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Diario
7 gennaio 2012
Il web ci rende ricchi?
E’ un luogo comune, una frase
fatta, un mantra meta politico ripetere le virtù economiche di Internet.
Talvolta, come ha fatto l’Internet governance Forum mondiale a Nairobi e quello
italiano a Trento si magnificano le capacità democratiche della Rete capace
di dare più partecipazione attiva,
consapevole e responsabile dei cittadini ai processi decisionali. Talaltra è
l’ITU, che riunitosi presso Telecom Italia a Roma, sottolinea le capacità dell’ICT
di migliorare il clima e monitorare gli oceani tramite i cavi sottomarini che
portano i big data su e giù per il mondo dei cloud,data center e dei computer.
La commissaria Agenda Digitale europea Kroes è tornata, come nella Bruxelles
del ’91, a promettere nposti di lavoro. Davanti ai lamenti delle telco europee
in crisi di ricavi ha promesso meno prezzi imposti e 90 milioni per la fibra
ottica. Come si fa un’opera pubblica affidandola a operatori, pubblici e
statali preoccupati di non essere erosi nei propri mercati nazionali? Facebook
vuole diventare un MVNO mondiale, Microsoft con Skype già lo è. Google vuole
fare di YouTube una BBC della rete. Sono i giorni del ricordo di Steve Jobs e
dell’estradizione di Assage di Wikileaks; della rivolta in rete del manager
Google egiziano che evolve verso la sharia e dei cyber attacchi alle
costruzioni nucleari iraniane. Non manca il report a ricordarci quanto reddito,
quanta occupazione, quanto benessere ci
dà Internet. Viviamo nell’era del Web, è un fatto. Tutto il mondo ne guadagna
in efficienza, efficacia e velocità, adottando strumenti e modalità
intercambiabili ed identiche. Internet è la quinta essenza della competizione
innovativa, procede per database e mercati sempre più ampi. Per monopoli
mondiali, monopoli dei vendor, dell’ICT, delle apps e del mobile. Il risultato
sono i redditi dei manager ITC che si misurano in miliardi di dollari, altro
che i milioni dei nostri manager.
Internet, il cosiddetto Sesto Potere
non è proprietà dell’ITU, dell’IGF o della Unione Europea. Resta americano,
gestito dall’Icann che si accinge a sconvolgere tutti i siti con il commercio
dei nuovi milioni di names -domini. Si dice che Internet offra servizi gratuiti
per 77 miliardi; ma è solo l’effetto trascinamento subito e non cercato dalle
nostre aziende sulla scia dell’Ict asianamericano. Nuovi 700mila posti di
lavoro di cui 300.000 indiretti, in 15 anni sono molto pochi. Molti di più se
ne sono persi grazie all’efficienza, efficacia e velocità delle tecnologie del
tecno ambiente. I miglioramenti sono indiscussi, ma non offrono più lavoro,
anzi. Le imprese attive nel web sono cresciute del 10% in 4 anni? Pochissime se
confrontate con le nuove Pmi di settori più classici. Acquisti per 20,2
miliardi in 4 anni a seguito di ricerche on-line non sono comunque e-commerce.
Il blogging non è redditizio: per la stessa ragione che da noi non lo è il
giornalismo di massa. Le TLC italiane sono passate dal 4 al 2% del Pil tra 2008
ed oggi e quindi allo stato l’Internet italiano vale meno e dà meno lavoro, né
è pronto per un uso effettivo in politica. Ergo è la Rete che si fa ricca con noi,
non noi.
web
| inviato da GiuseppeMele il 7/1/2012 alle 15:20 | |
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