale è stato deciso fin ora solo in Finlandia ed anche in questo caso gli operatori hanno protestato. Alla base del wifi libero nei luoghi aperti urbani, idea promossa da alcune amministrazioni locali come Comune e Provincia di Roma, c’è l’ideale di Internet diritto universale. Questo diritto, che deve includere le nuove velocità raggiunte da Internet per poter usufruire quanto oggi è offerto dalla rete, finisce per diventare un servizio pubblico offerto agli utenti e pagato dalla fiscalità. Un open wifi urbano costa tra 0,5 e 1 milione l’anno. Nel decennio il mito del digital divide si è sgonfiato. Nell’epoca in cui gli USA trainati dall’ICT crescevano al 3%, in quella della bolla Internet di fine millennio, e in quella successiva esplosiva della telefonia mobile, introdurre il tema del digital divide era come dire: “Ci vuole altro.”. Al digital divide colpevolmente mantenuto ad arte dalla partitica conservatrice si imputavano la responsabilità di non essere informati, di non essere solidali e di non essere democratici. Se la Tv esercitava un’influenza negativa predominando su stampa o informazione diretta, dipendeva dal digital divide che se fosse stato superato, avrebbe liberato la democrazia dell’informazione di massa di Internet contro l’informazione di massa televisiva. Il digital divide è stato indicato ad ogni piè sospinto come il tratto caratteristico di un paese come l’Italia, che come fa poca ricerca, come fa poca innovazione, come è scarsamente competitivo, come è sub judice per libertà di stampa, così è anche indietro nella diffusione delle tecnologie. In un certo senso si può ben considerare che l’ideologia del digital divide ha sostituito per molti intellettuali e politici, passate ideologie, nemiche tra loro un tempo, come l’ideologia comunista o quella socialdemocratica classica, in una sorta di soluzione tecnocratica che possa garantire la giustizia sociale come frutto di un database.In epoca di crisi, gli orpelli si lasciano e si guarda alla realtà. Con tutti i suoi limiti, l’Italia è competitiva, è innovativa, fa ricerca, ha libertà di stampa, ha molteplici fonti di comunicazione e informazione e soprattutto è un paese molto, molto tecnologico. Oggi ci troviamo in un paese altamente tecnologico senza che le tecnologie abbiano potuto portare più inclusione, più libertà o più democrazia. Non  saranno le tecnologie a realizzare l’anarchia o la democrazia diretta, anzi; il loro facile uso da parte di piccole minoranze agguerrite farà ancora di più stringere i popoli alle forme di democrazia delegata, dove le maggioranze possano decidere gli indirizzi e le leadership.L’Italia ha diversi primati, da quello del BB mobile, alla fibra ottica posata, alle tlc mobili, all’uso dei social network fino alla diffusione degli smartphones. Ha diversi problemi. Ha il problema che questa eccellenza è concentrata in due terzi del paese e quasi assente nel Sud. Ha il problema di un’età media seconda solo a Giappone e Germania. Ha il problema di mischiare ad arte cose diverse, Fa confusione tra previdenza ed assistenza, confusione tra difesa della corporazione e dell’uguaglianza, confusione tra pubblico impiego e sistema di servizi, confusione tra politica e sistema basilare di organizzazione, confusione tra aiuto sociale e sostegno alla produzione di reddito, confusione tra la libertà dal dover produrre reddito alla libertà fondata sul saper produrre reddito; soprattutto fa confusione tra la lotta alla produzione di reddito cioè la ricchezza e del welfare. Il welfare si sostiene però solo sulla base della ricchezza prodotta. Altrimenti è un worsefare. Nella crisi attuale ampiamente imputabile alla potenza dell’Internet finanziario che è quello che delle tante modalità collettive della rete ha potuto espandersi di più, di digital divide non si parla più. Le generazioni più anziane che non usano Pc, telefonino o tablet, non sono discriminate, semplicemente non vogliono. Le aziende che non  usano Pc, telefonino o tablet, sono così piccole che basta lo faccia il suo titolare come individuo. I territori che non usano Pc, telefonino o tablet non hanno abbastanza aziende per averne bisogno. I disabili, i rifugiati, i meno abbienti, gli ammalati non si aspettano di risolvere i loro problemi usando Pc, telefonino o tablet, ma si aspettano che il sistema di welfare usi questi strumenti al meglio su larga scala per poterli aiutare. Parte del Sud del mondo, come i BRIC, ha capito così bene la logica di Internet, cioè dell’ultima faccia del capitalismo, che ha superato il nord del mondo e ne è oggi creditore. Parte del Sud del mondo ha ricevuto danari e trasmissione di tecnologie per decenni e non  è cambiato, perché dopo attenta riflessione e legittimamente ha rifiutato la logica di Internet, cioè dell’ultima faccia del capitalismo, ma non ha trovato un altro metodo per garantire benessere alla sua popolazione. Nell crisi attuale si invoca la crescita, l’efficienza che permette di investire meglio, l’efficacia che conduce al risultato concreto: i dati valoriali di Internet, cioè dell’ultima faccia del capitalismo. Il contrario dell’ideologia del digital divide. La logica di Internet, affamata e folle, è animata da un complesso competitivo interno parossistico che le fa distruggere nel giro di pochi anni tecnologie e brevetti, che le fa cambiare direzione ogni pochi mesi. E’ un potere che funziona sulle grandi dimensioni e che di per sé persegue ciecamente efficienza, efficacia e competizione. Può abbandonare chi persegue questi obiettivi con troppa lentezza. Mentre il mondo intellettuale internettiano si appassionava attorno al digital divide, Internet, il sesto potere, sviluppava un processo di convergenza fisica e virtuale tra strumenti, apparati, processi, catene del valore, e metodi di usarli, divulgarli, comunicarli. Oggi siamo al passaggio di fusione tra i sistemi di pagamento virtuali delle banche e quelli di prossimità legati agli operatori tlc ma anche ai produttori di determinati oggetti di uso massivo. Poter pagare con una penna o con un’auto, prelude alla unificazione tra banca dei conti correnti ed una azienda qualunque. La finanza ad un certo punto dovrà separarsi dagli istituti di credito rivolti alla clientela che diventeranno semplici aziende, poiché il danaro è una merce da tempo e non un’asettica unità di misura che pesa effettivi contenuti di valore. Questo potere deve essere indirizzato dai grandi aggregati di comunità che sono gli Stati e le Unioni. Pensare che queste non possano intervenire senza interrompere la libertà dei mercati è un assurdo tanto che sono proprio i Bric ad usare al meglio le opportunità del capitalismo di Internet, attraverso un dirigistico coordinamento di pubblico e privato. Se la Cina o altri intervengono pesantemente nell’indirizzo politico, non sono da meno gli USA che con istituti privati, come Icaan , il governo di Internet mondiale o le agenzie private di rating, o i grandi fondi mondiali o gli apparati privati di sostegno e formazione politica e militare, sono abituati ad usare in modo coordinato e dirigistico il braccio statale e quello privato in un gioco che richiede libertà e controllo a seconda del momento. Si deve alla crisi se l’Italia, sempre purtroppo impegnata nella sua guerra civile, non creda più all’ideologia del digital divide. Come d’altronde sta facendo l’Europa continentale. Passare in modo costruttivo, in difesa dell’insieme dello sviluppo dell’economia nazionale e continentale al digitale convergente, ricontrollandolo e sviluppandolo a proprio vantaggio, diventandone anche produttori e non solo consumatori, è un altro paio di maniche. Non è infatti la questione delle tecnologie che si pone, ma quello degli eterni nemici dei grandi progetti italiani, dall’Eni all’Enimont, dall’Olivetti all’Olisiel,  come dei grandi progetti europei, dalla Ced agli eurobond ad una Icaan europea. Certo se l’Europa deve restare in manoi agli euro bureau, meglio allora gli OTT e l’Icaan americani.


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7 gennaio 2012

The mouth

Mouth

La Bocca, The mouth, negli Usa era Cassius Clay perché con le sue vanterie pilotate in uno scioglilingua da rapper anzitempo, innervosiva l’avversario con le sue scariche di fanfaronate. Giorgio Valentino Bocca, classe 1920, invece, aveva una parlata ferma, assertiva, ben saldata e fissata alla sua terra cuneese, ma anche lui sparava a raffica, lenta, le sue convinzioni -eccome! ed otteneva il risultato di innervosire ed esasperare l’avversario, che nel suo caso, era però tutto il paese. E’ un vezzo dei nostri personaggi pubblici dirsi antitaliani; titolo solitamente proprio di quelli che al contrario piacciono o cercano di piacere di più, da Malaparte a Montanelli, da Feltri a Travaglio, da Sgarbi a Saviano. E’ un’arte sopraffina quella di andare controcorrente, rompere gli schemi, spaventare per ottenere poi simpatia e fama a scoppio ritardato, una volta che le bombe lanciate si siano rivelate fantasmagorici ma semplici petardi. Combattente e giornalista votato per una vita all’antitalianità, Bocca, queste leggiadria e malizia non l’aveva, né voleva averle; ci andava giù pesante per poi ritirarsi imbronciato, scontento di non saper che spaventare, di non poter far male. Il suo destino era di giganteggiare come un antitaliano etico, un nuovo Alfieri. Aveva tutto, la prestanza fisica da campione di sci come Magri, la capacità nei rapporti privati di dominare, stigmatizzare da uomo duro, d’ordine e di disciplina. Non gli mancavano i nemici, essendo contrario alla borghesia antifascista, al fascismo, alla debosciataggine del paese, alla deriva di massa cattolica e comunista; al centrosinistra, al comunismo, all’arricchimento volgare sia dei ’60 che degli ’80, al craxismo, fino anche al ’68 ed al terrorismo rosso, fenomeni sulla cui insignificanza fu clamorosamente ed erroneamente tranchant, perché disturbavano l’elain vital puro della Resistenza. Al suo capezzale si ritrovano oggi, soubrettes della denuncia morale e vedettes dell’elzeviro da ghigliottina, riunite ad urlare, come fa sul Fatto, Flores D’Arcais: “Silenzio. E’ morto il giornalismo” Ne hanno di ben donde, perché quanto a peso specifico non c’è paragone tra i sermoni di Bocca ed il fangoso untume gossiparo utilizzato dalle nuove leve. Come ha scritto un blogger, Bocca ha inventato  uno stile fazioso e settario, fondato e  validato sulla falsificazione come metodo giornalistico. Quando si trattava di esserci, c’era stato: aveva fondato il gruppo partigiano, Giustizia e libertà; il gruppo politico del partito d’Azione; il giornale politico per eccellenza la Repubblica insieme a Scalfari che al giornalista scomparso riserva l’epitaffio più alto di “fratello maggiore”. Eppure Bocca se ne va senza né consolidati onori, come toccò al ligure Pertini ed a piemontese Scalfaro, né senza quelli immaginifici che brillano ad aureola sul capo di Santoro e Di Pietro. Se ne va senza un suo giornale, un suo gruppo, un partito, un suo scranno; senza un titolo d’onore per i 150 anni; anche l’ultimo premio giornalistico glielo hanno portato a casa per timore di fraintendimenti. La famiglia, orba di premi e seggi elargiti, resterà fiera e pura nella bella casa del centro di Milano, tra migliaia di libri, gatti, quadri uno più bello dell’altro, forse un po’ basiti. Gli italiani leggevano e vedevano alla tv le stimmate del gruppo di antitaliani cui per nomina divina era toccato di fare coscienza critica del paese, quelli cui toccava di tornare sempre a spiegare la Resistenza. Tra i grandi fustigatori - Valiani, Gallino, Bobbio - non c’era però Bocca. Anche a La Repubblica, dove pure terrorizzava la redazione, doveva spiegare perché era finito sulle tv del Cavaliere e senza essere nemmeno epurato. Uno come lui che per la lotta alla Tav si era detto pronto “a tirare su dal pozzo il Thompson che ci ho lasciato dalla guerra partigiana”, così contro ogni modernismo come un Massimo Fini o come un Chiesa, cosa c’entrava alla fin fine con il quotidiano degli affari progressisti? E cosa c’entrava con il laicismo sociale equilibrato dei Rosselli ispiratori ? Cosa fosse stato mai il Partito d’Azione, non aveva saputo spiegarlo mai, né come si distinguesse l’azione carbonara dal mito dell’azione fascio futurista. Fermo, a Cuneo, tra vecchie rivalità con Brera e Pansa, a Metà strada tra antisionismo indignado e l’estabilishment in gessato debenedettiano, Bocca s’era visto soffiare anche il profilo del Dante moralizzatore. Odiava Berlusconi ed il berlusconismo ma ancor di più gli risultava insopportabile di dover confondersi nella folla antiberlusconiana in cui gli finiva per essere uno qualunque, per annegare, ennesima voce scandalizzata e giudicante per il kitsch vincente in politica. In realtà Bocca partecipò della rivolta all’occupazione da parte di chiunque di una regione che con la diplomazia e la guerra era riuscita ad unire il Paese. Quelle qualità, piemontesi, le avrebbe volute ritrovare anche nelle altre regioni, Per cercarle si prese in giro, volendole scovare nelle ideologie, nel rigore morale, nella faziosità. Poiché era comodo le volle avvolgere nell’amtifascsmo di cui era stato un protagonista ed anche un carnefice. Questa ricerca nordica lo condusse poi alle inchieste sul Sud, dannato nel suo giudizio per sempre, come il vero Inferno. Accenti da leghista che non lo avvicinarono mai al partito di Bossi, perché Bocca da piemontese, non se ne dolga Cota, non poteva essere un padano, come un cacciatore non è allevatore. A parte le contumelie meridionali ricevute e le dimenticanze del relativo Presidente, le contraddizioni del Nostro stanno nell’ultimo articolo lasciatoci a novembre, che impietosamente condanna tutti gli italiani per essere colpevoli d tutti i dissesti, presenti e futuri, che sono “connaturati alla storia delle popolazioni. In questo giudizio mussoliniano, quasi un ritorno agli articoli del ’42 su "La Provincia Grande", Bocca più che un pensiero politico o sociale, esprime un modo di essere territoriale. Il contrappasso comico è che i suoi migliori seguaci in pectore, quelli dell’Idv di Di Pietro che Bocca sempre difese, sono in gran parte meridionali, senza nessuna delle doti di cives militaris che il cuneese avrebbe desiderato per i suoi concittadini. Fosse nato in Svizzera, avrebbe sofferto meno e noi non avremmo subito il degrado della dialettica politica italiana: da lui indotto assieme all'ambiente politico e professionale che lo ha sempre acriticamente assecondato.


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7 gennaio 2012

Da Tasca a Morando per peggiorare

A sinistra chiunque parlasse oggi del Pci raccoglierebbe soltanto sorrisini, alzate di spalle, magari contumelie e reazioni aggressive. Eccezion fatta per gli stessi membri del Pci che ogni tanto indugiano in amarcord nei quali narcotizzano se stessi ed il pubblico sul travestitismo e transvestitismo di gender e specie politici intervenuti negli anni. Una metamorfosi vincente, oggi che un uomo ex Pci, e della sua componente di destra, ha preso il potere, varando il secondo governo del Presidente sub Costituzione materiale. Le due anime Pd stanno pareggiato i conti: dopo il governo dossettiano di Scalfaro, si materializza quello berlingueriano, per la nomina a premier di un banchiere e di un advisor finanziario. Un po’ Lenin che restituisce il favore al suo finanziatore Parvus. Ciò si è reso possibile perché nel cosiddetto ventennio berlusconiano, la sinistra del compromesso storico popolari-comunisti è rimasta proprietaria dell’autorità morale sulla Costituzione e sui notabili della cultura (ma non più della cultura stessa). Della Costituzione, tante volte levata in aria come un simbolo in tante sue manifestazioni, la sinistra ha fatto carta straccia rompendo l’equilibrio dei poteri, creando l’uguaglianza anarchica tra Stato ed enti locali, enfatizzando i poteri presidenziali. Tutto per rincorrere ora il premierato di memoria PSI, ora il federalismo leghista; per . per derubare di idee e progetti politici gli avversari da reprimere sul lato personale (Craxi, Cossiga e Bossi, nemici in stagioni diverse). Enrico Morando, leader del 2% che si dice liberale nel Pd, ha pubblicato un excursus storico sui miglioristi (Dal Pci al Pd. I «Miglioristi» nella politica italiana) omaggio evidente a Napolitano che di quel gruppo fu il leader. Si tratta di una storia in realtà di pochissimi anni, consumati negli  ’80 e ’90, ma che a sua volta rimanda alla vicenda della destra comunista, su su fino a Giorgio d Amendola per arrivare ad Angelo Tasca, leader della destra Pci anteguerra ed a lungo considerato dall’ufficialità sovietica l’unico interlocutore con la testa sulle spalle. Morando sostiene che i “riformisti” Pds nei ’90 dovevano dichiararsi socialisti-liberali e creare la socialdemocrazia di massa: purtroppo una cosa esclude l’altra. Qui bisogna tradurre i “riformisti” Pds non in Napolitano, Petriccioli, Ranieri, Bassanini, ma nei dalemiani. Quest’ultimi nei ’90 in effetti sostenendo privatizzazioni, tasse, Colaninno e l’Europa della competizione, fecero proprio quello che auspica Morando. Magari non toccarono l’articolo 18 ma accennarono ad una piccola  guerra con la Cgil di Cofferati. Il problema, dal punto di vista di sinistra, è proprio che i dalemiani sono stati e sono più socialisti – liberali, a modo loro, che non socialdemocratici. Anche ultimamente in un divertente dibattito sulla socialdemocrazia europea in casa Pd con Damiano, Castagnetti e La Malfa junior, unico ad avere il coraggio di usare la definizione “comunista”, D’Alema ha ribadito che la socialdemocrazia è defunta. Diventare socialdemocratici e spingere per la medesima trasformazione della Cgil sarebbe stato il suicidio di un gruppo dirigente sempre divincolatosi in tutti i modi da questa fine. In questo senso non è vero che ci sia stato tra gli eredi Pci difficoltà ad adottare la cultura liberalsocialista, anzi è stato impressionante il relativismo culturale dimostrato. Come dimostra proprio la storia della lotta politica interna Pci, una lotta che passa tra falsi obiettivi mostrati ai seguaci e reali politiche praticate, nella ricerca del gruppo sociale cui più utilmente appoggiarsi. Morando dice che i «miglioristi» anni ’80 erano i primi comunisti favorevoli al capitalismo. In realtà dai primi anni ’70 il Pci berlingueriano del compromesso storico realisticamente non cercava più di ribaltare il sistema e la sua unica diversità consisteva nel voler associare a questa scelta la spinta contraria del sostegno all’URSS. Due piani basati sul monopolio della piazza ed utilizzabili secondo le occasioni. Un’impostazione contraria a qualunque politica socialdemocratica concreta che anzi doveva essere vilipesa a prescindere. Le esigenze di continuità dei miglioristi attendisti, cioè di portarsi dietro tutto il grande corpaccione del Picci, era scusa per non aderire ad alcuna politica socialdemocratica possibile. Ne’ si può oggi dipingere i due Giorgi della destra Pci come cuordileone sempre pronti allo strappo con Berlinguer. Non avevano certo la tempra di un Tasca. I miglioristi, a lungo si sono vergognati d’essere stati tali. La vera caratteristica dei miglioristi fu con tanto discredito, quella di prepararsi a passare al Psi di Craxi che sembrava loro – e lo era-- vincente. Legati alla prospettiva dell’onda lunga craxiana, al massimo della forza nell’’86 e poi declinante nel momento del crollo dell’Urss, quest’ultimo non ringalluzzì i miglioristi, anzi. Socialisti mancati, i miglioristi nel tracollo di Mani Pulite cercarono di far dimenticare quell’intenzione di essere alleati subalterni di una stagione, come dopo sono stati Sdi e neo Psi versus i Ds,. Tra l89 ed il ‘94 parte dei miglioristi, finirono con coerenza, in Forza Italia mentre gli altri diventarono dormienti (altro che ”gruppo agguerrito di dirigenti e militanti”). Se il loro intento era di costruire un grande partito socialista, avrebbero potuto aderire al Psi socialdemocratico destro di Craxi. Fossero  ligi ai contenuti, Morando, Ichino, Rossi e Debenedetti si sarebbero schierati con Sacconi e Borghini. Paradossalmente il dibattito vero tra liberali e socialdemocratici, tra voglia di libertà ed autentica socialdemocrazia si è concretizzata nell’avversario politico, il Pdl. Il coraggio di capirlo, il padre della destra Pci, Tasca lo dimostrò, quando espulso dal Pci diventò segretario Psi con Saragat, sconfiggendo l’allora frontista Nenni. Era il 1939. Da non politico né  attaccato alla rielezione obbligatoria, così coerentemente si è mosso Callearo. I miglioristi invece non sono cambiati


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7 gennaio 2012

Il web ci rende ricchi?

E’ un luogo comune, una frase fatta, un mantra meta politico ripetere le virtù economiche di Internet. Talvolta, come ha fatto l’Internet governance Forum mondiale a Nairobi e quello italiano a Trento si magnificano le capacità democratiche della Rete capace di  dare più partecipazione attiva, consapevole e responsabile dei cittadini ai processi decisionali. Talaltra è l’ITU, che riunitosi presso Telecom Italia a Roma, sottolinea le capacità dell’ICT di migliorare il clima e monitorare gli oceani tramite i cavi sottomarini che portano i big data su e giù per il mondo dei cloud,data center e dei computer. La commissaria Agenda Digitale europea Kroes è tornata, come nella Bruxelles del ’91, a promettere nposti di lavoro. Davanti ai lamenti delle telco europee in crisi di ricavi ha promesso meno prezzi imposti e 90 milioni per la fibra ottica. Come si fa un’opera pubblica affidandola a operatori, pubblici e statali preoccupati di non essere erosi nei propri mercati nazionali? Facebook vuole diventare un MVNO mondiale, Microsoft con Skype già lo è. Google vuole fare di YouTube una BBC della rete. Sono i giorni del ricordo di Steve Jobs e dell’estradizione di Assage di Wikileaks; della rivolta in rete del manager Google egiziano che evolve verso la sharia e dei cyber attacchi alle costruzioni nucleari iraniane. Non manca il report a ricordarci quanto reddito, quanta occupazione, quanto benessere  ci dà Internet. Viviamo nell’era del Web, è un fatto. Tutto il mondo ne guadagna in efficienza, efficacia e velocità, adottando strumenti e modalità intercambiabili ed identiche. Internet è la quinta essenza della competizione innovativa, procede per database e mercati sempre più ampi. Per monopoli mondiali, monopoli dei vendor, dell’ICT, delle apps e del mobile. Il risultato sono i redditi dei manager ITC che si misurano in miliardi di dollari, altro che i  milioni dei nostri manager. Internet, il cosiddetto Sesto Potere non è proprietà dell’ITU, dell’IGF o della Unione Europea. Resta americano, gestito dall’Icann che si accinge a sconvolgere tutti i siti con il commercio dei nuovi milioni di names -domini. Si dice che Internet offra servizi gratuiti per 77 miliardi; ma è solo l’effetto trascinamento subito e non cercato dalle nostre aziende sulla scia dell’Ict asianamericano. Nuovi 700mila posti di lavoro di cui 300.000 indiretti, in 15 anni sono molto pochi. Molti di più se ne sono persi grazie all’efficienza, efficacia e velocità delle tecnologie del tecno ambiente. I miglioramenti sono indiscussi, ma non offrono più lavoro, anzi. Le imprese attive nel web sono cresciute del 10% in 4 anni? Pochissime se confrontate con le nuove Pmi di settori più classici. Acquisti per 20,2 miliardi in 4 anni a seguito di ricerche on-line non sono comunque e-commerce. Il blogging non è redditizio: per la stessa ragione che da noi non lo è il giornalismo di massa. Le TLC italiane sono passate dal 4 al 2% del Pil tra 2008 ed oggi e quindi allo stato l’Internet italiano vale meno e dà meno lavoro, né è pronto per un uso effettivo in politica. Ergo è la Rete che si fa ricca con noi, non noi.


 

 

 


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7 gennaio 2012

Web or press no respect

Alcune organizzazioni europee per la tutela dei diritti digitali hanno aperto il sito RespectMyNet per invitare gli utenti a denunciare gli operatori tlc che operino discriminazioni su contenuti o servizi web. Al di là delle apparenze gli organizzatori non rappresentano gli utenti, non possono mettere su giurie, né processi., limitandosi a minacciare di adire le autorità europee in caso discriminatorio. Quelle europee, perché nella mentalità degli organizzatori, i governi nazionali sono sicuramente collusi con le telco, tutti impegnati a bloccare la comunicazione in rete. L’accusa, talvolta anticipatoria della realtà, si riferisce alla volontà francese di bloccare il P2P, alle direttive delle Agcom sul diritto d’autore ed ovviamente all’eventuale ricaduta sul mondo blogger delle norme in discussione in Italia sulle intercettazioni telefoniche. A guardare però il lungo elenco, già pubblicato dai difensori dei diritti umani digitali, dei reclami, che coinvolgono praticamente tutte le telco dal Belgio, alla Germania, al Canada a Francia ed Italia e molti produttori di apparati, vi si trova un cahier de doléances degno più che di un tribunale, di un semplice help desk aziendale. Difficoltà di accesso, reti mal funzionanti, tipologie di hardware che non si interfacciano con servizi web, impedimenti a connettersi a reti virtuali private nascoste in altre reti virtuali private, senza passare per connessioni base. Le restrizioni ad Internet sono una cosa chiara, applicata in alcuni paesi mediorientali dove per uno scritto offensivo si fanno mesi di galera o come in Cina dove è consueto bloccare determinati IP come è avvenuto a Google. Curiosamente però i paesi più censori possono diventare Brasile e UK quando si consulti la particolare lista curata da Google sulle richieste ricevute di eliminazioni di video su You Tube per motivi di copyright. Anche Google e Facebook sono state accusate di violazione della privacy per un uso augmented dei dati privati liberamente immessi nei social network dagli utenti privati. Dietro tanta confusione, c’è voglia di gridare alla censura a prescindere. Con un gesto clamoroso Wikipedia Italia aveva già annunciato l’intenzione di chiudere se anche blog e siti web avessero dovuto riportare considerazioni e smentite ricevute da quei soggetti che si fossero considerati offesi. Quella di Wikipedia Italia, firmata erroneamente a nome dei suoi utenti, che difficilmente sono stati interpellati, era una boutade esagerata anche prima che l’intenzione di estendere gli obblighi normali dei media cartacei  al web venisse meno. Pur solo annunciata e per di più senza motivo, moltissimi sui social network hanno voluto dare credito alla chiusura dell’enciclopedia web libera. Che poi libera non è, essendo ben orientata politicamente con drastiche censure sul pensiero no correct. Più realisticamente qualche denuncia ha messo sull’orlo di una vera chiusura il Legno Storto mentre Nonenciclopedia,  versione satirica non politicamente orientata di Wikipedia, ha dovuto sospendere il servizio per aver preso in giro Vasco Rossi ultimamente molto attivo su Facebook. Infatti la satira ha i suoi limiti ben recintati. Alcuni possono essere travolti ed offesi al di là dell’immaginabile, altri toccati e punzecchiati, altri sono intoccabili. Ci vuole un mostro sacro come Striscia la Notizia, forte di incassi super al botteghino e di campagne sul campo antisprechi per osare lo sfottò nei confronti di Repubblica o delle campagne più o meno femministe. L’associazione delle telco italiane, Asstel, di fronte al rincorrersi di voci incontrollate ha diffuso una nota per negare che gli operatori intercettino o mantengano copia delle telefonate o sms intercorsi, se non nei limiti voluti dalla magistratura. La mobilitazione per la neutralità della rete, per la sua libertà va dunque di pari passo con le campagne volte a soccorrere la libertà di stampa in pericolo. Le une e le altre appaiono fuorvianti e schizofreniche: Assange, Strauss-Kahn e Berlusconi sono stati quest’anno arrestati o travolti da campagne di denigrazione con l’accusa di reati sessuali, in una ridda di notizie partite dalla stampa e pedissequamente seguite e stravolte in peggio dal web. Il loro eventuale ridimensionamento non elimina i danni politici. Se ci sono giornali perquisiti, giornalisti e direttori sospesi, sono tutti di una parte politica precisa, quella del populismo di destra. Contro il quale imperversano, non da oggi, le intercettazioni a fondamento di giornali e processi. In controtendenza le autorità inglesi si sono vendicate dopo molto tempo seguendo il noto motto spagnolo. La chiusura di "News of the World" ed il barcollio di Murdoch per intercettazioni private seguono un decennio di massacri sul filo del telefono per la monarchia e l’establishment Uk, quando l’unico che si salvava, malgrado i falsi spionistici su Saddam, era Blair. E’ solo accattivante il titolo del festival della diplomazia (a Firenze e Roma fino al 14 ottobre) “Dopo Wikileaks”, perché i documenti svelati, appunti, messaggi, opinioni in libertà non raccontano nulla di nuovo. Non a caso la biografia appena uscita a Londra del Wikifondatore finora ha fatto flop. La stralibertà di stampa, satira e web regna sovrana a sostegno del pensiero progressista, della grande finanza e di grandi realtà monopolistiche mondiali. Grande in tutto il mondo il cordoglio per la dipartita a 56 anni di Steve Jobs il creatore di Apple. La sua filosofia però dal Mac dell’84 all’Ipad 2 è stata di software ed hardware proprietari, brevettati, chiusi, d’eccellenza e snob, molto  cari e che legano a sé gli utenti, al punto che le ultime ricerche parlano di rapporto d’amore tra proprietario e iphone. Jobs lascia una Apple monopolista su apparati e applicazioni nel mondo  e che solo per un pelo non è riuscita a brevettare per sé la tecnologia touchscreen. Questo non è un problema per i netizen della libertà sulla rete. A loro basta rilanciare quanto passa su tv e stampa, chiedere libero accesso a prodotti in vendita e criminalizzare gli operatori europei, sempre più deboli, magari chiedendo la nazionalizzazione “perché la rete è di tutti”. Solo a tempo debito però, quando lo stato tormerà nelle mani giuste.


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7 gennaio 2012

Teatro Valle prova per Alemanno

Ci sono gesti, parole e comportamenti che rappresentano le cose più di mille analisi. E che raccontano lo stallo in cui è bloccata la politica italiana. C’è un sindaco, Gianni Alemanno. E’ un uomo di destra conclamata, che è però riuscito in controcorrente a crescere nell’unione delle tante componenti del Pdl fino a conquistare la guida del Comune Roma. Ci è riuscito demolendo l’ala moderata del centrosinistra e con essa un ex re di Roma come Rutelli che dopo quella batosta si è avviato sul declino irreversibile della scomparsa politica. All’epoca della conquista del Campidoglio Alemanno era, in ottima e forse affollata compagnia: Fini era il nume tutelare, Storace lo sosteneva senza contropartite, la Polverini si attendeva l’appoggio che avrebbe ricevuto poi da lui come dai laici e dai Della Vedova, gran parte dell’Udc lo votava malgrado la neutralità casiniana, il patto con il mondo forzista di Antoniozzi era saldo. In un crescendo di tourbillon bipartisan di star e suggestioni, tanto amate a Roma nei salotti come nelle piazze, attorno al genero di Rauti, giravano Sgarbi, Croppi, Amato, 11 milioni per Casa Pound, le lodi ebree e musulmane, il sogno della balneazione sul Tevere, il neofuturismo, la scoperta del buco di bilancio lasciato da Veltroni (8 miliardi; 6 secondo Standard&Poor), la sanatoria sulle multe fino al 2004, lo stop al parcheggio sul Pincio, il disseppellimento dell’Ara Pacis, l’innalzamento della gigantesca nuova Fiera di Roma, la distruzione e ricostruzione dei quartieri dormitorio romani. Alemanno si è trovato a gestire compiutamente il dettato costituzionale di Roma Capitale, inseguita dal 1990, a rappresentare il trionfo culturale della Roma del Macro e del Maxi, a cominciare a dotare il Campidoglio di veri servizi digitali utilizzabili. I successi non interessano né ai media né al suo stesso partito, tantomeno a quei tre giornali di sostegno, i cui direttori per diverse ragioni, da Sallusti alla Perina a Lavitola sembrano perseguire il masochistico obiettivo di alienare consensi. Il sindaco ha capito che molte cose non sono fattibili per i veti incrostati; ha dovuto sacrificare uomini e idee buone alla cucina politica e via via si è recintato nel ghetto di pochi temi, sicurezza, famiglia e campi nomadi, che ipocritamente sembrano gli unici temi capaci di non dividere più di tanto il centrodestra e non irritare troppo centrosinistra, prigioniero della sua anima indignata. Non è per le cose buone fatte, per gli interventi popolari e per le promesse che Alemanno si è trovato sempre più in alto. Prima ancora che scoppiasse la crisi economica, nell’idea che fosse matura quella partitica,, nello tsunami del Pdl il sindaco si è visto precipitare attorno la carlinga di Fini, il partitino municipale della Polverini, il viso sempre più andreottiano di Gasparri, lo sbriciolio del berlusconismo laziale, l’impazzimento delle madame de stael romane e l’abbraccio estremista di Storace ai nazi skin. Già rautiano ed ammiratore di Bettino Craxi, Alemanno per natura, apparterebbe all’indignazione destra dei Cardini e dei Tarchi che impedisce loro di offrire un contributo prezioso alla politica, spazio che oggi sembra negato ai molti spunti vivificatori, populistici, libertari. Socialmente sussidiari e produttivistici. . L’ex estremismo, che molti segnano a dito come punto debole, gli consente di sfidare il caos primordiale, il magma primitivo con cui Di Pietro erode spazi a destra e manca. Per altro verso, il sindaco capitolino cerca di unire, seguendo altri illustri esempi di estremisti divenuti raffinati tattici. Cavalca le storiche associazioni degli enti locali da sempre usate a sinistra. I tagli e le minacce ai servizi sociali l’hanno affiancato agli Errani, Fassino e Vendola, assieme allo stesso Formigoni. Nel crollo di tutti i competitor destri e romani, è proprio Alemanno che con il governatore lombardo e l’erede nominato, il post Dc siciliano Alfano , si prepara al cambio pelle del Pdl. Quando Alemanno parla di primarie, sostiene l’ipotesi di Cicchitto ma lo fa con un retropensiero da rottamatore. Sulla rottamazione dell’esistente, Alemanno si gioca molto: proseguire il volo o precipitare lasciando spazio ai nuovi tycoon, Profumo, Passera, Della Valle, Draghi. Sulla rottamazione Roma lo aspetta al varco. La Capitale è dopo l’ennesima battaglia degli indignati, dopo il ferito alle proteste Irusbus cui pure Bologna ha sbattuto la porta in faccia, rotta. Il suo presidente di Confcommercio è agli arresti domiciliari, i suoi uomini di finanza condannati, il suo pubblico impiego sotto scacco come quanto è rimasto della grande impresa pubblica, da Finmeccanica, a Poste, ad  Alenia a Ferrovie. Un sud sempre più traumatizzato guarda al suo punto di riferimento in cerca di strategia. Alemanno all’indomani della battaglia degli indignati, ha scritto agli occupanti del Teatro Valle, sequestrato da 4 mesi da lavoratori dello spettacolo, cittadini, indignati e militanti. Per farlo indicativamente ha scritto a La Repubblica. Non a caso: perché è il partito Repubblica il reale coordinatore dell’insieme di forze girotondine e trasversali al Pd che alimentano materialmente il partito indignato, un tempo ammiratore di Zapatero, oggi di Draghi, ieri esaltato contro il fascismo di ritorno ed oggi arrabbiato contro gli speculatori. E’ un blocco privato e pubblico di forze, banche, borghesie, Cgil, grandi aziende, il partito Rai e tante fondazioni eredi materiali di partiti, che hanno fatto del Teatro Valle un centro sociale, poco interessato dei quasi 300mila iscritti al fondo lavoratori dello spettacolo, ma che intende farsi rimborsare dai cittadini romani gli spettacoli finora andati sul palco. Ai mentori del nuovo Ambra Jovinelli, non bastano le riassicurazioni sul fatto che il Valle rimanga pubblico, né che sia andata in fumo la normale programmazione affidata al Teatro Argentina, a loro tramite la costituenda “Fondazione Teatro Valle Bene Comune” dei Santoro e Guzzanti interessa il controllo del teatro, a spese dei cittadini romani. L’Alemanno che riconosce la “popolarità e la forza simbolica”, “il valore delle attività svolte e i molteplici riconoscimenti”, l’“esempio costruttivo di impegno per il bene pubblico”del Valle occupato, andava bene nella prima fase ecumenica del mandato. Ora sarebbe solo un inutile ammissione di cose non vere ed un omaggio ai guitti milionari che sui problemi sociali riversano un’ansia distruttrice intollerabile. Per un uomo accusato di avere steso troppo la mano in alto  in passato , sarebbe un errore oggi porgerla stenderla verso interlocutori pronti solo a morderla. Alemanno ha davanti l’esempio della riforma di Cinecittà luce appena fatta da Galan; a fianco della quale Cinecittà studios cresce, ingloba altre realtà ed investe in barba alle bugie divulgate sulla chiusura. Prima di concedere un milione e mezzo alla propaganda feroce dei .nemici politici, faccia un referendum on line tra i rappresentanti ed i cittadini romani. Il cambio pelle del Pdl passa per nuovi coraggio, carisma e leadership; altrimenti morirà nella metamorfosi. Ed al Valle occupato ne bruceranno felici i resti. Dai roghi del Valle le ali di Alemanno possono trovare slancio o rovina.


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26 settembre 2011

Seconda Stella a destra, questo è il cammino.

Tra gli innumerevoli Comuni italiani non è difficile trovare omonimi. Sono due infatti i comuni detti Stella, S.Giovanni c’è quello ligure con 3.082 abitanti e c’è quello del cilento salernitano forte di 850 abitanti. Anche se di galloni inferiori, ha più popolazione di entrambi il terzo municipio napoletano detto Stella S. Carlo all'Arena. Nella prima Stella a sinistra si terrà il prossimo 24 settembre un “Socialist Day”, vero e proprio atto di coraggio dopo i lunghi mesi estivi di i toni ed odi antisocialisti. Nell’ordine:la chiamata alle armi dei liberali del Pdl contro Tremonti, riscoperto con sorpresa socialista, quella nel Pd che ha motivato i presunti reati di Tedesco con il suo essere “socialista”, poi la denuncia di Galan – c’è un tradimento socialista tra di noi; la scomunica continua della Cgil su Sacconi umiliato persino su un a battuta, le aspettative illuse degli ex Psi Renzi che nel clima ha tolto dalla sua giunta l’ultima esponente socialista. Senza citare il caso perenne Brunetta, per finire, last but non least-il fango a piene mani che ha coinvolto Lavitola ed il suo giornale Avanti, una delle ultime varianti contemporanee dello storico quotidiano socialista. Come bimbi festanti, a partecipare al gioco della gogna mediatica si sono ritrovati profili diversi, Sofri, Bindi, Veneziani che ha finito per attaccare anche Pertini e difendere Sacconi. E’ normale che i socialisti a sinistra attacchino con sdegno quelli di destra. Meno solito che all’interno degli stessi schieramenti scatti la caccia alle streghe sui “socialisti” di casa propria. di centro. Il Socialist Day è la commemorazione di Sandro Pertini, appunto nativo nella Stella ligure. Motivi di patriottismo locale, simpatia del mondo di sinistra per l’ex Presidente, indubbio Partigiano, fanno presupporre un bel bagno di folla positivo e ristoratore dopo tante diaspore, accuse interne ed esterne, fango, autodafé e perdita del rispetto di sè. L’evento partito e sostenuto dalla base, sempre più anziana ma tenace merita rispetto e quasi commuove per la forza di attaccamento ad una storia dimostrata da migliaia di anonimi che nulla hanno guadagnato dalla loro militanza, anzi. Lo stesso rispetto che per decenni i francesi dimostrarono ai ricorrenti meeting dei reduci della Garde Imperiale. La base socialista impersonata su Facebook da un misterioso Ghino di Tacco- nick sempre più fantasiosi- verrà a Stella da tutt’Italia, per l’ennesima volta a chiedere e cercare l’unità dei socialisti con il sogno di ritrovare allori persi nel tempo; andrà in visita al musei-kvartira della casa di Pertini, in perfetto stile sovietico; ascolterà la sindaca di Stella, Marina Lombardi eletta nel Pdl, poi il segretario del Psi nenciniano Pietro LiCalzi, che ha sostenuto il sindaco savonese del Pd, poi la leader dell’associazione locale Pertini, la Monica Magnani, figlia del compianto socialista Rinaldo già presidente provinciale di Genova, poi consigliere comunale di Forza Italia, ed infine Gianni Delfino il sindaco di Varrazze Pdl che esibirà a sorpresa un’inedita reliquia, una lettera ancora non ritrovata del Nostro. Dal dibattito chiarificatore saranno assenti la Fondazione Pertini oggi presieduta dal fratello della moglie del Presidente, anch’essa scomparsa e l’Associazione Nazionale Pertini, istituti puristi che non condividono contaminazioni politiche. Durante la fiaccolata i ricordi degli anziani e le fantasie dei giovani che cercano di immaginarsi una storia che sentono raccontare da tutti in migliaia di versioni diverse, andranno dritti fino al mattino, sicuri che “l’unità la trovi da te”. Nei gruppetti di discussione di fronte all’evidenza la ragione forse prenderà loro la mano e gli insulti con reciproche accuse correranno veloci. Purtroppo è vero che Pertini fu stalinista come lo fu anche Nenni; ed è vero che mai i socialisti, inclusi i craxiani riconobbero che avevano ragione Saragat e Mangione. Ed è vero che mai i socialisti ammissero che Beneduce fosse stato un socialista liberale nittiano, che fosse esistito un vero sindacalismo fascista e neppure che la Fiom avesse mai partecipato, come in effetti potè fare, alle elezioni per il delegato di fabbrica in pieni anni’30 durante il regime di pura barbarie. L’entusiasta base socialista non si soffermerà sul fatto che Pertini partecipò della mattanza antifascista del primo dopoguerra e che mai avrebbe autorizzato alleanze con conservatori e populisti antimarxisti. Festeggerà i nomi di Sandro e Bettino senza vederli antitetici. Non considererà il Psi craxiano un partito centrista, progressista e nazionale come fu, né l’espressione del ceto medio e piccolo borghese. E non si spiegherà perché il nome di Bettino, indiscutibilmente simbolo di anticomunismo, scateni l’odio anche degli esangui seguaci odierni del Pd ed entusiasmo tra i giovani della destra populista e fascista. Non si spiegherà perché tutti i migliori esponenti socialisti di governo siano del nord del paese né perché le liste dei nuovi partiti socialisti vengano presentate con successo solo al sud. Non si spiegherà perché il sindacato, unico erede di massa del suo spazio politico sia in fondo un sostenitore del capitalismo produttivo. Non si spiegherà perché la base elettorale sia finita in Pdl e Lega; né si spiegherà come sia naturale dai tempi della Balabanoff che i socialdemocratici siano per la libertà contro l’invadenza statale. Non ammetterà che il riformismo è un termine rivoluzionario senza significato dopo la Kuliscioff, primi decenni del secolo scorso. Tristemente i tanti socialisti convenuti ad un ceto punto saranno quasi convinti che non può esistere una stella che non c'è, solo pazzia, favola e fantasia. Poi però cederanno agli antichi capi, alle dialettiche colte, compileranno un programma senza santi né eroi, senza guerra, niente ladri e gendarmi, niente odio e violenza né soldati né armi, né Finmeccanica, né Travaglio. Cacceranno Lavitola dal tempio, ed elogeranno Zoppo che da liquidatore sequestrò l’Avanti alle speranze come nemmeno La Repubblica avrebbe sperato. E’ giusto che sua così’. I socialisti meritano il loro Socialist Day, almeno un giorno l’anno. Prima di tornare ad essere canaglie craxiane, possono farsi accarezzare il pelo dai media ostili, pur trasformandosi in onesti berlingueriani, sempre pronti a ridere alle spalle di chi ha già rinunciato e si è dato per vinto, nella ricerca della giusta terza via. Socialist day, seconda stella a sinistra, questo è il cammino, poi dritto, fino al mattino, poi la strada la trovi da te porta alla stella che non c'è.




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26 settembre 2011

Il 20 settembre dell'amnistia e dei radicali papalini

Arrivato il 20 settembre, data della breccia di Porta Pia e della facile conquista sabauda della Roma papalina, i commenti hanno identificato la data come vera ricorrenza dell’unità d’Italia. Per poi subito accorgersi, facendo i conti sulle dita, di aver anticipato al 2011 i festeggiamenti riservati al 2020. Tutti al Quirinale, corazzieri inclusi, sono rimasti scioccati dopo aver dato fede al Presidente Che Non Sbaglia Mai. Oltre atlantico però il verdetto è andato giù pesante: è questione di matematica, ha sentenziato Obama, che pure è sotterrato notte e giorno da numeri sempre più incresciosi. I Medi ed i Poveri (Standard & Poor’s) ci hanno visto la goccia che fa traboccare il vaso ed hanno declassato i nostri conti pubblici. In presenza di un Premier Che Sbaglia Sempre, non è tollerabile che anche il Presidente finisca per assomigliarli. Quanto agli aristocratici, nessuno ha avuto pietà, avendo i sangue bleu subito sia le galere di Vastock che il ridicolo delle danze Carlucci. D’altra parte la costituzione dell’unità del paese procedette a pezzi, in un tempo lunghissimo di 60 anni: tra il 1859 ed il 1919, si potrebbe festeggiare sempre e mai. Dati i tempi di vacche magre è facile intuire la sceltaCosì vista la mala parata, del 20 settembre di Roma Capitale e non se n’è parlato. O meglio a Ballarò non hanno smesso un momento di parlarne solo che Floris ha dimostrato di associare la caduta del Papa Re a quella sperata di Berlusconi e la Bindi a quella avvenuta di Craxi. L’anno scorso su Porta Pia c’era stata un’incredibile zuffa laico cattolica su chi aveva assassinato chi (zuavi o bersaglieri), dimenticando che seppur piccolo, anche quello papalin-sabaudo era stato un conflitto, dove chi vince ha diritto di assassinare. La Libia insegni. L’evento sognato da tutti gli uomini del risorgimento è così passato senza ricordo. Ora che il piccolo Zentrum di Casini si profila determinante in un prossimo scontro elettorale, destra e sinistra cercano di accaparrarsi più che mai il voto cattolico, difendono le nuove guarentigie fiscali ecclesiali, senza rimestare momenti dolorosi.. Al suo posto hanno fatto da protagonisti i temi della falsificazione delle firme che inficia e inficerà for ever tutto l’establishment lombardo; della Bolognina vent’anni dopo, ovvero la breccia di Porta Pci ed infine lo stato delle carceri. Quest’ultimo item in realtà è in linea con il 20 settembre, poiché di conseguenza lo stesso Papa Re divenne e si fece carcerato. Lo stato straziante delle carceri e dei detenuti è tema reale ed umano che fra l’altro dimostra come siamo mal governati. Mai ci sono stati 70mila carcerati! si urla. Peccato che dieci anni fa i carcerati fossero 67mila, che se non è zuppa è pan bagnato. Sarebbe facile dire che tale strazio dipende dal management pubblico e privato della giustizia, di diecimila magistrati, 20mila dipendenti ministeriali, 150mila avvocati e 2,5 milioni solo di cause penali nuove ogni anno ( a fronte delle 800mila tedesche); sarebbe facile ricordare che abolendo la carcerazione preventiva le carceri si svuoterebbero. Sarebbe facile ma inutile perché individuando il problema e ponendo mano alla cura, si toglierebbe di mezzo l’unica cosa che conta, il dibattito politico. Ed allora via con il grande dibattito sullo stato carceri, preparato al fine di far ripetere agli anticlericali per eccellenza, incredibile dictu, la stessa invocazione di amnistia chiesta sempre alle Camere dal Papa precedente, quello santo e anticomunista. Il paradosso sarà completo: un manipolo di radicali eletti per grazia ricevuta in una coalizione che poggia le sue armi, le sue idee e le sue speranze nella carcerazione degli eletti avversari, chiederà a quest’ultimi che già vantano uno dei loro nelle patrie galere di voler gentilmente concedere l’amnistia. Come mandare un drappello a chiedere un po’ d’acqua alla città assetata ed assediata da parte dell’esercito dei messaggeri. Quest’ assurdità calvinesca da partiti rampanti e dimezzati passerà ovviamente come un intelligente momento di analisi democratica, suggellata anche dalle anime belle del centrodestra sempre impaurite dalle accuse ottuseria reazionaria e codina.L’umanità insita nelle storiche visite dei radicali alle carceri un tempo svolte nell’ostilità della macchina giudiziaria, dei secondini, dei questori, dei direttori e degli stessi capi della popolazione detenuta, compiute a fianco dell’illegalità, dell’inconsistenza del codice penale e della permissività, oggi si ripete tra le dichiarazioni e le interviste favorevoli di tutti, di chi è recluso e di chi reclude, di chi costruisce nuove carceri e di chi vi si oppone, financo dei giudici che non fanno usare i braccialetti elettronici ma che pesano l’erario ed il carico fiscale del risarcimento per il maltrattamenti da spazi angusti. Alla lotta per illegalità si è sostituitolo slogan della legalità, invocata in buona compagnia, con i forcaioli, con i demonizzatori, gli spioni inquisitori, i cultori dell’Italia fangosa da reprimere e imbavagliare. Il nuovo corso radicale batte sui tamburi della giustizia formale non rispettata, delle procedure infrante, del bollo mancante, sufficienti a rendere inutili i risultati effettivi. Come se aver comunicato all’arbitro i nomi sbagliati dei propri giocatori, annullasse la vittoria da questi ottenuta in campo. In questo regno dell’ipocrisia, ai deputati corretti basterebbe solo nominare i nomi degli assolti di Mani Pulite e quelli dei magistrati che hanno inseguito cause politiche a vanvera, ricordare i numeri dei soldi pagati per risarcirli, invocare l’intervento del Presidente Che Non Sbaglia Mai , capo della giustizia , per fermare le macchine giudiziarie impazzite e la carcerazione preventiva. Il resto, lo svuotamento delle carceri, verrebbe di conseguenza, anche senza amnistia. Per quanto poi riguarda immigrati e spacciatori si potrebbe promettere al manipolo radicale di applicare le norme di un paese che amano quant’altri mai, l’UK. Così tanto per scoprire che nella culla della democrazia forse sono anche meno umani di noi. Sicuramente più celeri e impossibilitati dal senso del dovere ad avviare cause, diciamo, di fantasia. Gli ammiccamenti di Pannella al centrodestra prefigurano forse un cambio di casacca, con sempre nove eletti garantiti. O forse dovrebbe aiutare il clima per il rinnovo della convenzione con Radio Radicale. Fatto sta che quest’anno anche i radicali si sono fatti papalini. E Capuzzo plaudirebbe all’incontro, causa ed effetto della Resistenza. Come il Risorgimento d’altronde.




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9 settembre 2011

Psicologia dello sciopero dei calciatori

Lo sciopero dei calciatori forse sarà una trappola destinata a rivolgersi contro di loro ed anche a mettere in forse i destini sindacali di questi nuovi gladiatori. C’è molto di psicologico che li ha portati su quella che De Andrè avrebbe detto la cattiva strada. Sono anni che qualunque giocatore o allenatore faccia spot ne subisce subito le conseguenze in termini di sfiga pazzesca. Quanto di un dolce budino d’oltralpe sia passato ad una ex roccia difensiva ed alla sua squadra è difficile misurare, ma sicuramente sia lui che lei si fecero pastafrolla. Ora sono mesi che i migliori si esibiscono con funambolerie più sognate che realizzabili per sentirsi poi promettere solo dieci euro, e nemmeno a testa, ma collettive e dopo continui periodi di prova e di esami alla De Filippo. E questo per gente che ha dimostrato di vincere la coppa campioni, la coppa velina, la coppa spogliatoio, la coppa allenatore, la coppa presidente e la coppa spogliala moglie del collega, dell’allenatore e del presidente. Per dei professionisti è cosa avvilente. Al punto di fare di questi marcantoni in mutande tanti fraticelli intonacati e nemmeno di un colore solo. Come goliardi medioevali, o come mercenari di Al Qaeda, hanno costretto i calciatori a farsi santi, predicare una nuova missione e una nuova teologia, senza neanche i dieci euro, ma addirittura in balia della carità. Poi ci si meraviglia che uno sia disposto a giocare in un campo, lontano qualche migliaio di Km dalla propria abitazione, per di più blindato a causa delle guerre mezze di banditi e mezze di occupazione. Sarà un disastro, ma almeno c’e una certezza. Tutto il contrario del calcio nostrano, tutto una palude incompresa ed incomprensibile. Se non solo criminali i tifosi, lo sono i corrotti in campo. Come al solito c’è il solito giudice che trova nel pezzo d’Italia più ricco, più capace e più efficiente, del marcio. Certo, c’è del marcio in Danimarca: fa notizia. Ci fosse marcio in Grecia, Tunisia o Calabria, dove starebbe la notizia? Quello che però spaventa di più è il lungo ammaestramento all’alfabetismo dell’idolo del calcio romano Pupone in anni di pubblicità di telecomunicazioni che alla fine è sempre l’inclito popolo a pagare. Finora c’erano tre dicasi tre calciatori con dignità di parola- Rivera che è stato anche sottosegretario, Mazzola come debito nei confronti di Superga e Bettega come redivi divo Marisa, perdi più caori espiatorio per crimini non pagati dalla Fiat voluntas tua. Allora c’erano storme di umili Barenson e pochi grandi giornalisti. Ora nella confusione il giornalista intervista il calciatore risponde ed alla fine bacetto e pacca sul sedere, perché sono fidanzati. Le professioni sono la prosecuzione degli inviti e delle conoscenze a cena , oppure l’infinito generone rai sempre in causa con il piatto che gli dà da mangiare, oppure dossieristi che cambiano soggetto da incensare o condannare con una rapidità da fare impallidire Tayllerand e D’Artagnan. Ragazzotti di bell’aspetto o teste lucide di vitella recitano il bignamino mezzo politico mezzo sociologico dovunque siano e soprattutto a prescindere da qualunque cosa vedano, commuovendosi anche di fronte a merde canine disseminate che sono comunque momenti e dimostrazione di vita. Ovviamente vincono tutto in tre squadre di lassù e per equilibrio quasi tutto questo mondo animato e mediaticamente animale parteggia, talvolta con risvolti materni, per chi si dà da fare quaggiù, ogni volta arrendendosi con grande dignità-, Eppure malgrado tutto ciò, sembrava che aver garantito la presenza costante televisiva della compagna del più amato ed odiato calciatore della capitale fosse obolo sufficiente. A lui il Pupone, sembrava bastevole l’eterno talento corroborato dal linguaggio dei segni: quattro dita in aria lente a diuschersi, poi tutte e 4 a coprire la bocca ed al un lento battito d’ali invito alla squadra antagonista a voler guadagnare per prima lo spogliatoio. Linguaggio dei segni e cortese. Ora non solo lo fanno uscire anzitempo dalle partite, nemmeno gli fanno controllare Tommaso che senza mai parlare si era guadagnato la fama di persona solida. Addirittura hanno cominciato a farlo parlare, prima con i soliti versi onomatopeici, poi con frasette, infine con pezzi recitativi. C’è un complottio per farlo arrivare ai serial in coppia fissa con l’Arcuri, un po’ per garantirsi 4 milioni di telespettatori romani, metà per odio, metà per amore un po’ per toglierselo dai piedi come allenatore, manager o dirigente sportivo. Che già un Conti basta ed avanza. Il calcio è una cosa seria: dopo il generone e gli invitati, è regno incontrastato di ex reginette di bellezza che tra luci e catafalchi devono dimostrare la beltà anche s attempata. E proprio non si capisce perché debbano essere dei maschi non verificati da Signorini a dover giocare. Davanti a tutto questo come non scioperare? C’è solo da ringraziare che per la consueta pigrizia romanesca il resto dei Puponi e dei Cesaroni preferisca scherzare a casa propria come i Marchesi senza grilli per il capo.


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9 settembre 2011

Il senso del berlusconismo

Il senso del berlusconismo Si cominciò a parlare di fine del bonapartismo a Napoleone ancora vivo e non del tutto sconfitto. A ben vedere però il bonapartismo trasfigurato nel gollismo è ancora al potere, unica forma politica capace di moderare i mal di capo dell’impetuosa e frustrata anima francese. E’ quasi proibito parlare di sopravvivenza del comunismo, malgrado che si moltiplichino i giornali da esso derivanti, che sia comunista il nuovo paese più potente della terra e che sia comunista l’uomo più ricco al mondo. I programmi storici ed i docenti universitari si seguono gli uni agli altri nei programmi divulgativi per parlare del diavolo nazista, raccontarne l’ascesa e la caduta definitiva. Più condannano il nazismo ed esaltano i suoi avversari e le idee di tolleranza, antirazzismo e pace, più la condanna evita di spiegare programmi ed azioni tedesche d’anteguerra, più crescono i dubbi nelle giovani menti nordeuropee che vedono davanti ai loro occhi la Germania ineliminabile motore d’Europa, guerre nonsense chiamate in tutti i modi tranne quello vero e le peggiori tirannidi stragiste passate e presenti portate ad esempio. Basta il gesto di un folle o il tatuaggio del bodyguard di una soubrette e gli alti lai conseguenti per ricostruire il nefasto mito che sopraffa la stessa realtà storica. La fine dell’appeal antifascista e delle comode schiere straniere cui appoggiarsi non ha lanciato l’Italia nella modernità malgrado l’ormai decennale attaccamento alla occidentale way of life, anzi l’ha rivolta ad antiche nostalgie per gli anacronismi risorgimentale e fascista, rivisti e reinterpretati, da molti che avevano sempre combattuto entrambi, in tanti modi tranne quelli storicamente attendibili, peraltro improponibili nell’età di Internet. L’islamismo, sconfitto da Lepanto in poi in modo sempre più rovinoso, sottoposto a bombardamenti da un capo all’altro, dal nord africa fino all’asia centrale, sempre più imbelle e colonizzato da politiche altre anche nei suoi trambusti interni, sembra un gigante solo per i colpi del pungiglione d’ape alla dura scorza della pelle dell’orso, pagati peraltro con la morte degli insetti kamikaze. Il berlusconismo è a confronto con questi termini, - bonapartismo, comunismo, nazismo, islamismo - poca cosa; paragonabile al crispismo, al depretismo, al giolittismo, al doroteismo, al fanfanismo, al moroteismo, termini sopravvissuti giusto gli anni di protagonismo di questo o quel politico. Cosa sarebbe mai il berlusconismo? La dittatura feroce di un Cromwell? L’occhio televisivo omnipresente controllante di Zamiatin e di Orwell? L’epicureismo orgiastico dei regni alessandrini ? Il liberismo tachteriano? L’occidentalismo reaganiano? Il narco stato venezuelan-afghano? Lo stato antieuropeo autarchico? La repubblica Cisalpina ed il Regno Italico? Lo stato più socialista d’occidente o lo stato più liberista d’Europa? Nulla di tutto ciò: basta accostare lo stato attuale d’Italia agli originali dei modelli di paesi antichi e moderni per volatilizzare tante similitudini messe arditamente per iscritto negli ultimi tempi. Il crispismo fu il modo per i rivoluzionari mazziniani meridionali e repubblicani di accedere al potere. Ottenuto lo scopo salvando la faccia, l’ismo se ne andò a benedire, perdendo comunque la reputazione ad Adua. Doroteismo e moroteismo erano invenzioni per accontentare tutti, a destra e a sinistra, senza cambiare nulla quando l’animo italiano era lontano nel suo profondo sia dall’est che dall’ovest. Il berlusconismo, impersonato da un imprenditore di recente fortuna, è uscito fuori da un’Italia divenuta, a sua insaputa, più ricca di quanto non pensasse, passata nell’arco di un decennio da paese d’emigrati a paese d’immigrazione. Un’Italia che economicamente non aveva già dagli anni sessanta nulla a che vedere con i termini del mix di potere oligarchico e consenso popolare, da bonapartismo a fascismo, da comunismo a nazismo e islamismo. Il berlusconismo è stato ed è un’armata Brancaleone, somma di istanze diverse, melting pot di diavolo e acqua santa per impedire ai postPci di prendere il potere, terze file dei centro sinistra, piccoli imprenditori, ammiratori della semplicità e dell’efficienza anglosassoni, sognatori di un’Italia patriottica e potente, nordici convinti di voler somigliare alla Svizzera e non all’Africa. Il berlusconismo ha un motivo storico d’esistenza, eliminare il dibattito che gli intellettuali mantengono vivo con accanimento. Il berlusconismo con la sua miracolosa sopravvivenza osteggiata da accademia e alta politica, finanza e media internazionali, è stato il modo in cui anche l’Italia ha dovuto imparare che non esistono altri sistemi se non il capitalismo (ed il turbo capitalismo internettiano attuale), che ogni paese con la sua macroregione persegue la balance of power e che il mondo si divide tra grandi potenze e gli altri che si limitano allo sviluppo. Il berlusconismo ha ucciso la politica, perchè della politca come la si intende da noi non ce n'è bisogno. Non c’è spazio per il liberismo nel berlusconismo, perché non c’è liberismo nel mondo. L’accettazione di tutti dell’ordine capitalista non istaura il regno dei mercati e della finanza, ma semmai il dominio dei paesi che possono coniugare forza economica, dittatura dirigista ed assenza di welfare. Il trionfo degli Usa li sta distruggendo, ora che il terzo mondo li copia e ne diventano creditori, con la marcia in più che da comunisti o dirigisti possono non preoccuparsi di opinione pubblica e anziani. C’è sempre meno spazio nel berlusconismo per il welfare socialista europeo che anche nell’efficienza del triangolo Londra Ruhr Milano fa fatica a sopravvivere, senza che patrimoniale alcuna possa cambiare le cose.. Nessun grande evento degli ultimi 20 anni ha visto berlusconismo ed Italia protagonisti nel mondo, né c’era da aspettarselo. Neanche ora però l’Italia ubbidisce alle agenzie di rating: come tutto il west cerca solo di resistere al nuovo equilibrio mondiale economico. Il ceto dirigente italiano odia il berlusconismo perché l’ha strappato alle sue favole. Anche nell’area più berlusconiana o ex, le vicendevoli accuse di liberali e di socialisti non hanno senso, perché i più feroci liberisti vorrebbero solo meno corporativismi ed i più feroci socialisti vorrebbero solo meno rigidità sociali. Più che al berlusconismo, è all’occidente che toccherebbe chiedere cosa intende fare prima di tracollare davanti al capitalismo comunista avanzante e colonizzatore. E’ tempo di denunciare con grandi film che il vero cretino è Obama. Poi decidere se si intende difendere il nostro quotidiano sistema di vita, peggiore di tutti, ineguagliato da nessun altro.




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8 settembre 2011

winwinmafiosoantimafioso

Più che bipartisan, l’invito alla fiaccolata in memoria del giudice Borsellino è giunto multipartisan, da destra, da sinistra, dai moderati e dagli estremisti, ognuno ovviamente vedendo nell’evento e nel ricordo simboli e significati diversi, ognuno pronto a nascondere intenzioni e pensieri diversi dietro l’ampio manto della retorica nazionale. Univocamente, davanti al Pantheon si trovano a dichiarare "Roma contro tutte le mafie” l’uomo di destra, il sindaco di Roma Capitale Gianni Alemanno, l’uomo di sinistra, il presidente della Provincia di Roma, Nicola Zingaretti e la donna del (forse) terzo polo, la governatrice della Regione Lazio Renata Polverini. Opportunamente la mafia, nell’evento, si moltiplica in mafie poiché tutti hanno la propria, potendosi ciascuno scegliere il suo nemico. Per il popolo di sinistra, non c’è dubbio che le mafie sono i governanti e gli apparati postdemocristiani siciliani, tanto che il suo ultimo epigone, Cuffaro, è stato pure condannato. Per estensione, le mafie sono tutte le destre i cui eletti e non passano il tempo da imputati tra intercettazioni, indagini e processi. Ed in fondo per questo popolo è proprio il sistema che è mafioso dentro. Per il popolo di destra-sinistra moderato, le mafie sono un modo d’essere sociale, l’escamotage per ricattare il paese, per rifiutare competizione, mercato, progresso e far pagare agli altri le proprie colpe. Per il popolo di destra, le mafie sono i poteri forti, finanziari, globali che su piani incomprensibili e imperscrutabili, si fanno beffe delle maggioranze. Sfilando ciascuno tollera di manifestare accanto al sospettato d’accusa mentre tutti nell’intimo danno del mafioso all’altro. Il nordista al siciliano. Il siciliano che replica – la mafia sta a Milano – per poi convenire che più mafiose ancora sono le economie americana, tedesca, cinese. Tutti a sfilare per quella Sicurezza, un tempo punto di forza della destra reazionaria, assieme alla disciplina ed all’educazione, un tempo svillaneggiata da sinistra e dai progressisti illuminati. Ora che abbiamo il record delle carceri piene di detenuti in attesa di giudizio, ci pensano i simboli della comunicazione planetaria a minare la sicurezza ed a far sospirare per il tempo passato, quello in cui gli italiani emigravano, il paese era povero e pieno di lavoro nero e ci si sparava per la strada. Eppure, ed erano solo gli anni ’70, tutto avveniva tra italiani, tutto senza stranieri in giro era più sicuro. Tutti a sfilare per quella Legalita' mantra della sinistra che da vent’anni aspetta che Mani Pulite chiuda il suo corso e mandi n galera tutti i nemici politici. Non era forse la DC, disordine e corruzione? Chi applaude questa antica massima del Pci, in mattinata alla Camera ha osservato un minuto di silenzio ed anche un applauso all'ex leader democristiano Remo Gaspari,su input del leader Udc Casini. Tutti insieme, casta e ciompi a sfilare per lo Sviluppo, che come è noto si fonda sullo scontrino ma che nelle regioni meridionali deve ricevere forse un qualche input anche dai commerci internazionali delle mafie, che sembra fatturino un paio di centinaia di milioni di euro. Nell’anno della retorica patriottica, pur guardandosi in cagnesco tutti si tuffano nell’acqua salvifica del martirologio laico, nel’inchino al 19 luglio di via D'Amelio e di Capaci, le due stragi succedutesi in due mesi in cui morirono i giudici antimafia Paolo Borsellino e Giovanni Falcone. Si mormora che il primo avesse le prove della mafiosità del Caimano; si sussurra che il secondo difendesse Andreotti dall’accusa di mafia. Non facevano comizi i due, al contrario del magistrato Ingroia che non ha mancato di intervenire in Tv per lasciare il segno, sulla scia di una lunga tradizione, da Caselli a Borrelli. Non si candidavano come D’Ambrosio o de Magistris, ma si diceva che uno fosse missino, l’altro socialista. Sembrano lontani anni luce da Di Pietro eppure è anche il loro faro luminosissimo grazie alla morte che ha dato forza al partito dei giudici. Tutto ciò non può esimere dal non vedere in tutto ciò una malsana immersione in acque false e bugiarde. Che l’amministrazione pubblica non sia un esempio di efficienza è sotto gli occhi di tutti. Dato di fatto è che la macchina della giustizia, dai magistrati e impiegati fino ai 150mila avvocati, fa acqua. Senza personalizzazioni, c’è poco da esaltare gli uomini della giustizia; il che laicamente implica moderazione in un martirologio costruito per persone vittime da vive di veleni e tranelli nel loro ambito professionale. I fatti restano immobili nel tempo, sempre uguali a se stessi. L’alta partecipazione sociale alle mafie di parte del Sud convive con quella al nerbo delle forze chiamate a combatterle. Intellettuali, giornalisti, giudici, imputati e criminali partecipano di un derby in cui tutti provengono dagli stessi territori, con la medesima forma mentis, sotto un medesimo cielo cresciuti con i medesimi sapori. L’abitudine alle best practises, l’imitazione dei modelli migliori vorrebbe che si rifuggisse dall’affidarsi ad un tessuto sociale, che senza personalismi, non ha dato né dà buona prova di sé. Si dirà che bisogna conoscere e comprendere il territorio criminale, eppure se lo si vuole drasticamente emendare forse non bisogna né capirlo né comprenderlo. Alla fiaccolata delle buone intenzioni, nelle litanie ai santi, non ci si immaginerebbe nemmeno di abolire le consultazioni elettorali dove il Pil illegale è superiore a quello legale, né di abolire le autonomie speciali, né di interrompere il reclutamento degli uomini della giustizia, pubblici e privati in quelle province dove si perpetuano i più grandi successi della macchina antimafia e del business delle mafie. Un win-win paradossale che è solo sconfitta per il paese tutto. Meglio farneticare della mafia a Roma per estendere l’allarme di sicurezza, legalità e sviluppo, slogan tra il cubano ed il cinese, pochi saranno i pensieri rivolti agli incarcerati in attesa di giudizio, prova provata di un fallimento che non merita né onori, né trionfi né fuochi..


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8 settembre 2011

Al convegno dei laico socialisti esplode labOra

Al convegno dei laico socialisti esplode labOra LabOra è un ottimo logo. Può riferirsi all’impellente necessità di parlare ora di lavoro, e non in termini stereotipati. E’ anche un richiamo al laboratorio politico ed insieme all’esigenza di una forza liberalsociale (Lib-)Lab. C’è però nel nome anche il rischio di finire risucchiati nell’obbedienza alle gerarchie o alle mode e convenzioni del benedettino (ed oggi diremmo debenedettiano) Ora et Labora. Qualunque cosa diventerà, labOra è il nome di un gruppo giovanile che ha esordito in occasione dell’ennesimo convegno\session\seduta psicologica preparato per e da socialisti, laici e liberali tenutosi a Roma il 28 maggio u- s-. Nella sessione sono risuonate, conclamate o sfuggite inconsciamente, tante delle vecchie e nuove motivazioni che hanno fatto naufragare le vecchie e nuove formazioni cui fa riferimento labOra. Quest’ultimo però, anche se piccolo movimento partecipa del fermento giovanile in corso che malgrado la rappresentazione mediatica non è solo popolo viola. L’indignazione spagnola giovanile tocca il suo acme mentre precipita il governo Zapatero che solo poco tempo fa veniva additato come fulgido esempio da seguire. Nel convegno i giovani di labOra non avevano una parte da protagonisti, ma se la sono conquistata meravigliando per chiarezza di vedute e determinazione, mancate ai rappresentanti ufficiali ed ufficiosi dei partiti di antico blasone intervenuti.al meeting "Laici, liberali e socialisti nel nuovo Risorgimento. La sfida della modernizzazione". Sull’incontro ci sarebbe molto da dire, sottolineare, evidenziare, ma questo toglierebbe spazio al dialogo verso un’area giovanile promettente ed a qualche consiglio non richiesto che facilmente può estendersi ad altri movimenti giovanili in fermento, da Confcontribuenti all’ultraliberale Tea Party, ai dibattenti di Libertiamo, fino alla lista universitaria antisinistra, ma lontana dal Pdl, Vento di Cambiamento. All’ombra dei ritratti di Cavour, di Mazzini e Garibaldi, nel segno dei 150 anni dell’Unità e dei 120 anni di Critica Sociale, si sono ricordati i tempi belli in cui il mondo laico nell’extended version, raggiungeva il quarto dei voti, malgrado magari oggi ne abbia, a ben vedere, anche di più; si è ricordato il bel tempo in cui il tetra partito laico governava con la Dc, anche se a ben vedere tutt’oggi laici e socialisti sono al potere con i cattolici. A quasi vent’anni di distanza da Mani Pulite, scricchiolano le formazioni politiche di Pd e Pdl e l’occasione appare ghiotta ai leader e partiti di un tempo, per presentarsi a mani libere rispetto agli schieramenti e trovare il modo di riportare in lizza ed in lista i simboli del Psi, Pli, del Pri e del Psdi. Appare ghiotta perché i temi della riforma elettorale proporzionale, del “comporre e scomporre”, della contrapposizione conservatori-innovatori sono ultimamente molto dibattuti, paradossalmente condivisi dal composito fronte dell’arcipelago della sinistra italiana e del pozzangherone di mezzo di Udc-Api-Fli. Analisi, appelli e ricordi si rincorrono per la voglia di ripresentarsi tutti insieme anche se non è chiaro per fare cosa.. Gli argomenti si contraddicono ma convergono sull’idea di lista identitaria. L’identità si coniuga sul nemico, la II repubblica ed i suoi padri, Berlusconi, Bossi, Di Pietro. Si ripete la narrazione dell’Italia ferma da 10, 15, 20 anni; si racconta del disastro che incombe sui giovani; insomma si ribadisce quanto già divulgano il partito Rai3, il partito LaRepubblica, Cgil ecc. Non si capisce cosa trattenga la platea dal seguire l’esempio del socialista La Ganga, candidatosi, ma non eletto con Fassino sindaco di Torino che tra l’altro è divenuto un grande estimatore di Craxi. Sono i giovani di labOra a scuotere dal torpore ed a dichiarare senza mezzi termini che quando si passa ai fatti non si possono sostenere né Pisapia, né De Magistris. I giovani hanno ben chiaro quali sono le posizioni politiche in campo, quali sono le famiglie imprenditoriali e politiche che si contrappongono, quali sono gli interessi che si combattono e capiscono l’esigenza di schierarsi pur tra le capriole intellettuali. Esiste una via per dare forza alle istanze laiche costruendo consenso ed aggregazione spendibili allo stesso modo nei grandi contenitori come in via autonoma; e passa dalla coerenza, dalla solidarietà di parte, dall’analisi tesa al fare. Cominciando con il confrontarsi con gli eventi che si possono cogliere fuori dalla sala del dibattito laico. La Regione Lazio avvampa perché il giovane liberale Bernaudo lascia il gruppo Polverini di fronte ai ballottaggi tra Pdl e sostenitori del partito regionale della governatrice. Tornano le distinzioni tra fascisti e non, che ricordano le liti tv tra Sgarbi e la Mussolini. Bernaudo con coerenza ricorda la sua storica appartenenza da liberale a Forza Italia mentre meraviglia che appaia all’oscuro di tutto il coordinatore regionale Pdl Piso; né può assolvere il fatto che ne sappiano poco di più Pallone e Taiani. Si è dimessa dal governo l’esponente dei Liberaldemocratici l’ex magistrato Daniela Melchiorre, capace di fare il sottosegretario sia con Berlusconi che con Prodi e che in pochi anni ha cambiato partito 6 volte. Si può costringere la propria parte a cassare lei e seguaci dalle liste? Queste notizie suggeriscono qualche reazione o sono come camere stagne che non interessano perché avvengono fuori dal proprio clan? E che dire del ritorno, al posto del defunto onsigliere regionale Di Carlo, cattolico Pd, dell’ex assessora Valentini, postberlingueriana di razza? Quando la segretaria Cgil Camusso descrive lo stato rovinoso del paese, non sembra parlare della Spagna? Se si pensa alla possibilità sempre meno remota dell’uscita della Grecia dall’euro, si tocca con mano il possibile collasso dell’Europa mediterranea, dove solo l’Italia tiene a fatica. Preoccupa che l’Europa, sempre più continentale, non dia peso alla sua parte meridionale? Che non dia peso al sindacato europeo? E che il sindacato europeo dia poco spazio a quello italiano che pure è uno dei più rappresentativi? . Ci sono giornali, web, tv da fare, la satira da conquistare, uno sceneggiato a puntate su Mani pulite da pretendere. Ci sono i costi della politica da abbattere. labOra avrà molto da fare. Con l’approccio laico di difendere il nucleo di cosa è politica, gli interessi delle masse di riferimento, giovani e lavoratori. Prima delle sigle e delle liste, questo è laicismo e socialismo, all’italiana




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8 settembre 2011

6 lenzuola da 1000

Attilio Folliero è un italiano, di Lucera, in provincia di Foggia, classe 1965, che da anni risiede a Caracas, in Venezuela, da dove ha avuto occasione di criticare aspramente Il Fatto per le analisi sulla politica del paese sudamericano. Folliero però deve essere un mago oltre che un giornalista: infatti aveva previsto già da febbraio i guai di Dominique Strauss-Kahn, ormai ex segretario generale del Fondo Monetario Internazionale(FMI). Citazione del 12 febbraio: Dominique Strauss-Kahn, uno degli uomini più potenti del mondo, con questa sua esternazione potrebbe essersi giocato il suo futuro. E cosa avrebbe mai detto Strauss-Kahn per mettere a repentaglio tutto? E’ necessaria un’altra citazione a questo punto stavolta del Dominique: “L’unica via per calmare la crisi che viviamo è abbandonare il dollaro”. Il segretario generale del FMI, istituto voluto storicamente dagli USA e che ha sempre consigliato se non imposto liberalizzazioni spesso drammatiche ai paesi più poveri in difficoltà, praticamente avrebbe voltato clamorosamente le spalle alla Casa Biancxa, sostenendo la tesi già avanzata da Saddam Hussein e dalla Cina, cioè la sostituzione del dollaro con un paniere di monete per gli scambi internazionali. A parte il Guardian, i media hanno sottaciuto le posizioni di S-K, dato l’impatto disastroso che avrebbe su tute le Borse. Dopo l’abbandono del gold standard nixoniano, il dollaro è rimasto svincolato da ogni norma, nella completa disponibilità del’amministrazione Usa, che l’ha stampato ed usato per l’autofinanziamento. Dal 1974 in poi si sono cos’ creati petrodollari, in mano ai paesiu arabi, eurodollari in gran parte convertiti in euro ed ancora russo dollari e nippo e cinodollari. Solo la Cina possiede riserve oltre 2.500 miliardi. E’ ovvio che banche e stati di tutto il mondo non hanno alcun interesse a denunciare il dollaro come moneta di scambio in cambio dello yuan o yen o euro, perché il deprezzamento del biglietto verde arrecherebbe una fatale svalutazione alle loro riserve in valuta Usa. Eppure lo stato di debolezza cronica in cui versa l’economia americana, con l’aggravarsi del default finanziario interno con la ricaduta immobiliare, l’alto debito pubblico ed il deficit nella bilancia dei pagamenti, fa degli Usa un paese cui resta solo la fede internazionale del In dollar we trust. L’abbandono della valuta Usa anche nei tempi lunghi da parte degli altri attori economici internazionali è veramente un incubo. Sostiene Folliero: L’immissione sul mercato di migliaia di miliardi di dollari farebbe crollare immediatamente il suo valore provocando uno stato d’iperinflazione. Al di là della drammatizzazione che pure sembra suggerire a James Ellroy,una ottima nuova storia con trama noir degna del 6 pezzi da mille, sembra incredibile il ritmo delle coincidenze a parte l’assurdità della situazione in cui sarebbe andato a ficcarsi S-K. Certo, una volta avesse vinto da socialista le elezioni dell’Eliseo ed avesse dato mano alle sue ipotesi antidollaro magari a favore di euro e yuan, i cambiamenti non sarebbero stati di poco conto. E prevenire spesso è semplicissimo, tanto poi le Ofelie ammattiscono al momento opportuno…


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8 settembre 2011

Monito per B&B

Di fronte ai risultati elettorali della prima tornata delle amministrative davvero le facce della Moratti e di Lupi sono sembrate quella di Stanlio e della figlia di Fantozzi. Il crollo del 20% del voto per il centrodestra è un colpo forte che ha ispirato dopo tanta attesa, 20 anni!, la felicità dei Bersani, dei Lerner, dell’Annunziata tornata, a quanto pare, ad un chiaro posizionamento a gauche. E’ inutile dire che si vince al Sud. Dalla Repubblica Cisalpina in poi ciò che conta sono Milano ed il nord, con i loro 500 miliardi di Pil, che fanno da vagone al paese. Pdl e Lega ciascuno a modo loro hanno perso e potranno interrogarsi ora dove è stato il punto più debole, dalla scelta della candidata da riconfermare, agli strappi interni, dall’estremismo antigiudici di Berlusconi alla denuncia del progressivo abbandono dei leghisti dei primigeni antifiscalismo ed antiburocratismo. Milano e più in generale il Nord hanno rigettato l’attacco intrastituzionale del premier dimostrandogli che non è vero che l’elettorato composito del centrodx lo segua a tutti i costi. Messaggio analogo ha ricevuto il Senatur proprio nel momento in cui portava a casa la seconda tappa federalista, quella regionale, rea però di caricare di ulteriori tasse un paese già gravato quasi al 50% solo per parlare del lavoro salariato. Grande spazio si è dato agli scandali sessuali alla Ruby che svillaneggiano ormai da ogni parte, in politica, nella Chiesa passando per la castrazione politica anticipata di quello che doveva essere lo sfidante socialista di Sarkozy per l’Eliseo. E’ uno spazio esagerato che vale tantissimo per l’apice delle donne in carriera e molto poco tra le file del popolo medio e minuto maschile e femminile. Dominique Strauss-Kahn, capo dell’Fmi, rischia per tentato stupro 70 anni mentre mafiosi presunti o accertati, terroristi con il timbro ed assassini sono a piede libero o agli arresti domiciliari. Est modus in rebus: se un tentato stupro vale 70 anni di galera, un’omicidio ne dovrebbe valere almeno 120. La gioia con cui l’ipotesi è stata accarezzata da molte osservatrici che hanno vistio spianarsi la strada alla figlia di Delors è mal posta ed è tra l’altro un deja vu. Perché sulle sbarre della gabbia del socialista viveur Strauss-Kahn si prepara lo scettro repubblicano per la Le Pen e per gli eredi Vichy. Il centrodx non ha perso né per gli scandali, né per la giustizia e né per la Moratti. E come rileva Sechi può ancora ribaltare il risultato di Milano, una volta compreso dove è avvenuta la frattura con l’elettorato. E’ inutile volersi accapigliare sul valore politico o amministrativo del voto meneghino: quando si parla di gestire l’Expo,la capitale della moda e del design mondiali, il centro del sistema manifatturiero che fa il secondo export europeo, si è in politica piena. Sulle bandiere giustizia e federalismo B&B hanno tirato di sciabola, ma per il resto si sono accodati, magari a malincuore al solito politically correct . Non si è puntato sul welfare come ha fatto Formigoni coi suoi due letti sanitari per ciascun lombardo. Non si è proposto l’abbattimento delle tasse locali, la riduzione del peso di enti e politica, l’accorpamento dei municipi e d’inverso si è proseguito sulla guerra all’automobilista, sull’appropriazione di temi ambientalisti che non sono propri. Non ci si è opposti alla politica di disarmo delle grandi imprese sul territorio, né si è fatto sinergia con il neo presidente Consob per il rilancio della Borsa e la correzione delle sue logiche. Non si è fatto sinergia con l’innovazione digitale ora possibile per la macchina amministrativa. Non si è cercato il dialogo con le parti sociali e sindacali responsabili né si è rimasti tolleranti con i tanti spiriti culturali presenti nel centrodx. Esattamente come per Libia, Napolitano e Draghi , a livello nazionale, si sono espressi pareri obbligati che non coincidono con quelli popolari né in Italia ed ormai neanche in Europa. In due settimane si può solo ricordare che la Moratti è una delle poche donne valide in politica e che ha saputo amministrare barcamenandosi tra un veto ed un altro. E prefigurare che la Milano di Pisapia sarebbe come la Roma di Veltroni, piena di campi abusivi sotto ogni ponte, piena di eventi culturali di barbolusso, con tanto di parlamentini di bambini e di animali a contare quanti stupri avvengono per specie e sotto una certa età. Siamo di nuovo ai lai della fine del berlusconismo già cantato da Mastella nel 2006 in Tv (ed auguri al neoconsigliere comunale). Bisogna pur comprendere che il berlusconismo, cioè una politica senza terze vie o prospettive di rivoluzione sistemica, con leader forti , non troppo dissimili nelle proposte – più collettiva o più individualista- sopravviverà anche dopo il premier. Ed è qui il punto terribile del risultato elettorale. Spogliati dalla propaganda e dalla storia, Letta, Morando, Ichino, Onida, Boeri, Fassino, ed anche Bersani non hanno nulla da proporre che già non facciano Tremonti, Sacconi, Cazzola, Brunetta, ecc. Anzi i secondi sono un pizzico più collettivisti che i primi. Con quella faccia liberal socialdemocratica però il Pd non vince. Non vince mai. Per vincere deve arrendersi a seguire ora Vendola, ora Pisapia, ora De Magistris. Perché la sua parte moderata pur di battere Berlusconi è disposta a seguire questo melting pot nazistoide anticapitalista antioccidentale terzomondista e terzosessista. Il melting pot estremista al contrario a nessun costo seguirebbe Pd e Letta Junior perché è come quello senior, un po’ peggio e un po’ più giovane. Il voto paradossalmente ribadisce la tendenza all’estinzione del Pd. Quanto al Pdl, se ascoltasse le voci che da più parti, anche le più diverse, gli ricordano i suoi temi basilari, fisco e lavoro, potrebbe ancora mantenere libera Milano.


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8 settembre 2011

1 maggio a scacchi biancogialli

Lo sciopero a scacchiera è un'astensione dal lavoro effettuata in tempi diversi da diversi gruppi di lavoratori le cui attività siano interdipendenti nell'organizzazione del lavoro, così da produrre il massimo danno per la controparte con la minima perdita di retribuzione per gli scioperanti. Come altre forme di sciopero in Italia, nei fatti non è né del tutto legale, né del tutto illegale. Nel paese reale si passa dalle botte della punizione fisica assegnate alla commessa romana che minaccia l’uso dell’istituto allo sciopero improvviso a gatto selvaggio cavalcabile in ogni momento nei reparti, difeso ideologicamente dalla Fiom che ne garantisce la copertura a prescindere quando lo indichi la sua politica. Nella confusione intoccabile, regna sovrana e senza averne diritto la Commissione di Garanzia sul diritto di sciopero, invenzione degli anni ’90 postMani Pulite e dei governi progressisti che improvvisamente scoprirono l’importanza dei diritti universali dei consumatori. Su quell’altare poi alla Commissione fatta di docenti burocrati ed avvocati è stato lasciato di stabilire dove finisse il lavoratore e cominciasse l’utente e viceversa, così che quella è uscita dall’alveo delle proprie competenze, e si è fatta con atti e deliberazioni, l’ennesima – e ti pareva- fonte di diritto. Novità assoluta 2011 è invece la manifestazione a scacchiera. Il 1° maggio in Sicilia UIL Cisl e CGIL celebreranno insieme la tradizionale festa del lavoro a Marsala; saranno invece divise a Bologna che ha un peso specifico simbolico un po più greve. Si narra di Uil e Cisl che disertano Piazza Grande ma in realtà è Cgil che ha prenotato tutti gli spazi. Si ricorda riforma del CCNL e Fiat, ma la lite sindacale felsinea parte dal contratto per la Fiera di Bologna dove la parte di sindacato giallo l’ha fatta proprio l’organizzazione in rosso. Su Il Fatto non si perde l’occasione di farneticare ricordando che “30 anni fa, di maggio i, magistrati di Milano, rendono pubblici i nomi della P2” il cui programma era anche la divisione sindacale. E tra gli eredi di tanto disegno non può che finirci, oltre il sindacato moderato, anche il Renzi di Firenze. Si vota però a breve a Bologna dove queste liti fanno tremare il Pd. La scacchiera politica prevede da un lato tutto un percorso antigoverno ed antiUil&Cisl che conduca al grande sciopero generale Cgil del 6 maggio e dal’altro lato l’unità degli Ichino, dei Cremaschi e delle Camusso almeno fino alla cabina elettorale contro i leghisti che tentano il colpaccio a Boogna e le Moratti. L’optimum sarebbe il modello Arezzo dove i tre candidati sono tutti paraDc, col paradosso del nipote di Fanfanfascista a capo della sbiadita congrega rossa. Proprio il Renzi, sindaco berluschino fiorentino, come viene denominato su tutti i muri, è venuto in sostegno dei dilemmi delle Due Torri. I sindacati stavano litigando sul contratto del commercio, non firmato da Cgil in omaggio ad austerità, anticonsumismo e le domeniche a Messa di Pezzotta, invece che nei centri commerciali. Poi Renzi ha trovato una cosa buona fatta da Bersani (che lui abitualmente vorrebbe cacciare): la legge 114\98 che offre la possibilità al sindaco di comune turistico di ammettere l’apertura festiva dei negozi del centro. Coinvolta nel voto e quindi coraggiosamente, sulla stessa linea il sindaco di Milano. Apodittico invece il presidente della Confcomercio romana, organizzazione tradizionalmente vicina a Cgil, che addirittura ha invocato provvedimenti vs commessi\e che si asterranno dal lavoro questo 1° maggio. Tutta colpa dello scacchiere del calendario che fa cadere la festa del lavoro di domenica, ormai tradizionale giornata di postgita fuoriporta, consumata nei moderni boschi commerciali il più delle volte cooperativistici o francesi, vero momento alto della moderna cultura popolare. Le divisioni sindacali a questo punto sono state superate dalla proclamazione di sciopero durante il 1°è maggio (ed in tutta la Toscana per non far sentire solo Renzi ), cosa che probabilmente non avveniva dall’alba dei tempi da quel 1890 americano che diventà il simboòico work day. Lo sciopero a capire bene è stato proclamato davanti all’incredibile proposta di sostituire i soliti turnisti del commercio con lavoratori interinali. Il salernitano socialista Enzo Mattina, può essere criticato nelle sue vesti di masochistico anticipatore del moralismo ’90, ma non in quelle di sindacalista, con le quali è impegnato in Ebitemp, ente bilaterale si occupa di lavoro interinale, con la presenza dei sindacati e di asso lavoro. Venne parecchio inguaiato da Bassolino la cui gestione chiamava i lavoratori “in affitto” rimandando al mai i pagamento. Sarebbe legittimo da parte di un’organizzazione sindacale criticare il lavoro interinale considerandolo precario e para in nero. Allora però bisognerebbe anche astenersi dal partecipare all’utilizzo, ala relativa bilateralità ed al consenso nei contesti preferiti e privilegiati. Per questo la chiamata alle armi contro gli interinali di Renzi appare strumentale e non coerente, più che un andare a zig zag da ubriachi, un ragionamento a scacchiera. Per difendersi il sindaco di uno dei comuni rossi di una regione rossa dove trovi sui muri invocazioni a Dio perché chiami a sé il premier, ha finito per scrivere sul giornale dei ragionieri commercialisti. Nemmeno gli eretici manifestanti o liberati gli hanno offerto solidarietà. A Torino regno indiscusso di un sindaco Cgil i negozi staranno aperti e nessuno dice nulla. Scioperi in Val Padana e sull’Arno in ayyesa del 6 maggio. Insomma al sindacato moderno non resta che il Sud per trovare un po’ di pace e d’unità. Oggigiorno però le organizzazioni non sono più un blocco compatto, come trasformate i tante isole a carattere locale. Così in quel calabrese, non divide la destra o la sinistra,, l’estremismo o il riformismo, la produttività o i diritti, ma l’amore. D’altronde dopo che il lancio del partito dell’amore, i detrattori del caimano, usi a copiarlo, hanno cominciato tra Camilleri e Pennacchi, Vespa e Sorgi il nuovo percorso amoroso politico. Se Edda amava un comunista, se i giovani missini di Latina copiavano i Porci con le ali ed il partouze moravian riosselliniano, è perché c’erano in fondo onesti amorosi sensi anticapitalistici ed anti cosmopolitici. Quel che vale però se l’amore porta verso i buoni non è reciproco al contrario. Così tra Montecchi e Capuleti, la bionda segretaria Cgil di Vibo Valentia 40enne d’assalto, “perfino di bell'aspetto” e sposata (sic!),. Donatella Bruni è stata processata, giudicata ed espulsa dal comando con tanto di cambio di serratura alla porta,dopo giaculatorie su stampa locale e lettere alla Camusso, per la colpa di amare lo sposato segretario provinciale Uil. Nello scambio tra Bruni e 3 segretari categoriali, di accuse di gestioni non trasparenti, nepotismi ed interessi personali, solite nell’universo mondo Sud, brilla l’impunità dell’uomo da una parte e dall’altra, come la condanna della donna su pubblica piazza che ovviamente la papessa Susanna non ha esitato un minuto a sottoscrivere. “La love story proibita condita di mille particolari” è diventata il bunga bunga Cgil, senza badare al fatto che lì le lotte le facevano insieme Uil e Cgil nell’assenza Cisl. Cosa ha prevalso? La famiglia o l’odio politico o l’antifemminile del moralismo di sx? La Bruni ora potrà cercare di rompere l’unità delle manifestazioni sindacali siculocalabre o venire alla capitale del partito dell’amore Roma. Qui, su scioperi, 1°maggio, sindacati, negozi, aperture, elezioni, festa, domemica, lavoro si appresta a passare come un rullo compressore la manifestazione della santificazione di Wojtila, voluta da un popolo di anticomunisti, immigrati, antiUsa, beghini e rivoluzionari che indifferenti a tutte le polemiche dei vertici della politica, si apprestano, sotto l’occhio Alemanno, a ribaltare i rapporti di forza del concordato del 1929. Altro che scioperi e Bologna, alla Cisl basta e avanza. Questo 1°maggio rischia la cancellazione da data rituale, mentre la sua scacchiera si fa bianca e gialla quasi un unico colore indistinguibile.


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8 settembre 2011

Gadmentana

Mentana sta in un avallamento sulla via da Roma tra Tivoli e Monterotondo. Il paese dove Garibaldi si scontrò con l’avanzata tecnologia francese del suo tempo è come insaccato tra colline alle spalle e monti fra cave di fronte. Anche l’Enrico un temp chiara 11.9999 Normal 0 14 false false false MicrosoftInternetExplorer4 /* Style Definitions */ table.MsoNormalTable {mso-style-name:"Tabella normale"; mso-tstyle-rowband-size:0; mso-tstyle-colband-size:0; mso-style-noshow:yes; mso-style-parent:""; mso-padding-alt:0cm 5.4pt 0cm 5.4pt; mso-para-margin:0cm; mso-para-margin-bottom:.0001pt; mso-pagination:widow-orphan; font-size:10.0pt; font-family:"Times New Roman"; mso-ansi-language:#0400; mso-fareast-language:#0400; mso-bidi-language:#0400;} Mentana sta in un avallamento sulla via da Roma tra Tivoli e Monterotondo. Il paese dove Garibaldi si scontrò con l’avanzata tecnologia francese del suo tempo è come insaccato tra colline alle spalle e monti fra cave di fronte. Anche l’Enrico un tempo detto macchinetta a La7 è come in una valle, ben più tosta e assai più concava. Prima del suo TG c’è tutto un giorno da dimenticare e subito dopo a raffica le dure roccie Gruber-Bignardi o Gruber-Lehner. Appena arrivato, Mentana con fare spigliato cercava il dialogo presentativo con la Lilly il cui programma seguiva al suo TG, così da creare un caldo trait d’union, poi un po’ i silenzi gelati , un po’ osservazioni taglienti dirette l’hanno fatto desistere. La piccola belva tedesca che “non fa niente per nasconderlo” l’ha addentato ad una gamba in ascensore ed Enrico ha abbozzato. Ora giorno dopo giorno affronta una lenta opera d’assorbimento che lo adatti del tutto all’ambiente, che lo sbianchi e lo faccia trasparire dentro e lungo le strisce verdi blu ferrovie dello stato che ha di consueto alle spalle. Nel luglio dell’anno scorso il suo arrivo a La 7 è stato un po’ come quello di Rolando nell’Inter di qualche anno fa. Al debutto al timone del Tg Mentana fece uno share del 7,3% con ca 1,5 milioni di ascolti, un record per una rete che di solito sta sotto della metà. Poi ha proseguito per116 sere consecutive, stabilizzandosi sui 2 milioni di ascolti. Arrivava dalla rottura del 9 febbraio 2009, avvenuta in malo modo con l’ambiente considerato suo naturale, Mediaset e Canale 5, dove aveva più che diretto creato il primo Tg nazionale non Rai. Mentana non è però Baudo, Costanzo o Rossella; non è mercenario ora in Rai ora in Mediaset. Dopo quel 2009 che seguiva già alla prima defenestrazione del 2004 quando gli era stato tolto il TG per la direzione editoriale, Mentana resta alla finestra. Quando rientra, molti si attendono il dente avvelenato, l’attacco alle reti del cavaliere. Invece no, macchinetta, nick dovuto alla velocità dell’eloquio,che giurano sia assai più rapido dal vivo rispetto allo studio tv, resta se stesso, attento al paese reale dell’antipolitica diffusa, ponderato, veritiero nel ritrarre vizi e virtù degli uni e degli altri. Nel club La7 è un’affondo terribile che svela pochezza e cortigianeria della faziosità strillata a diversi decibel da Lerner, Bignardi, Piroso e Gruber. Anche solo pacate introduzioni ai temi di queste talk show politici, finiscono per imbarazzare i piccati conduttori. Bisogna capirlo Mentana. In un tempo lontanissimo fu partecipe, o meglio vicepresidente della giovanile socialista e direttore del relativo organo ufficiale Giovane Sinistra e come era naturale passò al canale Rai di riferimento, il secondo ed al suo telegiornale ancora garibaldini e forieri di speranze coi loro pochi anni. Milanese di prima generazione di famiglia immigrata Mentana ci dava dentro d’impegno e d’acume. Poi grazie alla Maglie da vicedirettore TG2 approdò più che alla direzione alla fondazione del neonato TG5: era l’anno ’92 e qui le date pesano come macigni. Mentana in Rai avrebbe potuto sopravvivere e senza neanche finire nei sottoscala come toccò a Pirrotta. Avrebbe dovuto però uniformarsi allo stile dell’epoca. Oggi le cotonature, le mise scollate, gli sguardi languidi delle nostre tele giornaliste nel frattempo divenute telecommentatrici non devono trarre in inganno. Nei primi anni ’90 in tuta stile hamas erano delle guerrigliere, tricoteuses dell’epurazione soprattutto antisocialista. Mentana i cui ricci ricordavano Martelli e lo sguardo diretto e un po’ bovino Rho e Tognoli era proprio un tipico prodotto della Milano libertaria riformista. A Cologno finiva per restare a casa sua. L’informazione della corazzata Mediaset l’ha costruì lui in un ambiente che a sua volta lo formò indissolubilmente. E’vero che per molti la vera informazione, la meno politica e per questo più politica di tutte a canale 5, l’ha sempre fatta Striscia la Notizia. Il Tg di Mentana però fin dall’evento della morte di Falcone superò la concorrenza Rai uscendo del tutto dalle distinzioni lottizzatrici. Mentana non è né riesce ad essere un fan del premier a cui in fondo offre un sostegno non fideistico basato sull’imparzialità, secondo il percorso comune di milioni di laico progressisti che da subito si sono schierati per il Cavaliere. Ad un certo punto nell’incandescenza dello scontro, anche Berlusconi coi Tg ed i giornali, incoraggiato da Feltri e Lega è passato alla lottizzazione piena, al carrismo mediatico usuale per il centrosx da Telekabul ad oggi. In questo Afghanistan inquisitorio è finita anche La7 che come Tv dell’incumbent Internet sembrava rivolta ad altri lidi, già dal’impostazione bipartisan della trasmissione post 11 settembre di Diario di Guerra condotto da Ferrara e Lerner, poi divenuto Otto e mezzo. Messo di fronte al realismo degli eventi, data la superiorità intellettuale dell’elefantino, Lerner se la diede per creare una tv inquisitoria in cui l’ex abituè Agnelli e Torino bene, l’ex fallito stroncatore della Lega, poi gran adulatore di Tronchetti, celebra un suo processo in genere, costituito da mille contro uno del centrodx preso a capro espiatorio. Pochi però riescono a dire la propria, perché le domande di Lerner sono j’accuse, in cui sempre più il giornalista si diverte a trasformarsi in un ebreo errante, vittima simbolo cui dunque tutto è concesso. Come fare una trasmissione tutta a sostegno Pisapia senza intrralci, esattamente come fece Santoro per Vendola. Dietlinde Gruber, proveniente da un paesino tedesco, già cronista per il DC Adige, sostenuta da Vespa e Ghirelli in Rai contro i quali capeggiò la rivolta del Tg1 redazionale, invece secondo Pansa e Grasso adotta “metodo del due contro uno. Per vincere, la Gruber assieme all’anti-Cavaliere di turno, colpisce il terzo ospite, di centrodx.” Come per Santoro l’esperienza in politica è stata un disastro, come il libro sull’Irak che è tra i più economici all’autogrill. Invece nelle lotte redazionali è eccezionale. Così appena arrivata si è liberata del partner Guiglia. D’altronde bisogna piacere al vertice Telecom ed a quello de La7, cioè a Stella, fratello del giornalista moralizzatore de La Casta. Ovviamente i due fratelli sono partecipi della casta al massimo grado, il primo come vip manager, il secondo come giornalista, E’ il metodo Celli che consiste nel denunciare esattamente le cose che si fanno. La7 è uno strano essere; non è mai stato chiaro come arrivò da Cecchi Gori che diceva di non essere stato pagato, a Colannino. D’altronde a quest’ultimo dx e sx hanno fato a gara a quasi regalare aziende primarie. Colannino e Tronchetti pensavano comunque di convergere servizi Internet e Tv, prospettiva inevitabile ma finora procrastinata. Con Bernabè la7 si è collocata nell’tifoseria mediatica ed ha scelto il partito ex Ulivo; poi poiché il prodismo è evaporato, è divenuta una Rai3 più aristocratica, coi risultati drammatici che avevano fatto pensare ad una sua vendita Mentana il salvatore le ha ridato respiro. Purtroppo però nel suo avallamento ed a sua insaputa anche Mentana sta divenendo un ebreo errante, lui che ancor più laico del poco religioso Gad. La posa, la giacca, il capello lo stanno trasformando in un Gad Mentana. Se non potrà far passare un po’ d’aria fresca, la7 tornerà ai suoi standard imprigionandoci anche l’Enrico il cui unico cedimento al berlusconismo è la moglie più alta di lui


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8 settembre 2011

I delfini ringraziano

Pur di non mettersi il velo, una 17enne quasi si butta dal tetto di casa. Pur di mettersi il velo, il vicesindaco di Milano, insalutata ospite, cerca di ritagliarsi un suo spazio alla chiusura del ramadan. In India una donna, martire popolare è allo sciopero della fame da 11 anni, il che costituisce prova che la minaccia di non cibarsi non impedisce di vivere. Potevano chiederlo agli italiani che conoscono bene gli scioperi della fame di Pannella e dei radicali, passati ed in corso, che durano da un quarantennio. Sarkozy dopo i successi di Tripoli, si scopre Bush europeo e minaccia la guerra preventiva all’Iran. Fervono processi staliniani di segni politici opposti dal Nordafrica all’Ucraina. Dopo Mosca anche San Pietroburgo ha un nuovo sindaco non eletto nominato in modo prefettizio. La Libia, nel nuovo clima cerca di farsi europea, somigliando alla sponda oltremare più vicina. Comincia con una sua versione minimale di piazza Loreto, con la devastazione della tomba del padre di Gheddafi. D’altronde il conturbante Mieli per spiegare l’invasione della Sicilia del ’43 non trova di meglio che accostarla all’invasione dei Mille, sulla falsariga dei garibaldini marziani degli Stormy Six. Un’invasione straniera è uguale all’unificazione del paese voluta dalla parte masson democratica contro il dispotismo? E’ praticamente accogliere le tesi borboniche. La Sicilia venne scelta, insegna il giornalista storico, perchè facile ad arrendersi con la propensione dei picciotti malavitosi a dare una mano all’invasore. Meglio mi sento: queste sono tesi un po’ razziste, un po’ leghiste ed in gran parte identiche a quelle fasciste del dopoguerra. Poi, per non farsi mancare nulla, sempre più mellifluo il nostro argomenta che era giusto arrendersi velocemente per far finire la guerra il più rapidamente possibile. Non si capisce perché questo dotto consiglio non valesse per i russi di Stalin o i francesi di De Gaulle o gli inglesi che per esempio arrendendosi nel ’40 non avrebbero nemmeno subito bombe o invasioni. Si tratta di tesi made in Aspen. Mieli a destra come Lerner a sinistra vuole essere amico di tutti (gli stranieri), ovvio cadere in qualche contraddizione. La guerra in Libia già finita, prosegue con decine di migliaia di morti, uccisi nei campi di prigionia e negli ospedali dopo che in sei mesi di guerra i caduti erano stati qualche migliaio, anche qui a ripetere la mattanza dei 50mila politici uccisi tra ’45 e ’48. Sembra però che il problema principale però per un ministro degli esteri che si rispetti sia la mattanza dei delfini in Giappone, problema così grave da provocare un passo ufficiale del nostro ambasciatore. Anche gli istituti scientifici hanno gravi problemi, come gli esperimenti su animali senza anestesia su cui i media fanno parlare una signorina dell’associazione contraria che ha i titoli per dichiarare l’inutilità delle prove suddette. D’altronde anche su ambiente e nucleare parlano rappresentanti di associazioni che hanno titolo ed incarico statale per virtù dello spirito santo. Il peso elettorale dei loro referenti politici si assottiglia sempre più e contemporaneamente il loro mantra ambientalista è fatto proprio da giornalisti, presentatori, comici e soubrette. Ingegneri, medici e scienziati avranno titolo a parlare in tribunale quando saranno citati per i reati commessi in azioni e pensieri. Il ministro della scuola ed università più liberista degli ultimi anni, già odiato per aver ridotto il corpo docente a 800mila unità, invece di farsi forte su quelli che ne condividono le posizioni, si esalta perché non ci sono mai stati tanti insegnanti di sostegno, quasi centomila. Così all’odio espresso dai tradizionali oppositori si unirà quello dei nuovi fautori,. E’ stato eliminato Bin Laden, con metodi da camorra, senza nemmeno uno straccio di processo. La caccia a Gheddafi, fatta per decenni con raid ad personam a ciel sereno, prosegue; potrebbe essere fatto fuori alla Bin Laden o alla Saddam, con un dubbio processo. O ancora suicidato in cella alla Milosevic. In ogni caso resteranno solo Cassese ed i radicali a credere nell’onestà e nell’etica di questi tribunali internazionali che reiterano la tradizione dei processi a Giovanna d’Arco, a Napoleone al Kaiser, a Norimberga ecc, nella tradizione tutta religiosa che vuole un timbro divino dopo l’applicazione della forza, da parte di chi la forza ha dimostrato di averla. Davanti a chi si sente in grado di giudicare l’universo mondo, le maggioranze in Russia, Egitto e Ucraina difendono i loro processi farsa che hanno il pregio di essere cosa interna. L’unico processo internazionale ammesso dall’opinione pubblica russa, popolare e di vertice, viene dall’alto come quello che ha punito i perfidi polacchi che volevano umiliare Mosca. All’Est, già europeizzato, in Lettonia il presidente, messo in crisi dal parlamento, lo fa decadere tutto per corruzione collettiva stile Eltsin.Sarà sfortuna, ma l’America non ha mai avuto tante disgrazie ecologiche ed ambientali di mano umana e naturale come sotto l’attuale presidente nero, nemmeno fosse Burlando.. I cinesi titolari di metà debito americano bacchettano la cattiva gestione economica yankee. Con una sola porterei ex ucraina rimessa a nuovo Pechino innervosisce una flotta di 15 pattugliante il Pacifico. Obama vorrebbe ridurre la sperequazione sociale ma non fa che dare danaro a banche e imprese che girano il tutto nell’Internet finanziario e nella corsa alle superpotenze private. Alla Verizon i telefonici hanno scioperato perché i 5 principali manager si sono distribuiti 285 milioni di dollari di profitti. . Ora che Washington è tanto debole, la Apple ha liquidità per comprare le prime 52 banche europee. La disoccupazione non cala ed è a livelli europei, due punti sopra quella italiana, e senza cassa integrazione, mobiltità, tfr ecc. La situazione non è così grave da poter nazionalizzare pesantemente e non è così sostenibile da reggere la riforma sanitaria. Di più, è dai tempi dell’Iran di Carter e della Somalia di Clinton che non si vedevano Usa così senza un’idea di cosa fare Tra Albright e Hillary joker, a parte la parentesi Condoleza Rice, gli americani non capiscono più cosa ci stanno a fare dai balcani alla frontiera cinese. L’analisi non specifica se i golpe intervenuti nel nord africa siano di amici o nemici. Una volta avrebbe fatto aggio l’opinione israeliana, ma l’attuale amministrazione Obama vorrebbe consiglieri indipendenti. Per esempio tipi alla Veltroni che fanno riforme elettorali per imporre il bipartitismo e poi vanno a firmare per il referendum abrogativo, oppure come quelli che vogliono sempre liberalizzare e poi sostengono la gestione comunale degli acquedotti. O come il traditore del nostro tipo alla Bce che inaugura dopo le pubblicazioni di dossier di servizi e di intercettazioni, la pubblicazione delle critiche riservate tra istituzioni europee e nazionali. O come il governo italiano che smentisce pezzo a pezzo tutte le ipotesi possibili necessarie per rispettare le promesse fatte alla Bce appellandosi allo spirito santo del risultati fantasma del recupero dell’evasione fiscale. L’evasione fiscale, vera rivolta di tutti i ceti e di tutti i territori davanti allo spreco delle risorse è quella cosa che una volta scoperta, scompare, perché il suo motivo di essere e di fare profitto sta proprio nell’evitare tasse ed imposte. Scoperta, cessa di essere, di produrre, di fare il secondo lavoro, di tenere aperto il negozio o il banchetto, di produrre. Non è un di più: è come il mercato nero, è ovvia conseguenza di norme antieconomiche. Infatti il Sud evade al 50% tutto e se vi si facesse una dura lotta all’evasione, ridurrebbe della metà il già striminzito Pil. Rampini, la nobile e ben pagata penna che per La Repubblica ha magnificato le arti, le sorti e gli svilupoi di una ferice dittatura come quella cinese, ora dagli Usa ci avverte di stare attenti al Tea Party perché è fatto di popolo che non s’accorge di essere imbrogliato, che ce l’ha con Obama senza capire le sue buone ragioni. Rampini per denigrare fino in fondo il Tea Party, lo descrive come movimento simile alla Lega. A parte il fatto che tutta Europa è scossa da un vento populista dovuto all’eccessivo peso dello spreco burocratico, l’accostamento è quanto mai pertinente. Fa capire anche perché il Tea party italiano non decolla, cioè proprio per i motivi opposti a quelli addotti da Rampini. Fondato su un ristretto liberismo cattedratico il TP muore d’inedia jmentre in nuce è il cuore del gollismo italiano, cioè del populismo laico, fusione di leghismo e dei supporter laici berlusconiani. Che potrebbero cominciare a dire ciò che pensano, cioè che il federalismo non è cosa per tutti, ma solo per quelle regioni capaci di gestirsi, Per tutte le altre, con gioia dei liberali ancient style si può tornare ai prefetti. Se no, volendo continuare a regolare situazioni assai diverse con i medesimi strumenti, si fa un regalo alla demagogia fascio comunista che fallita a a Latina, è tornata prepotente nell’Anci di Fassino ed Alemanno.


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23 aprile 2011

a riguardo del discorso del DG Unesco Bokova, Global Governance for the 21st Century: A UNESCO Perspective

Irina Bokova è bulgara, classe '52, ed ha fatto una carriera diplomatica nel suo paese, cominciando nel '77 l'anno in cui il leader bulgaro Zhivkov diventò eroe dell'unione sovietica. Come gran parte dei petit e grand commis d'Etat, la Bokova banalmente segue la linea di un paese che senza sostanziali cambiamenti oscilla tra la potenziale 16sima repubblica sovietica e l'attuale alleato Nato. La Bulgaria vissuta a lungo oltre i suoi mezzi grazie al sostegno di materie prime sovietiche è in realtà prona alla leadership del momento come dimostra l'inizio dello speech della Bokova, mieloso omaggio alla Chatham House, che sarebbe meglio chiamare col suo nome precedente The Royal Institute of International Affairs. Una delle tante istituzioni alla Aspen Istitute che senza particolari ragioni trovano spazio oltre meriti, voto popolare e risultati. Avrebbe potuto omaggiare anche il club St. James dove Fleming scrisse i racconti di James Bond 007. La Bokova che giovane studiava a Mosca diceva e pensava il contrario ed anche oggi l'avrebbe fatto se l'Urss non fosse crollata. I popoli, come dimostra la storia elettorale del paese sono migliori di una classe dirigente che in fondo per la carriera è buona per tutte le stagioni. Nel discorso non c'è govermance, non c'è cultura, solo l'elenco di progetti che dall'Irak al'afghanistan tutti sanno che sono acqua sul marmo. In cosa si fa ricordare l'unesco? nella lotta per la difesa del panorama di San Pietroburgo con ritirata, nei lacci e lacciuoli delle continue nomine di luoghi come pstrimonio dell'umanità, che implicano più costi locali, E soprattutto nella crescita esponenziale di una burocrazia internazionale che campa su parole d'ordine di cui capisce poco, cercando di occultare i problemi di mazionalismo e di etnia che ancora pervadono l'area dell'ex impero ottomano. L'innovazione non c'entra a meno che questa significhi piccole lady Ashton crescono. Chiudere l'unesco questa sì sarebbe un'innovazione e collegare i grand commis alle scelte dei loro governi. Simul stabant vel simul cadent


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23 aprile 2011

Stefania, ingrate esultanze, ingrate condanne

Stefania Craxi ha rilasciato un’intervista al settimanale non particolarmente noto, “A”. Nelle dichiarazioni si ritrovano opinioni già ribadite in passato, come ad esempio “il bassissimo tasso di produttività dei magistrati” in un periodo in cui al mondo del lavoro viene chiesto uno sforzo d’impegno eccezionale nella competizione sempre più dura. E’ facile collegare lo scandalo del settore pubblico che funziona peggio, quello della giustizia, al fatto che i magistrati «Lavorano poco, hanno due mesi di vacanza ogni anno, sono spesso in giro per convegni” E perdono tempo, invece di perseguire i reati, facendo i moralizzatori. “ Come si evince, un approccio poco ideologico e molto concreto, inoppugnabile per dati di fatto, a prescindere dalle posizioni politiche. Poi Stefania confronta il padre e Berlusconi e riconosce quello che gran parte del mondo socialista, soprattutto il più anziano non ammetterebbe mai. Che i due hanno avuto in comune gli stessi nemici, l’avversione delle stesse stampa, finanza, magistratura. Di più, che per lei Berlusconi è più forte del padre, dove il secondo non è riuscito, il primo ce la può ancora fare. “Silvio ha il consenso popolare che Craxi non aveva, ha tv e denaro e non deve, finire come Craxi”. Il premier “deve … completare il lavoro sulla giustizia; deve .. impedire che la sovranità popolare si sposti dalle urne alle toghe.” Ribadisce: È la sua battaglia, ma è anche la mia”, come dire, la stessa battaglia di Bettino. Solo nella stranezza dell’Italia politica ci si può meravigliare per queste parole crude e vere. Lo attestano 30 anni di annate de La Repubblica, dove nelle accuse, nelle descrizioni, nelle insinuazioni, nelle calunnie, nelle bestialità i nomi di Craxi e Berlusconi sono intercambiabili. Poi Bettina ripete le parole del padre “idee nuove, uomini nuovi, linguaggi nuovi” che negli anni dell’esilio furono ripudio per gli ex leader del Psi ed un viatico per la nascente Forza Italia; le applica all’oggi, non dando fiducia agli Alfano o Montezemolo, manifestando simpatia politica ai Casini e soprattutto ai Tremonti che .ha fatto bene.”; e che potrebbe avere altre componenti a sostenerlo, a parte la Lega. Infine il sottosegretario agli esteri depreca un’Italia che grazie alle sue divisioni a sangue, “si fa deridere all’esterno e si rende miserabile al suo interno. Testimonia umana e femminile solidarietà a Veronica Lario e prefigura l’inevitabile ringiovanimento della politica nel paese. Quest’intervista che non cambia una virgola nelle posizioni di Stefania, che può scatenare un dibattito, trascurato dai media , tra socialisti è invece divenuto un casus belli per le estrapolazioni delle sue parole tirate per i capelli che le hanno voluto far ripetere il mantra delle dimissioni del premier comsueto per i Grillo, Santoro, Pd e giustizialisti. Sembra credibile che Stefania Craxi faccia comunella con chi vorrebbe politicamente morto Berlusconi come ha voluto politicamente, e non solo, morto Craxi? No, non è credibile. L’estrapolazione forzata a titolo del fare a meno delle barzellette è servita a fare notizia.. Su quel titolo però si è scatenata una revanche oldsocialista che si è trovata a parteggiare per l’impossibile. Come scrive Critica Sociale “l rapporto che i socialisti del Pdl hanno con Berlusconi è … tra i più leali, e per la sua leadership tra i meno difficoltosi, spesso ai limiti della subordinazione. Perchè la scelta fatta è stata in molti casi definitiva e coerente con una interpretazione, discutibile quanto si vuole ma fondata, della propria vicenda storica” Negli anni però è avvenuto un melting pot politico, come dimostra la campagna UIL contro i costi della politica che ha i toni antitasse dei Confcontribuenti. Come non è vero che “Forza Italia non fu - nient’altro che l’erede elettorale del pentapartito, non è vero che i socialisti del Pdl aspettino il proporzionale (che è il sogno degli ex leader per rientrare in gioco); semmai vogliono il premierato, l’equilibrio dei poteri, le immunità parlamentari, ma anche la modernizzazione, un nuovo europeismo, un nuovo sindacalismo e la fine dell’antiocciodentalismo. Ormai non solo al Nord il più degli elettori socialisti distribuiscono le simpatie tra l’ex Fi e Lega, ma lo stesso succede anche a Roma. L’analisi corretta di quel voto socialista che giustamente Critica definisce insostituibile per la tenuta del PdL perchè è la quota di minoranza che fa la maggioranza, è tuttora impossibile congelata nelle mani dei vecchi ex leader Psi che se la raccontano pro domo sua, oppure in quelle della sinistra che anche votandosi alla sconfitta, preferiscono non riconoscerne l’identità. Si tratta di un voto particolarmente concentrato ne centro nord e nelle aree urbane dove appunto le piccole formazioni che si rifanno all’esperienza Psi non ci sono. Queste hanno una certa forza proprio nelle regioni più meridionali dove appunto la tradizione liberalsocialista ha meno radici e pochi addentellati con la realtà sociale. L’elettorato che ha sostenuto prima la Milano di Aniasi e Tognoli e dopo quella di vent’anni di centrodestra è lo stesso senza soluzione di continuità; ed è un mix cattolico, liberale e socialista che oggi si permette anche la competizione interna perché ha stravinto sugli avversari politico culturali che senza grande finanza, grande stampa e grande magistratura a favore avrebbero visto ancora più accellerata la loro decadenza. Non si tratta di demonizzare allora i Galan, (o i Martino o gli Urbani ) che attacca la gestione socialista di Tremonti, perché l’ex governatore dice il vero quando riciorda che i socialisti sono al potere e con peso superiore rispetto a postfascisti ed ex Dc. La linea di Cicchitto di proibire la nascita di una componente chiaramente socialista del Pdl mostra sempre più la corda. Dell’intervista di Stefania, invece che la censura frettolosa ed ingrata di Facci, bisognerebbe ricordare la chiamata a leader di questa componente a Tremonti. Ci vorrebbe poi l’ulteriore coraggio di riunire, in nome del nordismo craxiano, l’ispirazione laica presente nella Lega nei corpi sociali. Se però le riviste e le fondazioni sorte in questi anni sono capaci solo di esultare se il nome dei Craxi spacca queste evidenti convergenze, è proprio vero che bisognerà aspettare ancora tempi nuovi, uomini e donne nuovi, e sperare che non vengano malamente indottrinati al messale del ricordo dei fatti di una stagione politica senza comprenderne i significati profondi. E non è il caso di Stefania.


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23 aprile 2011

Pd, perso un anno ed è già voto

Il momento migliore per il cosiddetto centrosinistra vive di consueto nei periodi di non voto; quei periodi, cioè lontani dall’appuntamento elettorale, che più lunghi sono più promettono possibilità di costruire scandali su scandali, di manovrare per costruire nuove maggioranze nelle assemblee elettive e di ottenere posizioni nell’oligarchia economica, burocratica e culturale. Sono periodi in cui la fantasia regna padrona, le analisi sorprendono chi stesso le fa e, narrazione dopo narrazione, si arriva alle conclusioni più sorprendenti Nell’ultimo lustro si è votato molto, anche due volte nella stessa annualità con il risultato che la quasi totalità dell’ampio fronte intellettualmediatico e parte del mondo industrial finanziario, sostenitori del suddetto centrosx si sono visti tappare la bocca dal responso delle urne. All’indomani del 28-29 marzo di un anno fa il silenzio si era fatto terrigno; l’antiberlusconismo era sotto processo anche in casa propria come l’opposizione catastrofistica aprioristica alla Tav ed alle grandi infrastrutture. In questo silenzio tombale si giunse ad un 25 aprile surreale nel quale Napolitano citava i discorsi di Berlusconi in terra d’Abruzzo ed entrambi si davano la mano in nome di un "25 aprile non solo festa della Liberazione, soprattutto festa della riunificazione d'Italia”Il Presidente citava il Premier "Il nostro paese ha un debito inestinguibile verso quei tanti giovani che sacrificarono la vita per riscattare l'onore della patria” ed il Berlusconi-Fregoli diventava anche Premier partigiano: «La sfida è ora. Bisogna scrivere insieme una nuova pagina condivisa della storia della nostra democrazia”. Un Berlusconi che ribadiva che non c’era nessuna lite con Fini, la cui assenza dalla campagna elettorale regionale era dovuta solo a questioni istituzionali. L’opposizione intransigente e mortale all’Italia rappresentata nei decenni dalla Dc, poi dal Psi infine dal Pdl, a parte Di Pietro, restava solo nei centri sociali, che in quei giorni insultarono e tirarono di tutto a Polverini e Moratti per non farle partecipare ai festeggiamenti della Liberazione, ottenendo la fuga della prima ma non della seconda. Era solo un anno fa ed ad un anno e qualche spicciolo si torna al voto, a Milano, a Napoli, a Bologna ma anche Siena, Arezzo e soprattutto Latina. Nel paese dove le cose non sono mai quelle dette dalle parole, per l’ennesima volta le scelte comunali sono più che altro un test politico. Quando si votò, nel marzo 2010 si era già da tempo immersi nella crisi economica mondiale che solo da pochi mesi ha lasciato spazio ad una timida ripresa; anche per questo il consenso acquisito dal governo sorprese gli analisti. Da allora ad oggi i provvedimenti più notevoli approvati sono stati la riforma universitaria, il codice digitale ed il federalismo comunale. Enorme l’impegno finanziario negli ammortizzatori sociali che hanno sostenuto casse integrazioni ordinaria e straordinaria arrivate anche al 500% dei livelli antecrisi. Blocco delle retribuzioni pubbliche e minimi aumenti privati non hanno impedito di concludere larghe intese sindacali nelle principali aziende e nei principali settori economici, anche con il sofferto uso degli strumenti della solidarietà che implica in cambio dell’occupazione la rinuncia di parte degli aumenti salariali. Niente di tutto questo però sarà al centro dell’esame elettorale. In questi giorni i pronunciamenti di Bersani fanno il paio con la foto copertina di Liberazione che sottotitola la foto di Berlusconi con la dicitura Incubo. Il segretario Ds cita Giovanni XXIII, in accoppiata con un Moretti che, saltando l’attuale Papa, mitizza Luciani e Wojtila nell’ultimo film; per entrambi, come per tutto il centrosx sembra inevitabile lo psicanalista, chiamato a curare una crisi di nervi all’ennesimo cielo. In un anno le due anime del Pdl si sono spaccate e si sono fatte una guerra sanguinaria. Berlusconi ha perso la maggioranza parlamentare. Tutti gli Smithies dell’informazione hanno lavorato forsennatamente per demolire il mito Abruzzo e quello dell’eliminazione rifiuti da Napoli. Anche i Verdi sono stati richiamati in vita per lottare anche pre eventi giapponesi contro nucleare ed altre forme d’energia. Verdini, partendo da vicende d’appalto toscane, è stato messo a processo TV. Sui due direttori Tv filo premier, si sono levati rivolte redazionali ed avvisi di garanzia. Tutta l’informazione planetaria è stata ampiamente messa a conoscenza di quale banda di delinquenti abbia in mano il paese. Soprattutto nelle ore immediatamente seguenti a quell’incredibile 25 aprile 2010, è partita una sventagliata intercettatoria su tutto l’ambiente di governo e dintorni, in cerca di qualcosa che potesse fare meraviglia, più ancora di quanto mafia, corruzione, p3 non avessero fatto prima. Ora avvicinandosi il voto comunale di maggio, il Pd si trova solo mosche in mano: anche dopo la spaccatura di Fini la maggioranza risicata resiste. Il boato morale e sensazionale del grande bordello in cui si sarebbe ridotto il paese, pur giunto addirittura a processo, non ha fatto colpo quanto si credeva. A Milano il centrosx schiera un ricco avvocato storicamente garantista e d’estrena sinistra; a Latina con il mito fascio comunista consegna al fascismo una patente d’onestà, non riconosciuta alle forze democratiche; a Bologna trema per l’assalto di un giovane leghista, figlio di comunisti; a Napoli come già a Milano si affida ad un uomo d’ordine. Dilaniato dall’odio dello scontro di potere industriale e finanziario, il Pd è come squartato dalla magistratura che ne tira da una parte un gamba mentre l’altra è tirata da unì’altra parte dalla Cgil la cui debole guida della Camusso, in omaggio alla minoranza combattente Fiom, si è arresa fino allo sciopero generale ed al primo maggio diviso contro gli altri sindacati. Cosa sarà un domani il Pd? Lo si capisce ascoltando Renzi: solo una componente del Pdl. In questa consapevolezza - hai voglia schierare Asor Rosa, farti risorgimentale e patriottico, parlare d’onestà, rosso fino alle orecchie a Napoli, a Bologna, a Bari – per il Pd anche quest’anno è andato perso. Ora una sconfitta elettorale potrebbe avere effetti devastanti.


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23 aprile 2011

Elezioni milanesi, tutti a scrivere contro la Lega che ringrazia

Sulla Lega Nord si è espressa, in questi vent’anni una marea sterminata di analisti, giornalisti e politici. Marea che s’è subito alzata, alta e minacciosa, dalla prima apparizione leghista in un consiglio provinciale varesino fino al primo seggio senatoriale. Nella sostanza sarebbe bastato quanto fu scritto già alla fine degli anni ’80 dalle penne eccelse e dalle più modeste; il giudizio allora pronunciato dalla maggioranza intellettuale, istituzionale e politica, non è infatti più cambiato. Si tratta di un giudizio più che negativo, che varia nella migliore delle ipotesi dall’accusa dell’uso populistico degli umori popolari settentrionali per arrivare all’accusa praticamente penale di razzismo e di negazione dei diritti umani, sulla soglia dell’anatema di fasci nazismo. Man mano che la Lega guadagnava voti in questi decenni, questo giudizio è stato rimarcato, precisato, arzigogolato, angolato ed è rimasto di fondo ottusamente lo stesso. Anche i settori sociali e politici più vicini ai leghisti hanno dimostrato loro sostegno e solidarietà per poterne ricevere in eguale misura senza volersi addentrare troppo nelle argomentazioni e nell’ideologia leghista, come a lavarsene le mani. Qualche nome ha cercato di capirci di più, rivelando anche una qualche simpatia subliminale per il Carroccio, da Ilvo Diamanti, a Luca Ricolfi cui si potrebbe aggregare qualche uscita di Massimo Cacciari. Professori e politico che non attaccano selvaggiamente la Lega solo perché si concentrano sulla critica interna alla sinistra, che è come dire a tutta l’intellighenzia culturale. Non è che parlino bene della Lega dunque ma fanno il loro massimo, cioè rappresentano il partito di Umberto Bossi come l’espressione di oggettivi problemi dell’Italia e del Nord. Che è come dire, se non si fossero lasciati inasprire questi problemi, la Lega non ci sarebbe. D’altro canto, il rapporto tra cultura e Lega è praticamente zero: dopo la dipartita di Miglio, Bossi si faceva suggerire i polpettoni storico sociologici su cui poi improvvisare nei comizi, all’anzianissimo Luigi Rossi, passato alla storia come gran pianista parlamentare più che per il suo libro Tempo di Bossi. Tra i direttori de La Padania i più noti sono Moncalvo e Paragone; da Feltri al giovane Giordano nessuno si è avvicinato: Non è la Lega ad ispirare Libero, semmai il contrario.Non c’è neanche un ex radicale a nobilitare l’intellettualità interna: non c’è un Vito un Quagliariello, un Teodori, un Della Vedova, un Capezzone, né laici socialisti in metamorfosi come Ferrara. Tremonti che sembra esporre in maniera comprensibile i mal di pancia leghisti, è voce comunque esterna. Dunque c’è il mistero di un partito che cresce con il mondo intellettuale completamente contro, senza una difesa culturale interna, e lo fa competendo nell’area più ricca d’Italia, ma forse bisognerebbe dire, d’Europa e del mondo, un’area fine, avanzata ed attenta ai dettagli. Di più: il mistero è che questo partito in vent’anni ha imposto argomenti e punti di vista, cioè quella che gramscianiamente si chiama egemonia culturale e lo ha fatto senza scrittori, elzeviristi, romanzieri, saviani e senza mettere un piede che fosse uno in un’università. Il terzo mistero, fatimesco, a questo punto è rappresentato dagli stessi intellettuali, più o meno coinvolti in politica, che proprio non riescono nemmeno a porsi il problema dei primi due. Non se lo sono posti ad esempio Fabio Bonasera e Davide Romano nel libro dall’esemplificativo titolo Inganno Padano (Ed. La Zisa): l’ex giornalista de Il Corriere del Mezzogiorno ed il pubblicista de Il Giornale di Sicilia , chiarito che della Lega “tutti conoscono leader, programmi, parole d’ordine e la balzana simbologia” vogliono evidenziare oscuri complotti che avrebbero indotto Bossi ad abbandonare le iniziali idee moralizzatrici per allearsi col novello Belzebù. Il tutto garantito dalla prefazione di Furio Colombo. Anche il giornalista free-lance S. Canetta e E.Milanesi de Il Manifesto in Lega-Land trovano un NordEst: in tilt, fatto di schiave dell’immondizia, ecomostri, interessi immobiliari, un’”affare ultramiliardario” che, solo, può giustificare il potere del governatore leghista Zaia. Di profilo documentarista sono invece i lavori della giovane E. Bianchini, classe ’81, e del radicale Michele De Lucia. Ne Il libro che la Lega Nord non ti farebbe mai leggere, la collaboratrice de Il Fatto vorrebbe essere oggettiva (ma come si fa?), nel viaggio tra antimeridionalismo, tolleranza 0 antiextracomunitari, fallimento Credieuronor,ecc.. L’elenco dei soggetti cui si vorrebbe negare i diritti -immigrati, bambini, donne, omosessuali, cattolici e comunisti - recitato brechtianamente dall’Eleonora, è utile per accostare riti padani a note notti dei cristalli. Più efficace il certosino lavoro di centinaia di pagine documentative sui 25 anni di Lega steso da De Lucia nel Dossier Bossi Lega Nord: che narra attraverso le sue dichiarazioni, le molteplici posizioni, giravolte e contraddizioni dell’Umberto “mantegnù in Padania, senatùr a Roma”; la trasformazione dal Roma ladrona a gruppo “politico affaristico 2000”, . balena verde ben insediata da un decennio nel parlamento romano per concludere con gli accordi alla corte di Arcore, definiti segreti e che devono esserlo veramente, se tutti poi li descrivono minuziosamente. Si avvicinano le elezioni comunali di Milano ed i radicali hanno il dente avvelenato contro il blocco CL-Lega che ha impedito a Pannella ed i suoi di presentarsi alle regionali lombarde. Al contrario degli altri volumi, bicchieroni di bile pura che a sinistra ormai si produce e si beve in quantità, il testo di De Lucia partecipa della campagna elettorale partita. Ovviamene dimentica del lungo corteggiamento tramite l’asssociazione Life che i radicali tentarono vs i leghisti. I tanti autori, ha detto l’ex leghista, ora libertario Leonardo Facco, hanno sempre capito poco di Lega e Bossi, sia perché non li conoscono dall’interno sia per l’incapacità di avvicinarsi a questo partito ed al suo elettorato con rispetto. La critica di Facco a Bossi (Umberto Magno La vera Storia dell'imperatore della Padania) è la più terribile per l’abbandono dell’obiettivo di restituire libertà fiscale ai cittadini con uno stato meno invasivo ma trova legittimo che temi, come globalizzazione, anti UE, dualismo economico, immigrazione, federalismo, siano divenuti dominanti. Ergendosi su questa vittoria poco concreta, tutta culturale leghista, Tremonti alla Camera ha potuto definire il Nord Italiano l’area più ricca d’Europa, cioè del mondo, additando come unico problema politico nazionale, la non crescita del Sud, senza che alcuno, nessuno escluso, emanasse neanche un sospiro.


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23 aprile 2011

L’orgoglio di essere fesso prima che socialista

Non è stato politicamente parlando, un uomo fortunato, Antonio Landolfi cui toccò d’essere spesso dalla parte del giusto al momento sbagliato. Ed è già molto che fu docente dell’Università e senatore almeno per una legislatura, seppure confidasse agli amici che lui con quell’elezione aveva chiuso con la politica. A vent’anni nel ’50 uscì dal Pci per diventare socialista, anticipando i tanti che l’avrebbero seguito nel ’56, nel ’68, nel ’77 fino ai tutti ex Pci che si sono incamminati sullo stesso percorso né sapendolo, nè amandolo, al punto di sputare sul terreno su cui poggiano i piedi. Napoletano, Landolfi seguiva questi trapassi di coscienza, in quei ’50 in cui la sua città, ancora, come era stata sempre storicamente, più popolosa d’Italia, sbandava tra l’essere democristiana, qualunquistico-gianniniana e monarchica, salda urbe dei principi Totò e Lauro, degli annessi De Sica e Loren, pasciuta, commossa e compianta, tra La pelle ed il neorealismo al capezzale. Ed a tratti a Lampedusa si è visto quanto il Comandante avesse anticipato il Cavaliere. Landolfi però non era abituato alle piagnierie; da deminaive credeva che si potesse “fare” a patto di avere un progetto; così si confrontava con la Critica di Croce, senza volerne vedere il cinico disprezzo del liberalismo meridionale per le possibilità umane di riformarsi. Da socialista, vero riformista, finì subito nella parte sbagliata, un po’ per essere confuso con le perniciose correnti meridionali del Psi un po’ per essere veramente un tutt’uno con Giacomo Mancini. In un’epoca in cui il Psi aveva bisogno di comunicare come il pane, lui, tra i pochi ad essere veramente capace di usare parole e definizioni conoscendone il significato corrente e reale, antico e volutamente misinterpretato, venne messo da parte. Al Craxi, che parole sue “lo fece uscire dalla politica”, non serbò rancore evidenziandone e giustificandone anche le ragioni ciniche di una politica corsara utile ad uscire dalla morsa cattocomunista. Nella sua bella opera Storia del Psi del 1990 che, caso più unico che raro, è scaricabile gratuitamente da Internet, ci sono solo elogi per Craxi e per la sua capacità di leader. Nemico agguerrito dell’antipolitica, che aveva vissuto in prima persona quando nella rivolta fascista della Calabria degli anni ’70, anticipazione di Mani Pulite, era stata bruciata in piazza l’effige di Mancini, Landolfi aveva allertato il leader milanese di non sottovalutare il fenomeno. Come aveva invocato di non calare la guardia, di andare ad elezioni in quel ’91 del crack comunista per chiudere la partita con l’arretratezza storica della sinistra italiana. Era napoletano però, e Bettino ascoltò De Michelis aprendo agli sbiancati piccisti le porte dell’internazionale socialista. Contestato per la sua ricostruzione da Stefania, Landolfi che al contrario di tanti socialisti meridionali solidamente nel presente sostenne le sorti e le elezioni dello schieramento di centrodestra, si limitò a ruggire: “Come storico ho l’obbligo di riscontare i fatti con le dichiarazioni pubbliche. Non ho espresso opinioni personali, ma mi sono rifatto alla documentazione …assai vasta sul quel periodo…mi rifaccio alla biografia di Craxi scritta da Massimo Fini, vero lavoro storico.” Nel giorno che se ne è andato, il più degli amici e dei nemici avrebbero preferito un evento in sordina e provvidenzialmente lo stesso giorno moriva un altro Antonio Landolfi, bruciato vivo in un oscuro agguato camorristico a Roma. Inascoltato, inesistente anche nei declami dei clandestini e degli Zavettieri, ora poco alla volta si levano alte le lodi: “ Scomparso Antonio Landolfi, socialista liberaldemocratico europeo”, ma lui avrebbe rimbeccato, prego basta solo socialista il resto è ridondante. Landolfi, con l’espressione da così tacque Bellavista, era fatto apposta per non essere ascoltato, applaudito, riverito; per risultare indigesto un non piacione, l’esatto opposto dei Geronimo di ieri e dei Rutelli di oggi. Era anche troppo gentile e umile per ricordare a costoro la loro ignoranza. All’ultimo per sincerarsi in tutta sicurezza di essere oscurato del tutto, sostenne il Ponte sullo Stretto: era fatto così non poteva esimersi dal non sostenere le cose giuste in barba ai sinistri che considerano ogni cosa fatta al Sud un regalo a mafie e ndranghete; in barba ai destri che non credono più che nulla possa essere fatto né da né per il Sud. Meridionalista convinto, così Landolfi, chi l’avrebbe detto, sosteneva a piena voce i dubbi di Tremonti “che non può capacitarsi che il 40% degli italiani non sappiano costruire come l’altro 60%”. Immancabile Ghirelli nel ricordarlo, rimarcando che in 90 anni lui ha potuto fare tutto, proprio perché così i Landolfi non hanno potuto fare niente, ne tradisce la memoria, con l’immancabile tirata anti seconda repubblica. Sfortunato Landolfi non c’è che dire; pagava il fatto di non riuscire ad essere un relitto del passato, il fantasma di sé, come quando parlava dell’industria virtuale esplosa nell’arretrata terra dei cowboys americani, prefigurando per il Sud un futuro da internet valley. Mentre il socialismo è spaccato tra i suoi eredi nordisti al governo e le forme partito residuali al sud; edogni tanto fa finta di interessarsi di sindacato, scriveva libri come "Il Gladio Rosso di Dio: la storia dei Cattolici Comunisti”. Come meravigliarsi poi per l’oscuramento? Landolfi non ha vissuto l’epopea dello scontro massimalisti e riformisti ma quella tra fessi e furbi. Suo merito era proprio questo, d’essere meridionale e socialista; e credendoci, fesso. Ai bar mentre passava il suo feretro sugli schermi i visi di De Magistris, Vendola, Romano ricordavano quest’amara verità. Antonio Lubrano, antico collaboratore di De Martino scomparso anch’egli in questi giorni e Landolfi, fedele com un amico a Mancini indicherebbero di andare oltre i loghi ed il fare, per privilegiare i contenuti consequenziali riformisti che pure sotto ma proprio sottotraccia pure ci sono e nemmeno clandestini.


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27 marzo 2011

L’anniversario della guerra risorgimentale di Libia

Ci eravamo persi nel narcotico romance dell’anniversario del 150° anno e ci siamo svegliati bruscamente in un vero anniversario tanto solido da non meritare alcuna citazione. Sono giusto passati cent’anni dall’invasione della Libia, primo atto di reale – e vincente- imperialismo del giovane Stato italiano. Immersi in una generale ignoranza, abituati a ragionare per porzioni single precotte, narcotizzati dal pensiero globale politically correct ed immobilizzati dalle nevrastenie nostrane, non ce lo potevamo ricordare, il 1911. Tanto più che nemmeno i (politicamente parlando) ottuagenari che tengono la scena hanno voglia di parlarne e giustificare, tra un abuso e l’altro di rifacimenti chirurgici politici, le tante posizioni prese negli anni. Abbiamo 6 o poco più aerei impegnati nella neo campagna di Libia e 9 ne usammo un secolo fa, destando meraviglia nel mondo. Si trattò in effetti di un conflitto fantascientifico con una serie di primati: il primo bombardamento aereo in assoluto, i primi collegamenti radio guidati addirittura dal padre della materia, Marconi, il primo utilizzo di autoveicoli a scopo militare (ovviamente Fiat). Fu una guerra confusionaria, tramandata ai posteri come guerra di Libia, quando in realtà il conflitto opponeva l’Italia alla Turchia per un pezzo di costa posta tra Egitto e Tunisia che neanche aveva un nome preciso. E sempre per carità di patria la si è tenuta sempre ben divisa dalle guerre balcaniche di cui fu invece parte consistente, tanto che i turchi si arresero giusto per evitare che anche l’Italia partecipasse all’intesa balcanica anti Costantinopoli, bloccando i rifornimenti ai territori oltre Stretti. Poco ci mancò che non venisse anticipata una beffa di Buccari o del golfo di Taranto, quando la flotta Italiana forzò la prima porta del Bosforo. Fu la guerra per antonomasia dei futuristi; ma anche dei socialisti riformisti deamicisiani; e dei liberali, allora piemontesi e non lombardi, ma sempre come ora accusati di mafia. Ieri come oggi c’erano di mezzo le banche; oggi a frenare, per restare in Libia, allora a sponsorizzare. la Banca di Roma, per intervenire. C’era ovviamente la massa massimalista contraria assieme ad alcune anime belle cui si deve la preveggente definizione della Libia come scatolone di sabbia. Il sindacato, riformista in altri momenti, era in mano ai massimalisti: s’impuntò e fu sciopero generale. Mussolini e Nenni fecero personalmente a gara per svellere le traversine ferroviarie ed impedire la partenza dei soldati; ma tranne che nelle loro patrie Romagne il flop fu totale. Qualcuno si sorprenderà nel sentirsi ricordare che i nostri alleati erano tedeschi ed austriaci; ed ancora di più a verificare che malgrado gli impegni scritti a favore dell’espansione italiana in Africa, i primi aiutarono platealmente i turchi ed i secondi ci rimasero implacabilmente ostili. Sostegno ne avemmo dalla Russia, sempre interessata, ieri come oggi, all’indebolimento turco; dagli inglesi, che temevano l’inevitabile allargamento di Parigi e dagli americani che già soli soletti si erano fatti una loro guerra inosservata un secolo prima venendo a bombardare Tripoli, con un ‘anticipazione bicentenaria della strafex expedition del’86. I francesi, veri cugini, con una mano firmarono un accordo segreto in cui dopo lo schiaffo tunisino dell’81, ci davano mano libera in Tripolitania in cambio del medesimo permesso in Marocco; con l’altra mano aiutarono fino all’ultimo e di nascosto i rifornimenti turchi. Quando vennero presi con le mani nel sacco, protestarono ufficialmente ed il ministro italiano risolse per il meglio proibendo i controlli sulle navi francesi. In fondo era ed è questione di chi, alla latina, strilla di più. Insomma come mai il prudente, e più avanti pacifistissimo Giolitti, ci condusse al conflitto coi turchi, la cui forza nell’avvio della riforma ataturkiana, era un enigma? Come mai partecipiamo ai bombardamenti verso un paese in piena guerra civile e che è nei fatti un protettorato economico ed una fonte inesauribile di liquidità utilissima alle nostre grandi imporese e banche? Tanto per cambiare i nostri motivi erano, come sono, tutti entroflessi: dopo Crispi e Bava Beccaris, il cavouriano Giolitti poteva ben dimostrare che con i suoi metodi non solo si evitavano le Adue ma si vinceva addirittura (ed era da Solferino che non si vinceva) risolvendo la questione Tunisi che rappresentò la ferita più acuta dell’Italia della belle epoque ( una Tunisi piena zeppa di siciliani, molto più frementi delle algide Trento e Trieste). Fummo noi a chiamare l’assieme di berberi, arabi e Tuareg, Cirenaica. Sirte e Tripolitania, col nome di Libia e solo perché così la chiamavano gli antichi Romani. Libia si diceva e si pensava Cartagine, una seconda patria letteraria. Giolitti si fece in quell’impresa interprete di due enormi filoni risorgimentali, che per evidente indegestibilità politica sono stati negati dai Napolitano di ieri e dai capuzzi di oggi. Per dare un senso alla voglia unitaria, Cesare Balbo aveva additato la missione civilizzatrice balcanica italiana; la sinistra del tempo, tutta imbevuta di miti romani, populistucocesaristi e repubblicanassembleari, da Buonarroti a Ciceruacchio, l’aveva seguito con tutta la simbologia di aquile, fassci e porpore. Il 17 marzo 1861 però il parlamento subalpino aveva riconosciuto al re di Sardegna Vittorio Emanuele II che l’allargamento sabaudo previsto per la sola Lombardia, per iuna serie di fatti sostenuti da Londra ed osteggiati a Parigi, aveva coinvolto tutta la penisola (a parte Roma e Triveneto). La realtà diplomatico militare era così una doccia fredda sui miti letterari risorgimentali; l’impresa di Libia dimostrò che questi potevano appoggiarsi sulle basi sabaude. E’ indicativo che un Crozza oggi, tra Telecom e Pd, colleghi strictu sensu un Badoglio e un La Russa, cioè un militare cavouriano ed un postcrispino. Peggio ancora è il pensiero capuzziano che collega il ritorno moderno alla divisione tra fazioni filo straniere della Resistenza al Risorgimento il cui primo significato era proprio il superamento di quella divisione. In Italia l’invasione fu anche condannata: eppure stranieri in Libia erano i turchi al pari degli italiani. Stranieri erano i piemontesi a Napoli. E stranieri sono oggi i turchi nell’interno curdo, come i russi nel caucaso. Solo il tracollo europeo e l’interesse russo americano impose la divisione tra le due sponde mediterranee che di volta in volta erano state ambedue greche, romane, spagnole, arabe. Solo due mesi fa quello che fu il diritto all’autodeterminazione dei popoli offriva a Gheddafi uno scudo per l’eternità; gli stessi epigoni, tutt’oggi al lavoro nelle Corti giuridiche internazionali in Libano, oggi chiedono il tirannicidio fisico. Tu quoque tertiusorbisti!! L’Italia oggi deve come al soliti svolgere un ingrato servizio per i suoi alleati. Anche Giolitti aldildà delle lettere dovette fare un’ingrata corveèer al servizio di Londra; altre ne sarebbero seguite, dalle Alpi al Caucaso, dal Libano all’Afghanistan. Non avrebbe spinto lo spirito di sacrificio al punto di sostenere partner europei che sobillano con armi e marine pseudosollevazioni democratiche con l’obiettivo di sottrargli la piazza economica. L’anniversario del 1911 ci ricorda così, malgrado le festanti folle delle feste coatte napoletanel che siamo ben lungi dall’animo del Risorgimento.



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21 marzo 2011

Gheddafi chiamami ancora amore.

Gheddafi chiamami ancora amore.

Una sola testimonianza d’ira della natura giapponese ha fatto più vittime di quanto registrato malgrado i clamori in Libia, a dimostrazione che non c’è paragone, malgrado la vanità umana, con la forza della natura. Dal Natale scorso, quando è cominciata la rivolta araba, in tutti i paesi coinvolti non ci sono stati tanti morti quanti in un solo giorno di tsunami in Giappone. Decine di morti in Tunisia, 365 in Egitto, 400 in Libia vs. 1135 a Minamisanriku e Miyagi, presso l'isola di Honshu. Il gusto però per l’horror catastrofico, implementato da lustri di film dell’orrore Scream ha indicato subito diecimila morti nipponici, per non parlare dei rischi di contaminazione nucleare su cui si sono lanciati come avvoltoi i profeti televisivi e politici naturistici. Si fronteggiano così in serrate schiere gli epigoni del disastro nucleare da un lato e quelli della tragedia dell’esodo milionario immigratorio dall’altro. Tanto basterebbe per derubricare l’attendibilità dell’informazione odierna, indistinguibile dallo show. Giorno dopo giorno, titolo dopo titolo, i diecimila, i centomila, i milioni di manifestanti, ammazzati, bombardati, approdati, dispersi, contaminati appaiono declamati, agitati per poi sciogliersi nel nulla, senza neanche una parola di scusa per l’inverosimile distanza tra l’annunciato ed il reale. Tre centrali nucleari sono in pericolo, una è esplosa e mentre si trattiene il respiro, i contaminati sono sei di numero. Dissipati i fumi colorati dello show, appare disperante l’incapacità analitica dei giorni nostri. Intervistati sulle rivolte arabe, i capoccioni di Limes se ne escono con l’improcrastinabile voglia di democrazia dei giovani arabi. Passate poche settimane, in Tunisia un militare ne sostituisce un altro, in Egitto l’esercito sospende quel poco di costituzionale che c’era, mentre i rivoltosi schiacciano le assemblee femminili; e sulla Libia si prospetta il più grosso flop diplomatico-informativo mai visto. Si conosce molto dell’Iran e del Pakistan, dell’Afghanistan, del Libano e di Gaza, aree monitorate a fondo dai servizi inglesi, americani ed israeliani che non si risparmiano nel divulgare le notizie dell’ultimo arresto o a fare la parafrasi interpretativa dell’ultimo discorso del capo dei pasaradan. Invece sull’Africa araba, sul profondo Medio Oriente, territori così vicini, è buio profondo, non si conosce nulla. Le rivolte lasciano tutti di stucco e dopo mesi e mesi non hanno non un partito o un leader, ma neanche un volto o una voce. Per trovarne uno in Libia bisogna aspettare Abdul Fattah Younis, ex ministro degli interni e capo delle forze speciali di Gheddafi, passato con i ribelli solo a febbraio. La russa Vimpelcom impegnata a comprare l’azienda algerino-egiziana Orascom, per concludere l’affare riempiendo di soldi il capitalista Sawiris, forza i partner norvegesi senza che gli eventi egiziani la facciano esitare. Il tunisino Tarak Ben Ammar, nipote di Habib Bourghiba, ieri link tra l’Olp di Arafat e Craxi, oggi con i fondi libici, gran partner cinematografico di Berlusconi, Gheddafi e Murdoch, da una vita membro del Cda di Mediobanca e da questa confermato nel prossimo rinnovo CdA di Telecom Italia, si esalta per le trasmissioni filo rivolta della sua nuova tv satellitare Nessma tv, ma non manca di elogiare gli sconfitti: “Ben Alì ha consolidato l’eredità di Bourghiba: l’emancipazione femminile, la laicizzazione della società, l’alfabetizzazione e la modernizzazione del paese, la creazione di una classe media. Avrebbe dovuto sapere che gran parte dei giovani laureati non avrebbe trovato lavoro. Come dire, ha fatto troppo bene. Tarak fa il Celli della situazione: spara, esaltandola, su una classe dirigente di cui fa parte. Tres arabe, tres italienne….Ogni dieci anni c’è una rivolta in Tunisia e terreni limitrofi: una Bourghiba, amico dell’Asse, la schiacciò, la seconda lo travolse portando Ben Alì al potere nell’unica operazione riuscita ai servizi italiani. Ai commentatori le idee vengono una dietro l’altra: è un ’89? è un ’68? O un 1848? Sui già apprezzati autocrati filoccidentali si scatenano condanne meschine; si fanno le pulci ad una corruzione che è planetaria, a partire dall’Onu. Con gran tempismo, però i Ben ali ed i Muraback, perso il potere, lasciano e la scena, morendo in pochi giorni; e la stabilità prossima ventura ringrazia. Nel mondo arabo ci sono giovani disoccupati quanto da noi-il 24%: i giovani nordafricani under 25 sono però un 65% di 90 milioni e senza welfare. La loro crisi è fame; la più ampia comunicazione e emigrazione testimoniano loro l’abisso che li divide dal mondo ricco. Se come dice Tarak hanno studiato, capiscono anche è un destino segnato. Nella storia del magma arabo -musulmano, riscatto e guida ad una trasformazione profonda possono venire dai paesi dotati di burocrazia statale solida come la Turchia, l’Iran ed un tempo l’Egitto, che non sembrano capaci, col petrolio o meno, di fare il salto di qualità puramente economico di cui i giovani hanno bisogno. Anzi, le questioni nazionaliste e religiose non fanno altro che allontanarle dallo sviluppo senza democrazia dei Bric. I democratici che sentono sempre insufficiente lo stato di democrazia; hanno appioppato le loro fisime alle rivolte; tifando in particolare per quella libica che pure avevano sostenuto ai tempi del libretto verde e della politica filo terroristica del rais. In controtendenza, i 6 milioni di libici, grazie al petrolio hanno dei redditi tali da potersi permettere immigrati. Quel che sta avvenendo in Libia, c’entra poco con le altre rivolte essendo un mero colpo di stato, probabilmente mosso da economia e finanza. Non il Bin Laden sventolato a Tripoli, ma gli Usa, storicamente avversi al regime libico sono i più interessati al cambio di regime. Se Bush fu decisi con Saddam, Obama non può esserlo altrettanto con Gheddafi. Ora la comunità internazionale, a parte la Russia, dovrà gestire l’imbarazzo delle condanne morali e dei tribunali già pronti con un dittatore tornato in sella. Quella italiana dovrà risolvere la schizofrenia della destra filoUsa che parteggia per il dittatore e la sinistra che in puro odio al successo diplomatico del governo, si è fatta ostile al leader africano. Il Berlusconi che lucido ed unico aveva sostenuto i russi nel conflitto georgiano, non si è ripetuto, troppo indebolito dalle campagne di stampa e dai processi incombenti, per Sirte e Cirenaica. Ed ora direbbe Gheddafi chiamami ancora amore. L’Italia che chiede aiuto, sembra inconscia che la Libia, malgrado i baciamano, è un suo protettorato economico e che chi ne organizza il colpo di stato lo fa per impiantarvi il suo. Nei mesi futuri il filo Roma-Tripoli verrà ricucito a Mosca, cioè, secondo i democratici dalla padella nella brace. Questa però è la balance of power; questo lo stato del mondo arabo che fa, di qua e di là del Mediterraneo, rimpiangere l’interventismo democratico crispino, altrimenti detto, con i newcon, colonialismo.



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6 febbraio 2011

Pannella può essere di centrodestra

Ad aspettare Pannella, insieme a Berlusconi non c’erano Bonaiuti, Vito, Quaragliella, i tanti del milieu radicalsocialista che si sono fatti strada in questi anni accanto al Cavaliere, molto più di quanto non avrebbero pensato. Non c’erano Taradash, Mellini e non poteva esserci Della Vedova che avrebbe voluto ma che non sarebbe stato invitato. Capezzone, stesso, come nelle biografie di Cicerone, poteva ascoltare solo da dietro un arazzo per non irritare l’ospite. Da parte sua l’omerico leader radicale, con lo sguardo perso a trovare qualcosa da scroccare, una sigaretta ad esempio, anche se era accompagnato non lo dava a vedere, data l’impalpabilità del seguito, il bambino cresciuto Beltrandi, la segaligna Bonino, a metà tra Hack e Montalcini, lo strascico delle mogli martiri e delle dame di Laico Vincenzo, il toscanacco che in tanti anni di viaggi all’estero, non ha neanche migliorato l’italiano. L’incontro è stato, proprio perché tutto incardinato sull’alta politica e sui diritti umani, di estremo cinismo e realismo quanto devono uno all’altro due grandi vecchi che hanno fondato movimenti legati a se stessi e probabilmente destinati a morire dopo la loro dipartita. Solo Alfano e Verdini, da un lato e la Bernardini dall’altro avevano negli occhi la stessa luce dei due vecchi, di connubio orgiastico, di avidità di potere, di odio omicida, insomma di politica vera. Un siciliano, inteso come modus pensandi e politicanti, un socialista realista, cioè del vero socialismo reale, una radicale donna ed anticlericale cresciuta da sinistra estrema nella Roma del Papa e della sinistra capitolina della Palombelli. Una Boniver, mille volte meglio, radicale. La sommatoria tecnocraticanazionalcattolicaconservatricesocialdemocraticaliberalnordista, consolidatasi negli anni è un gollismo all’italiana con politiche socialdemocratiche che solo per facilità si chiama centrodestra. Il radicalismo italiano, che la stampa (non berlusconiana) voleva cancellare, è ormai un non sense: nato per far conoscere la bellezza dei diritti umani a Lerner ed ai suoi amici di Servire il popolo, ha vinto col campo laicosocialista largamente la sua battaglia,. Inutile litigare: le quote rosa nei CdA sono state approvate bipartisan. Il laicismo diffuso è un dato acquisito; anzi negli anni berlusconiani, l’Italia ha cancellato del tutto quella morsa beghinoberlingueriana che godeva di dolore ed austerità. Nei giorni dello scandalo sessuale, questo dato si fa strabiliante: quello che con rabbia viene detta indifferenza del popolo è la vittoria del pensiero libertino che precedette quello libertario e liberale. Non a caso si tratta di una mentalità che segue alla vittoria berlusconiana in trasferta, sul tema femminile: a quel leader guardano e si rifanno le nuove donne in politica che malgrado le ironie non fanno perdere punti ai propri governi come la Rosy o la Concita o la Lilly o la Tana. Marco che ai bei tempi guardava i filmini svedesi con le compagne cinesi o i filmini cinesi con i compagni svedesi guarda negli occhi uno che fa meglio di lui. Al Cavaliere tanti, non tutti, i temi radicali, che in Europa radicali non sarebbero, non dispiacerebbero; fatto sta che le cose sono di te tipi: quelle che lo toccano, assieme a famiglia e azienda; quelle indispensabili agli alleati necessari e quelle che è difficile e poco remunerativo fare. Anche per Alfano, ex Dc che si è fatto strada tra Miccichè e Cuffaro, le cose sono di tre tipi: quelle fondamentalissime per la Sicilia, la Chiesa ed il conservatorismo prudente cattolico; quelle meno fondamentali; quelle di facciata, quisquilie. Che è poi lo stesso modus, in termini disomogenei della Cl lombarda. Il seguito di Panella sciorina il messale –La Peste italiana- un prontuario sull’impossibilità di governo in ogni dove. Marco che amava Craxi che poteva farlo ministro e gli consigliò la galera e Scalfaro, rivede l’uomo con cui sperava di fare il salto di carriera. E’ stanco, vecchio, ha fatto arrabbiare Bordin, nemmeno lo si comprende quando parla, caratteristiche che chissà perché ebbero da vecchi anche Saragat, Malagodi e Nenni, nonché Ruggero Orlando. Però è inutile portargli via le menti giovani. Opera sua, il popolo radicale gli è legato per la vita. I radicali, poche decine di attivisti, sono, a lasciarli fare delle bombe nucleari; le loro idee, poco alla volta, si fanno strada, esattamente come è sempre successo ai socialisti. Hanno il difetto di non essere interessati al Paese; di fronte ad un panorama, una bella donna, un’opera d’arte come i leninisti discutono di politica. Fosse per loro sarebbe tutta una caccia ai dittatori caduti e deboli, con gioia di quelli intoccabili. Ora però metà del paese, priva di un programma tv e di un giornalista all’altezza, ha gioito per la telefonata di insulti a Lerner, Se un terzo del paese ha sempre nel cuore un altro milanese a San Vittore, metà sogna l’assalto all’arma bianca a Palazzo dei Marescialli, al tribunale mlanese, una enorme jacquerie vandeana di segno moderno. Che è poi quello che strilla il duo lescano Santanchè-Brambilla. Freddo, come il Fredo della Magliana, il Caimano fa i conti: ha bisogno di deputati, ce ne stanno sei; questo alla Giustizia fa peggio che mille jacquerie e palazzi d’inverno; soprattutto è intoccabile dall’accademia di sinistra cui ricorda la coda di paglia delle rivoluzioni mancate. Un Marco ministro cancella d’un tratto l’immoralità; fa l’amnistie, non leggine Ghedini ma la cacciata dei Palamara dal tempio. D’un tratto gli occhi ancora più freddi e ghiacci della Bernardini lo incitano; non solo perché è sempre una bella donna, ma perché gli mostrano l’invitante prospettiva di tante castagne desiderate che solo i radicali potrebbero fare incuranti delle mani incendiate: privatizzazione della Rai, eliminazione della trattenuta alla fonte. Marco pensa alla fatica di spostare un piccolo mondo di iscritti ed uno enorme di simpatizzanti, da sinistra a destra, poi da destra a sinistra ed ora di nuovo a destra. Dovrebbe promettere di non pronunciare verbo su tre quarti del suo programma. Più che il terzo del programma quello che vuole è la garanzia di sopravvivenza almeno per un po’ del suo partito, E’ egoista, ma quello è figlio suo almeno riconosciuto. Lui nom è come Emma cui interessa solo se stessa ormai tutt’uno con quel mondo di indipendenti Pci che l’hanno sempre voluto fare fuori. I vecchi sospirano, uno mormora, ad Umberto andrebbe bene. Una piccoletta che non si vede – Anche ai camerati. Verdini annuisce. La Rita sibila:”Primo atto, metà detenuti fuori.”Ed il giovane “Vado a convincere Letta di convincere la Cei”Quanto precede è frutto di fantasia e non ha nulla a che vedere con fatti realmente avvenuti, Solo una cosa è vera: si può portare i radicali al centrodestra.



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6 febbraio 2011

Per il sindacato europeo solo gli e-bond di Tremonti, rivisti, salveranno il welfare

Per il sindacato europeo solo gli e-bond di Tremonti, rivisti, salveranno il welfare

Mentre infuriava lo scontro al calor bianco tra i sindacati su Mirafiori, rappresentanza e contrattazione, il 13 dicembre con un grande sforzo unitario, la UIL ha riunito con successo presso la propria sede Cgil e Cisl sul tema oggi più rilevante in Europa per il futuro del lavoro e del welfare del vecchio continente: gli E-bond. Gli E-bond sono titoli di debito denominati in euro, proposti da Giulio Tremonti e dal lussemburghese Jean-Claude Juncker, da far emettere da un'apposita agenzia europea. Da non confondere con gli esistenti Eurobond, obbligazioni emesse nella valuta del proprio paese, ma negoziate fuori da quel paese ed in un sistema monetario differente. Gli Eurobond sono Euroyen se emessi in yen o Eurodollari se emessi in dollari. Per lo più sono obbligazioni elettroniche scambiate nei sistemi clearing; come Euroclear e Clearstream. L’idea degli E-bond parte dalla necessità di vasti investimenti finanziati in Europa il cui tasso di sviluppo, nelle condizioni di grandi disomogeneità interna, debito pubblico, tassazione e burocratizzazione, resta sempre troppo basso. Nella competizione esponenziale, con poche aree al mondo dotate di un Welfare robusto come quello UE, la valuta europea soffre continui attacchi speculativi che approfittano della sua disomogeneità economica, della debolezza di diversi stati, dell’incongruità della diversità delle politiche fiscali ed economiche unite dal comune ombrello valutario, che continua malgrado tutto l’allargamento e da gennaio si è esteso anche all’Estonia. Eurostat evidenzia che tra 271 regioni europee, si passa dai € 325 miliardi della più ricca Lombardia, il cui Pil è analogo a Svezia e Belgio, superiore ad Austria, Polonia e Grecia al più povero il bulgaro Severozapaden in Bulgaria, al 26% della media continentale. Il Nordovest italiano con € 500 miliardi è secondo solo alla Ruhr tedesca. L’Europa è certi aspetti uno stato unito; lo è per le dogane da quest’anno completamente elettroniche con l’ICS (Import Control System), automaticamente, malgrado l’inizio soft, riconosciute o meno in regola con sicurezza e norme europee. Lo è per il movimento di capitali e finanza, assai meno di uomini e per la costituzione di imprese. La Ue per altri aspetti non è invece né una federazione e nemmeno una confederazione. L’ex parlamentare europeo Stuart Holland, docente a Coimbra (Portogallo) evidenzia che gli Usa emettono obbligazioni del tesoro federali Usa che non creano debito a carico degli stati federali e viceversa. Sui quasi € 12mila miliardi di PIL dei 27 stati europei, (€ 23600 al testa per i suoi 501 milioni di abitanti) il debito pubblico pesa per il 74%, superiore di 15 punti a quello del 2007 ed al limite del 60% previsto dal Patto di stabilità. In Eurolandia il debito pubblico è anche più alto, il 79,2%. Il deficit/PIL peggiore è di Grecia (15,4%), Irlanda (14,4), UK (11,4%) e Spagna (11,1%); quello italiano sta a 5,3%. Peggiori debiti pubblici, greco (126,8%) ed italiano (116%).Il debito è destinato a crescere perché la spesa pubblica (51,9%) supera le entrate stabili al 46,6%, né potrebbe essere diversamente come ricorda l’economista Paolo Leon, Presidente Agenzia qualità servizi di Roma, perdurando lo stato di crisi ed in carenza di investimenti. Redistribuzione del reddito, abbattimento di sprechi come gli 11 miliardi per la politica italiana, diversa tassazione finanziaria sono temi che impallidiscono davanti a queste cifre. In realtà l’Europa come già l’Italia di Sonnino e Sella sono impegnati in una asfittica difesa dell’euro e del ripianamento di bilancio, il cui risultato inevitabile è per il sindacato europeo Etuc\Ces.ma non solo, un’era di austerità che promette di ridurre il Welfare a chi l’ha e di negarlo a chi mai in Europea l’ha avuto. L’UK è ora ad esempio di fronte al dilemma del mantenimento o meno del sistema sanitario pubblico, considerato ormai a Londra insostenibile in prospettiva. La Commissione vorrebbe con una cura shock ridurre il debito europeo di 4mila miliardi entro il 2013 Pur diviso in accenni più o meno estremistici, il sindacato europeo è oggi totalmente contrario all’esaltazione dei consumi grami di berlingueriana memoria, ma pretende di trovare soluzioni socialdemocratiche che tengano alt i i tenori di vita anche nella globalizzazione. Da anni i sindacati tutti sono attaccati da destra e da sinistra per l’incapacità di difendere gli interessi dei lavoratori, dei pensionati e dei potenziali lavoratori, nonché degli immigrati, categorie come si vede assai diverse tra di loro. Nelle condizioni date, le unions hanno svolto un lavoro difensivo ammortizzatore dei danni, teso a garantire comunque salari e pensioni, anche nel caso della riduzione dell’occupazione. Il sindacato dunque cerca ora di proporre soluzioni positive, nel quadro reale del postcapitalismo finanziario. Con le parole di Holland, propone di passare più di 7mila miliardi di debito dagli stati europei all’Unione. Nel caso italiano, metà del debito verrebbe trasferito in Europa: “Non si tratta di acquistare il debito come fatto dalla Banca Centrale nei confronti di Grecia ed Irlanda con una spesa di ca 70 miliardi, l’0,5% del Pil europeo” Questi acquisti aumentando i tassi sui debiti nazionali sono ininfluenti. Se il garante è l’Unione e non il singolo paese, le cose cambiano; se gli E-bond sono legati a investimenti, determinano un’afflusso di capitali non di lungo termine. Non si tratta che dell’antica idea di Delors che aveva indicato nell’Eif, fondo europeo per gli investimenti (oggi parte della Bei-fondo PMI), l’ente di emissione. Nella proposta già degli Istituti Montagne di Parigi e Brueghel di Bruxelles, oggi rifinita dal Comitato Esecutivo Ces del dicembre u.s. i nuovi E-bond sono legati a grandi investimenti per le reti transeuropee, al sostegno di pensioni e salute con conseguente sgravio sui conti pubblici, tenendo conto oggi che la Banca Europea Investimenti (Bei) è due volte più grande della World Bank. Come è noto la Germania è contraria agli e-Bond di Tremonti per timore di dover pafare il debito degli altri. Dopo lungo dibattito, invece nella Ces anche la DGB tedesca ha convenuto che trovare nella Bei l’ente di e-Bond specificatamente orientati, è una grande opportunità, a patto che i restanti debiti nazionali restino sotto il monitoraggio della BCE. Sulla proposta rivista di Tremonti, la Ces, dove al prossimo congresso entrerà come rappresentante italiano il brillante friulano Luca Vicentini, già segretario Uil Friuli, potrà trovare il sostegno unanime del sindacato italiano, come confermato da Nicola Nicolosi della segreteria confederale Cgil e da Gabriele Olini dell’Ufficio Studi Cisl.Un momento importante di dibattito comune, e non scontro inutile, permesso dallo sforzo del nuovo settore per l’estero UIL, tutto al femminile, dove a Cinzia Del Rio si sono affiancate Rosaria Pucci e la nuova segretaria confederale con delega all’internazionale Anna Rea.



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6 febbraio 2011

Se la Shoah non serve agli ebrei, allora no grazie.

Se la Shoah non serve agli ebrei, allora no grazie.

Nell’Europa dove si accumulano come foglie morte non raccolte le ricorrenze si avvicina il giorno della memoria, il 27 gennaio, anniversario della liberazione del campo di concentramento di Auschwitz, da parte delle truppe sovietiche della LX Armata del 1° Fronte Ucraino. La giornata è diventata poi nel mondo il Giorno della Memoria della Shoah (????, in ebraico “desolazione, catastrofe, disastro”) che, prima nel 1938, indicò la Notte dei cristalli (9-10 novembre 1938) e dopo il genocidio ebraico d’Europa. Shoah non è sinonimo di Olocausto, che si riferisce allo sterminio più ampio effettuato dai nazisti e dai tedeschi nei confronti di ebrei, omosessuali, oppositori e dissidenti politici tedeschi, Rom, testimoni di Geova e pentecostali. I Rom per esempio invece di Shoah parlano di Porrajmos oppure Samudaripen. C’è qualcosa di terribilmente tragico e sarcastico in quella liberazione del 27 gennaio: truppe provenienti da un paese massacrato, in una gara di atrocità tra i due regimi in guerra tra di loro, destinate al loro ritorno a morire in campi poco diversi da quello che liberavano, si incontravano con settemila superstiti che solo fino a tre anni perseguitavano in pieno accordo con gli sterminatori.A fianco del Giorno della Memoria nei diversi paesi europei vengono presentati altrui temi connessi ed annessi, dall’eugenetica della soppressione dei disabili (Ausmerzen che andrà in onda su La 7) a "Vento di primavera”, nel quale l’attore Jean Reno interpreterà una storia dell'Olocausto francese, la retata del 16 luglio ‘42 di 13mila ebrei parigini chiusi nel Velodromo d'inverno in condizioni disumane prima dell’invio ai campi di concentramento. L’Ausmerzen venne applicato, ben prima del nazismo, anche nei paesi scandinavi, e fino agli anni’70, in alcuni stati Usa. La reclusione di migliaia di prigionieri in stadi o risaie in condizioni disumane è cosa che è stata fatta e viene fatta in quasi tutti i continenti e da regimi di orientamenti diversi. Non si tratta di temi inerenti solo il nazismo ed i tedeschi, ma tant’è. In realtà il segno inequivocabile della giornata ce lo offre un manifesto del partito moncherino della tradizione socialista italiana che diffonde lo slogan, degno della guerra fredda: “Nessuna cancellazione, nessuna negazione, nessuna giustificazione. I crimini del nazifascismo non si dimenticano. Mai” Meno male che il presidente della Duma russa a fine 2009, con l’immancabile voto contrario del partito comunista russo, ha annunciato il voto di quel parlamento che dichiarava ufficiale la colpevolezza del governo russo per il massacro di 22mila ufficiali polacchi del ’40. Se il Giorno della Memoria deve servire, come in larga misura fa, a condannare in aeternum la Germania, i movimenti ed i partiti di tutta la destra europea, il populismo europeo ed il fascismo italiano, puntando l’indice su 13 anni del secolo scorso, allora è meglio non commemorarlo, perché tutte queste condanne hanno poco a che vedere con la difesa della vita e della libertà degli ebrei e delle minoranze di tutto il mondo. La Shoa produsse come effetto politico l’accelerazione della costituzione dello stato d’Israele e la difesa della libertà degli ebrei nel mondo. Il Giorno della Memoria dovrebbe quindi essere il Giorno della difesa di Israele. Dovrebbe essere con le parole di Alla Gerber della Fondazione Holocaust di Mosca, il ricordo della persecuzione degli ebrei continuata nell’Europa orientale tra il ’48 e gli anni ’80; dovrebbe essere il ricordo che il nazismo tedesco, non fini nel ’45 ma nell’89, essendo proseguito come nazibolscevismo per decenni. L’Europa, non la Germania, tra il ’40 ed ’44 fu nazista; ebbe governi e classi dirigenti naziste dalla Scandinavia ai Balcani; ebbe anche la collaborazione di ebrei alle politiche persecutorie. Noi possiamo chiamare tutti questi governi collaborazionisti, esattamente come i comunisti chiamavano collaborazionisti i governi della Cee, secondo loro servi degli Usa. Noi possiamo credere che un movimento di liberazione era pronto a contrastare con reali possibilità di vittoria quei governi in tutta Europa. Noi possiamo dire che la guerra mondiale fu scontro tra libertà e tirannide. Tutti possono credere alle favole infatti. In realtà, senza l’invasione Usa, l’Europa sarebbe rimasta nazista con tanto di autorevoli politici non tedeschi come Laval al governo nei rispettivi paesi. Proseguendo l’accordo del ’39-’41 tra Berlino e Mosca, che dipingeva il Reich come paese più tollerante al mondo, la pace sociale sarebbe stata garantita, vista la sostanziale similitudine tra regimi nazista e comunista, i comuni dirigismi statali ed eliminazione fisica degli avversari. Senza l’invasione Usa, l’Europa, in caso di vittoria di Stalin sarebbe passata da una Shoah all’altra. Finito il nazismo primigenio, il comunismo che già arrivava alla guerra con un olocausto, il Holomodor; tutto interno, proseguì nei suoi massacri fino ai giorni nostri; e prosegue tutt’oggi nei 1045 “Laogai” cinesi dove milioni di persone costrette ai lavori forzati rivivono l’esperienza di gulag e lager, come ci ricorda la Laogai Research Foundation. La condanna morale della Germania, sostenuta assieme dal regime paranazista russo e dalle democrazie anglosassoni ha avuto ed ha il significato non di difendere gli ebrei, ma di allontanare lo spettro dell’egemonia tedesca sull’Europa, reale motivo politico della costituzione dell’UE, sempre più in crisi, per il suo evidente senso antieuropeo. Assimilare poi il fascismo italiano al nazismo, cui fu alleato per pochi anni, come tattica politica, è un non sense dimostrato tanti anni fa da De Felice. Quello che importa il 27 gennaio è l’abbraccio tra la causa ebraica e quella democratica cui non può essere ammesso chi sosteneva e sostiene partiti dello sterminio e del terrore, dal nazismo al comunismo fino agli Hezbollah. Se bisogna coprire qualcuno di costoro con la scusa della Shoah, dispiace, meglio dire no grazie.



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6 febbraio 2011

I consoli di Roma, regina dell’arte contemporanea, Bondi e Croppi

Sarebbe auspicabile l’impostazione della suddivisione tra “notizie” e ”non notizie” degli spazi cartacei dei giornali e di quelli televisivi delle tv. Come evidenzia Gianni Pardo, Misseri, Yara, la stessa Ruby sono non notizie, le cui ore di trasmissione o fiumi di inchiostro sono letti\guardati con avidità solo dagli appassionati dei feuiletton. Per l’indifferenza degli altri, stragrande maggioranza, basterebbero dei banner scorrevoli: n padri\madri\zii accusati di uccidere il figlio\a (e viceversa), cambiando di volta in volta il numero degli accusati. Basterebbe scrivere nell’occhiello in alto: n° di accusa –tipo- a Berlusconi, inserendo il numero dell’accusa, mettendo ma anche omettendo il nome del Pm. La notizia del giorno è in effetti la costituzione del gruppo parlamentare dei “Responsabili”, capitanati da Moffa. Rileva, sempre Pardo, che poiché si tratta di una vera notizia, praticamente i giornali non ne parlano. La notizia è evidente: parlamentari accreditati alla vecchia e nuova opposizione sono passati con la maggioranza e sono in numero minimo per costituire gruppo alla Camera. Si tratta di 10 di 'Noi Sud-Pid' Elio Belcastro, Pippo Gianni, Arturo Iannaccone, Antonio Milo, Michele Pisacane, Americo Porfidia, Antonio Razzi, Francesco Saverio Romano, Giuseppe Ruvolo e Luciano Mario Sardelli (capogruppo pro tempore); di 4 ex Fli Giampiero Catone, Silvano Moffa, Catia Polidori e Maria Grazia Siliquini; di un ex Api Bruno Cesario, di un ex Pd Massimo Calearo, di un ex Idv Domenico Scilipoti, di un ex leghista Maurizio Grassano e dell’ex Adc Francesco Pionati. Malgrado la tempesta puttanesca su premier, annessi e connessi, al netto di Pionati e Grassano, Pdl(234) e Lega(60) si trovano con una maggioranza di 313 deputati, grazie a quei 19 voti in più, a fronte dei 297 deputati delle opposizioni (Pd, IdV, Fli, Udc). Se poi si pensa a tutte le materie, dalla sicurezza, agli esteri, al lavoro, dove non mancherà il sostegno dei più di 60 voti di Fini e Casini, si arriva all’assurdo che mentre viene applicata come un maglio la forza dello scandalo, la notizia c’è ed è una, la maggioranza è più forte che prima. Anche la cultura meriterebbe la suddivisione tra “notizie” e ”non notizie”. In questi giorni la sostituzione dell’assessore alla cultura Umberto Croppi nella giunta capitolina Alemanno ha scatenato petizioni, dichiarazioni, profusione d’amore politico per un uomo di cultura che all’atto di prendere l’incarico era stato subito marchiato come il “creatore dei campi Hobbit”, un postfascista da cui prendere le distanze. In una capitale dove il sindaco, come riconosce Croppi, pur tra tante difficoltà, mantiene sempre la maggioranza dei consensi, l’operato dell’ex assessore è stato espressione di un comune indirizzo politico. Il Croppi che si schierava per il WiFi libero contro la segregazione Pisanu è in linea con Brunetta che ha potuto annunciare nel milleproroghe l’Internet libero. Petizioni, dichiarazioni, straccio di vesti da parte di radicali, Pd, sinistra e sinistri nemici ad perpetuum della maggioranza sono ovviamente strumentali quando sottolineano l’epurazione di Croppi in quanto esponente finiano. Croppi, però è una figura poliedrica, un intellettuale che sfugge ai box politici, non misurabile neanche nelle appartenze rautiane, verdi, ai verdi, all’asinello, un uomo che anche all’ultimo non si smentisce, rimpiangendo il costituendo museo del futurismo, tema odiato da tutti i sostenitori dell’ultim’ora. C’è da dubitare che Croppi sia un finiano ringhioso, come Granata che ha colto, lui che è un evidente quasi analfabeta, l’occasione cultura per attaccare il governo. Non è nemmeno, né lo è diventato un uomo di sinistra, come sarebbe d’altronde impossibile per il suo milieu culturale. Semmai Croppi dimostra che dalla destra moderna si possa difendere libertà e diritti umani nel mondo. Non è neanche vero che Croppi mediti vendette. Prima di assumere l’incarico, sembrò che all’assessorato cultura romano arrivasse Sgarbi, cacciato da poco da Milano. Fece bene Alemanno a tenere duro, fece male però la Moratti. E’ vero che i Facci, i Croppi, gli Sgarbi, i Giacalone, i Ferrara, molti che scrivono su questa testata, e tanti altri non sono immediati portatori di voti. E’ anche vero però che, senza questi nomi, l’antioccidente che ricorre a tutto pur si sopravvivere mantiene l’egemonia culturale su accademia e media che figlia un continuo stravolgimento di storia e realtà. Coloro che oggi idolatrano Croppi, sono gli stessi che bloccarono l’inaugurazione del Festival Film di Rom in odio a Bondi; sono gli stessi che oggi chiedono le dimissioni del ministro della cultura. Il 2010, dopo due anni e mezzo di lavoro di Croppi ha regalato a Roma Maxxi e Macro, ha regalato alla regina dell’arte antica, lo scettro di grande capitale dell’arte contemporanea, ribadito sulla stampa mondiale. L’anno più grande della cultura italiana, da decenni è stata però il trionfo di Croppi e Bondi, consoli uniti neio rischi, nelle opere, nel successo. E se Croppi non avesse aderito al Fli, tutti questi estimatori disconoscerebbero una grande verità. La non notizia è la richiesta di dimissioni per Bondi che partecipa della consueta schermaglia antigovernoi e che verrà rigettata. La notizia è che - mentre si piangeva la fine del cinema italiano che ha finito i conti con un 30% in più di incassi- il 2010 è stato il migliore anno della cultura italiana, grazie a Croppi e a Bondi. E se non si può adulare l’uno senza l’altro, abbassare l’altro senza l’uno. E’ un bene che Croppi esca dalle ristrettezze della lotta partitica della giunta romana; sarebbe invece un grande ambasciatore di Roma nel mondo, magari per proposta, che auspichiamo del ministro Bondi



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14 gennaio 2011

Vergognatevi, disse Pirani a Cremaschi

Capita, ma capita veramente, che un candidato rappresentante sindacale (rsu) Ugl venga eletto e pochi giorni dopo venga licenziato; capita che un rsu Uil venga licenziato per futili motivi, e dopo la ristrutturazione dell’azienda, perda del tutto il posto di lavoro; e così a seguire per tante sigle sindacali. Solo per la Cgil ed in particolare, per il suo comparto metalmeccanico, situazioni simili, il più delle volte di peso inferiore, hanno meritato lo stracciarsi di vesti dell’informazione e della politica. Tutto ciò perché, a tutt’oggi, per i media valgono due postulati: primo, sindacato = Cgil, anche quando è minoritario; secondo, sindacato = comunismo e dintorni, opposizione al potere padronale ed al capitale. Tanto di cappello agli stalinisti che nel dopoguerra imposero queste due bugie; tanto di somaro ai media radical chic che per coprire la propria coda di paglia sostengono queste bugie. Alle ultime elezioni, a Mirafiori-Rivalta nel 2009 la Fiom ha eletto 24 rsu perdendone 4 rispetto al 2006. La flessione dell’8,5% della Fiom, come anche della Fim Cisl del 9% (da 22 a 20 rsu) sono dovute alla diminuzione di rappresentanza dovuta al calo occupazionale. Tanto più valore in questo quadro assumono le vittorie della Uilm, cresciuta da 13 a 16 rsu; della Fismic da 20 a 22 e dell’Ugl da 4 a 5. Proprio Ainaudo, Fiom Torino si felicita di avere…ruolo alla Sirio (vigilanza), cioè di avere eletto qualche rsu; di avere aumentato i voti alla Presse, alla Costruzione Stampi, sempre qualche rsu in più; e si giustifica: Muovere il voto a ..Mirafiori dove, da anni, non entrano nuove assunzioni….è sempre un’impresa difficile. Insomma la Fiom nella città di Gramsci e Berlinguer ai cancelli Fiat, da ex padrona dello stabilimento, è prima, ma di misura solo alle meccaniche ed al montaggio carrozzerie; per il resto conferma l’esponente Fiom: Abbiamo subito dei cali, dove rifletteremo, a Verniciatura, Costruzione sperimentale e tra gli impiegati carrozzerie. Le posizioni più antigovernative, critiche all’azienda ed ostili alla riforma del contratto collettivo nazionale di lavoro, sono oggi in Fiat a Pomigliano come a Mirafiori largamente minoritarie, giusto il 33% di Fiom e Cobas (calati da 5 a 3 rsu). Zitti, però, non lo si dica; non si dia la parola alla maggioranza dei lavoratori votanti (37,2% di Uilm e Fim più 29,7 % di Ugl e Fismic). E neppure la si dia alla maggioranza dei lavoratori sindacalizzati: sempre a Mirafiori, su 5500 lavoratori, gli iscritti ai sindacati sono poco più della metà (53%), dei quali il 13% alla Fiom, il 4% ai Cobas ed il 36% agli altri (Uilm 11%, Fim 12%, Fimsic 9% e Ugl 4%). Ancora, a dicembre la Uilm ha vinto le elezioni Rsu romane Fiat Auto (2 rsu su 3). A novembre su 18 rsu Iveco, 4 vanno alla Uilm, 4 alla Fismic, 3 ciascuna a Fim e Fiom. A Modena Maserati, 5 rsu alla Uilm sui 9 disponibili. A novembre2009, a Pomigliano Avio elette 3 rsu ciascuna Uilm e Fiom, 2 Fim, 1 Fismic. Ad ottobre 2009, ad Alenia di Nola e di Pomigliano, la Uilm è 1° nelle elezioni Rsu doppiando la Fiom (787 voti a 483). Non conta niente: quando si deve sentire la voce dei lavoratori, ecco che ti salta fuori per virtù dello spirito santo la Fiom che parla per tutti, ed in prima serata, anche è un terzo della rappresentanza. Molti non crederanno a queste cifre, bellamente presenti sul sito web della Fiom stessa. Perché allora la Hack, perchè Gallino, Vattimo, Flores d’Arcais parlano di fine della democrazia? Perché Cremaschi trova fasciste condizioni di lavoro firmate da tutti i sindacati, inclusa la Cgil, in tutte le categorie, volute dai lavoratori che preferiscono più soldi e più ore in cambio di più giorni liberi, anche quando la legge è contraria? La risposta è semplice: la Fiom si comporta come i sindacati autonomi che da anni lamentano la conventio ad excludendum esercitata verso di loro da Uil, Cisl e Cgil. Queste ultime hanno convenuto sulla regolazione dello sciopero che per essere proclamato ha bisogno di passaggi ritardanti e che non può toccare i servizi essenziali. Coprire gli scioperi spontanei, il 65% degli scioperi di Mirafiori che bloccano il lavoro per tutti, come pretende la Fiom è cosa impossibile in tutte le categorie, ed è tipica pretesa dei sindacati di base che sulla guerra in azienda e sull’appello al tribunale poggiano il loro tentativo di distruggere le relazioni industriali. Pratiche tipiche da Snater, da Cobas e appunto da Fiom che fanno dire a Paolo Pirani della Uil in faccia a Cremaschi , il 4 dicembre alla trasmissione Agorà Rai 3,:”Noi non ci vergogniamo di difendere il lavoro, una prospettiva per le famiglie, nel rispetto dello Statuto dei lavoratori, aumentando i salari. Voi avete incitato all’odio violento verso Uil e Cisl. Siete un movimento estremista che punta alla sopravvivenza a tutti i costi di una posizione politica vicina ai centri sociali.” Per Cremaschi tutto è fascismo, come per il freak lo è il poliziotto che gli chiede i documenti. Per la Fiom tutti muoiono di fame sotto il governo di centrodx, anche se Landini al mese prende 2300 €, anche se mai i lavoratori hanno visto tagliarsi gli stipendi fino al 20% come successo negli Usa ed in Germania, anche se, dati Ilo ed Istat, i salari italiani sono cresciuti del 3,2%, che pure non basta nel paese più tassato d’Europa, di fronte al rialzo europeo dei prezzi. Anche la Fiom in Cgil sosteneva col governo Prodi la trattativa per il cambio di un CCNL che impoveriva anno dopo anno i salari L’opaca gestione dell’ex socialista Epifani, ossessionato dal mostrarsi buon postPci, si è trovata poi con l’imbarazzo di dover controfirmare la riforma del CCNL con il governo del nemico. La soluzione CGIL trovata è stata di dire no a livello centrale per dire si in 35 contratti di categoria. Fiom ha detto di no, ed è paradossale che si appelli alla bontà del contratto nazionale che per lei era anch’esso lesivo dei diritti. Fiom non può fare altrimenti per sostenere il mito della fortezza operaia Mirafiori, nel sito russo emblematico di via Podgora 16, Torino, della ex piu' grande fabbrica d'Europa dei 60mila addetti, dove Rifondazione riaprì l’ex sezione Pci chiusa dopo la Bolognina, con la colletta consegnata a Bertinotti. Ora invece il Fausto è rimasto alle Bahamas. Mirafiori dai 26500 lavoratori del ‘98 ne conta 5500, un numero troppo piccolo da coinvolgere troppo Torino. Non c’è più la paura di un disimpegno degli Agnelli., il cui erede è morto, mentre lo stuolo di parenti pensa ai dividendi ed a godersi la vita; la squadra di calcio di famiglia è l’ombra di se stessa, il Lingotto è un centro espositivo, Rivalta non c’è più, i Gabriele Galateri di Genola, ed i Bernabè sono stati scaricati su Telecom, dove la mano Fiat fu l’inizio del disastro; Supergemina cos’era costei? Mediobanca e Generali sostennero la Fiat nel 1993-8, poi nella prima metà del decennio scorso furono le banche a convertire i crediti in azioni, ma ora Mediobanca è fuori gioco Ai grandi carrozzieri torinesi non mancano decine di migliaia di macchine asiatiche, da sfornare, l’Uk fa auto in quantità senza avere un brand nazionale. Non è scomparsa anche l’Olivetti? La Fiat si doveva fondere con Ford, poi con General Motors. Ora per molti, è solo una branca di Chrysler. Marchionne, sempre più mago finanziario, ne ha già ottenuto il 25% e l’anno prossimo, se ne avrà la maggioranza potrà contendere i favori di Obama a Jobs, come manager migliore, esempio per l’Occidente. Fiat Chrysler dipendono da due grandi azionisti Usa, il sindacato Uaw e il Tesoro, mentre il socio italiano, Elkann Agnelli ha poco da offrire, a parte debiti per 4,4 miliardi. e 6 per le attività industriali e forse , liquidità per 3,4 miliardi nel 2014. Anche Fiom è un dinosauro dei tempi che furono, che sopravvive grazie agli intellettuali postcomunisti.Il 2010 giudiziario si è chiuso con la richiesta inedita di omicidio volontario con dolo eventuale, mai prima contestata per incidente sul lavoro da parte del noto PM Guariniello, contro l’AD Espenhahn dell'acciaieria ThyssenKrupp.Contemporaneamente il Tribunale del caso Ifil-Exor assolveva Gabetti, dall’accusa di aggiotaggio sulle azioni Fiat che permise a Marchionne, arrivato da un anno, 2004, di mantenere il controllo del 30%. Krupp cattiva, Fiat buona, mai condannata a Torino in 100 anni. La stessa condanna del ‘97 per Romiti, per falso in bilancio e frode fiscale, figlia di Tangentopoli scatenò il sostegno di Cuccia, Sole24H, industriali italiani ed un Nerio Nesi, allora responsabile economico di Rifondazione, che si disse rattristato; Di Pietro non c’entrava, la condanna si deve al leghista torinese Borghezio ed all’anonimo giudice Saluzzo. Dopodichè Romiti tornò in Tv a moraleggiare sui comportamenti poco etici di Marchionne. Quando un comunicato Fiat Group Automobiles Press magnificava il record di Mirafiori: 25 milioni di auto prodotte in 59 anni, tra una Fiat 500 B del ‘39 ed una Marea Weekend 2.0 HLX. Mirafiori che dice la leggenda per essere salvata era pronta alla prospettiva di un’occupazione operaia degli stabilimenti, che Churchill fece risparmiare dai bombardamenti alleati. Luogo dell’innovazione Fiat, dal taylorismo alla fabbrica Integrata, con migliaia di robot in saldatura, verniciatura e montaggio, Mirafiori, nel ’97 faceva un’auto in 26 secondi, 463mila annue, una fila di 1900 km di auto a coprire la distanza fra Torino e la Tunisia. Adesso 6100 polacchi producono quanto i 22mila colleghi italiani; Mirafiori procede al 64% della capacità produttiva (Melfi 65%, Cassino 24%, Pomigliano ante accordo 14%). Fiat però che produceva in Italia il 38% delle auto e ne vendeva il 42%, ora è ferma alla domanda del 22%. Oggettivamente il mercato mondiale dell’auto si restringe; ed è sempre più difficile far coincidere presenza italiana e anima apolide. E tutto il paese tra sconti, aiuti e rottamazioni si è svenato per l’azienda principe nazionale. Angeletti, il segretario Uil è stato chiaro. Non è che il governo è indifferente alla vicenda Fiat; è che gli italiani, stretti dai vincoli europei, non sono più disposti a sobbarcarsene il peso. Fassino, Chiamparino, capiscono tutto ciò ma non sono disposti a disconoscere la storia del Pci e neppure scuotere la Cgil della Camusso che ha cominciato peggio del predecessore senza il coraggio di uscire dall’ipocrisia dell’anticapitalismo mantenuto come pensiero nascosto subconscio. Senza il coraggio di ammettere che ibn Fiat per applicare la riforma CCNL 2009 bisogna fare un contratto ad hoc. Fiom perderà e cercherà, come Sansone, di distruggere tutto anche il sindacato per coinvolgere tutto nella sconfitta, con l’aiuto della strana alleanza di anticapitalisti comunisti, fascisti e liberali, un’anima politica che anche questa vicenda ha contribuito a denudare come il mostro che è in noi.


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3 gennaio 2011

Dopo le donne, i giovani

I giovani hanno sostituito le donne nel mantra dei cahiers de doleance che periodicamente vengono proposti all’opinione pubblica. Con stizza il comitato per l’articolo 51 che qualche anno fa si era battuto per garantire la presenza elettiva femminile, si è visto scippare la questione rosa, addirittura per mano dei maschilisti del Pdl. Sotto il bombardamento d’accuse di meretricio e di sfruttamento sessuale, il Pdl ha riempito governo e parlamento di donne, belle e no, ma tutte in carriera. In sordina per fine anno è passata la quota rosa della deputata Lella Golfo della fondazione Belisario che impone ai CdA delle aziende quotate un terzo di donne tra i membri; il che significa nuovi 1000 posti rosa. Immancabilmente da Palermo arriva lo scioglimento del da dell’azienda idrica Amap, per assenza di membri femminili, ottenuto dall’associazione Fidelis della vicecapogruppo comunale PdL Munafò, Ci sono donne al vertice in Confindustria e Cgil; e presto un’altra lo sarà in Cisl. Anche alla mezzavedova di Padoa Schioppa, la divorziata Kostoris si prepara una nomina. Il mondo dei media cartacei e televisivi vive un momento di onnipresenza femminile, che ovviamente poi morde la mano di chi l’aiuta. Conseguentemente è tutto un sentire e risentire di cognomi noti di figlie, mogli e sorelle; oppure di gossip sulle parvenau nuove arrivate. Se la prece della Gruber su donne prete, o meglio donne vescove e cardinalesse, appare irrealizzabile, per il resto il sistema ha corrisposto alla domanda sollevata dalla questione rosa. Per postfemministe e comitato51 la delusione è scoprire che si tratta di una domanda di carriera e posto al sole per donne medioalto borghesi, che nella loro passata, presente e presunta avvenenza pongono altrettanta considerazione di quanto non facciano i colleghi maschi. Svanito nel nulla l’ideale rivoluzionario legato all’altra metà del cielo, questa si rivela grande sostenitrice del conservatorismo lentoriformista della grande maggioranza della società italiana. Non a caso marketing e pubblicità da più di un decennio sono i luoghi del trionfo femminile, dove si esaltano i grandi problemi della dieta, delle conseguente reazioni fisiche idriche o ritentive, che mai devono appannare la bellezza, anche nell’età più avanzata. Se l’uomo negli spot, è cretino o spalla di lei, è solo perché è meno consumatore e quindi meno rilevante. Gli argomenti agitati di escort, di bellezze nominate, di gonne troppo corte; sono sentiti dalle donne come aggressivo preludio alla volontà di emarginarle. Risolta berlusconaniamente la questione femminile, con scelte rosa rifiutate paradossalmente proprio dal centrosinistra, ora il mantra si è spostato sui giovani, cogliendo l’occasione delle rivolte contro la riforma dell’università da poco approvata. Dai tempi della Falcucci e di Ruberti, è sempre stato difficilissimo mettere mano al mondo dell’istruzione che al di là del merito, è un coacervo di tematiche dissimili fra loro quali l’impiego pubblico, la famiglia, le aspettative giovanili e la mentalità intellettuale. La riforma, sotto diversi nomi e governi, tentata svariate volte, è andata in porto faticosamente, voto militari, per l’ovvia ragione che col dialogo non si sarebbe mai realizzata. Chi, dentro l’università, ne è più scontento, ritiene che la legge Gelmini sia controproducente rispetto agli scopi che si prefigge: comitati di valutazione e nuovi CdA - si dice -si riempiranno di baroni, che peraltro nelle more applicative potranno prolungare ulteriormente i loro mandati. Le Università sono per natura corpi corporativi ed autoreferenziali per eccellenza, come attestano le inamovibilità dei rettori di Brescia, Preti, che lascia dopo 27 anni; Ferrara di Napoli che dopo 24 anni lascia al suo vice da 23 Quintano; mentre restano Cannata del Molise rettore da 15, Cuccurullo da Chieti da 13; Fabiani di Roma 3, dalla fondazione, 12 anni orsono; Latorre dell’Un.Calabria e Fontanesi della Bicocca.da 11; Decleva di Milano e Pasquino di Salerno da 9. Mistretta di Cagliari dopo 16 anni, venne praticamente cacciato da una norma ad hoc dell’allora ministro Mussi mentre Fabio Alberto Roversi Monaco di Bologna se ne andò dopo 14 anni ma ha lasciato vivente una sua pietra tombale come Rector. L’animus corporativo negli ultimi anni grazie all’autonomia si è sposato con quello di competitor privato nella formazione, consulenzs, editoria ed altro, il che da un lato distorce il mercato, d’altro lato è spesso l’unico modo di innalzare la quota di partecipazione nazionale alla ricerca. Al Sud, venendo meno, o non essendo sufficienti altri spazi, le Università fanno da postificio come i partiti familisti. Le critiche, che in fondo condividono lo spirito della riforma, probabilmente non hanno torto perché per fare piazza pulita delle baronie bisognerebbe elencare per nomi e cognomi, coloro cui è vietato l’accesso alle Università. Non potendo ricorrere a misure draconiane, lo spirito corporativo resta saldo, ben alleato a chi teme per il posto di lavoro.Il milieau intellettuale che vi risiede o vi gira attorno, per sua natura critico al potere, ma in Italia integrato alla tradizione di sinistra, si è mobilitato per dare addosso al governo, cogliendo l’occasione già cavalcata con i girotondi e con Pardi a Firenze. Questo mondo intellettuale che ripete sempre gli stessi slogan e che si è visto passare sotto il naso fenomeni come Lega, Tea Party, scetticismo europeo e aggressività del potere Internet senza capirci un’acca, è un po’ all’ultima spiaggia, sopravvivendo solo perché non si fa avanti una nuova schiera a sostituirlo. Come già sentito,.famiglie e giovani hanno interessi opposti ai padroni universitari. Parlano di diritto allo studio ma intendono la garanzia di un buon posto di lavoro dopo una laurea. Intendono la sicurezza di un ateneo in ogni capoluogo, anche se poi si affollano nelle solite poche Università di effettivo valore. Da questo punto di vista, la globalizzazione non ha cambiato molto: la disoccupazione intellettuale resta alta, la laurea non garantisce un buon posto in un mercato che pretende dottorati e master per poi demansionare: i pochi laureati restano sempre troppi in un paese con troppe piccole imprese e troppo poche medie per i noti problemi del rapporto col credito. La scoperta che i giovani tra i 15 ed i 24 anni non abbiano ruolo o attività non è una novità in un paese che per decenni ha steso un velo sull’enorme quantità di lavoro a nero. Ora che parte ne è venuta alla luce e che la disoccupazione resta inferiore alla media europea, è facile capire che parte di questi giovani sono falsamente inoccupati in un contesto di quasi 6 milioni di famiglie-imprese. Quello che la globalizzazione non comunica a famiglie e giovani è la richiesta di una grande digitalizzazione degli studi. Un grande investimento sull’e-learning aprirebbe a trasparenza, merito, abbatterebbe costi di trasporto, di alloggio, di libri, darebbe senso positivo alla delocalizzazione permettendo a chiunque con il telestudio di incontrare le migliori docenze. I giovani però si sono rivoltati a fianco dei papiri, o meglio lo ha fatto la minoranza che li vorrebbe rappresentare e che baroni e centri intellettuali vorrebbero che li rappresentassero. Nel momento opaco e gramo per le opposizioni, il capo dello Stato si è fatto carico di voler dare loro importanza. Il capo dello Stato però in netta omogeneità con quadro politico e società, è parte di quella gerontocrazia nepotista che non molla e che resta ancorata a tante questioni del passato. Le sue parole a favore dei giovani sono state motivate soprattutto dal dare soddisfazione, peraltro inutile, agli oppositori di una riforma che dopo molti anni questa volta non hanno potuto evitare. Parole e soddisfazione che facendo da valvola da sfogo risultano utili a tutti perché, dato il risultato, si e volti pagina. Ora la strana maggioranza conservatrice riformista dovrà oltre il ministero della Meloni, dare soddisfazione ai giovani come ha fatto per le donne. Per ottenere risultati significativi, dovrà però trovare posto per la sua parte più in fibrillazione. Un buon sistema, alla Panella, potrebbe essere una segreteria di under 35 anni alla testa del Pdl.



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